Gli
allevatori fanno fatica a soddisfare le richieste degli albergatori e
dei macellai che ordinano carne di maiale per i turisti stranieri.
L'allevamento
dei maiali è quasi inesistente nella maggior parte dei paesi
musulmani perché è proibito mangiarne la carne. In
Marocco invece, dove l’industria del turismo cresce e ci sono
allevatori pragmatici come il 39enne Said Samouk, allevare maiali è
un’attività in pieno sviluppo.

''Se
c’è turismo, è meglio avere maiali'', dice Samouk che
ne alleva duecentocinquanta nella sua fattoria a ventotto chilometri
dalla città di mare Agadir.
Dopo
un fallimento a causa di un'ondata di febbre aviaria, l’allevatore
marocchino si è lanciato in quest'operazione 20 anni fa, in
società con un signore francese.
Oggi
Samouk sogna di raddoppiare la sua produzione nel giro di 3 anni, per
soddisfare la richiesta dei 10 milioni di turisti che si spera
visiteranno il Marocco nel 2010 (in aumento rispetto ai 7.5 milioni
che sono venuti nel paese nordafricano nel 2007).
''Sono
un musulmano praticante. Non mangio carne di maiale e non bevo
alcolici, ma questa non è altro che un'operazione finanziaria
come qualsiasi altra, e nessun Imam mi ha mai rimproverato'', ha
detto a proposito dell'allevamento di maiali, la cui carne è
proibita sia dalla religione mussulmana che da quella ebraica.

L'allevamento
dei maiali è proibito dalla legge in Algeria, in Mauritania e
in Libia, ma è autorizzato in Tunisia e in Marocco per
accontentare i turisti europei e non mussulmani che vengono ad
ammirare lo spettacolo offerto dalle spiagge e dai deserti del
Nord-Africa.
''I
nostri clienti sono al 98 percento europei. Vogliono pancetta a
colazione, prosciutto a pranzo e costolette di maiale a cena'', dice
Ahmad Bartoul, un compratore per l'Hotel Agadir. Sulla tavola del
buffet vengono anche messi dei cartellini perché non ci sia
confusione sull’origine della carne.
L’industria
suina del Marocco comprende circa 5mila maiali, allevati in sette
fattorie vicino ad Agadir, Casablanca e Taza una città
centro-settentrionale. Fra gli allevatori ci sono un cristiano, due
ebrei e quattro mussulmani. La
produzione annuale è di duecentosettanta tonnellate di carne,
che significa un guadagno di dodici milioni di dihram (un milione di
euro, 1.6 milioni di dollari).

L'allevatore
Jean Yves Chriquia, un 32enne ebreo che possiede la più grossa
azienda di carne con un allevamento di circa mille maiali, compra
anche da Saouk e da un altro allevatore locale per 22 dihram al
chilo. Quattro volte al mese va al macello di Agadir, ma deve entrare
da una porta diversa da quella delle consegne, Halal, o autorizzata
dalla religione musulmana.
''Abbiamo
un posto per il macello. Dopo aver macellato la carne ed aver avuto
il timbro del veterinario, la portiamo in un congelatore'', dice
Yoel.
Quasi
l’80 percento della sua produzione va negli alberghi di Agadir e
Marrakech. Il resto va nei supermercati e dai macellai, e per nutrire
i 220 operai che lavorano alla vicina autostrada.
''Mia
moglie era sicura che non avremmo mai trovato carne di maiale perché
siamo in un paese mussulmano'', dice Bernard Samoyeau, pensionato
francese, mentre ordina la carne da un macellaio di Agadir “E'
stata una piacevole sorpresa”
Anche
Yoel è contento. ''Abbiamo raddoppiato le nostre vendite in
tre anni e comincia a funzionare davvero bene, ma dipendiamo dal
turismo, e dobbiamo comunque essere cauti'', aggiunge.
L'allevatore
marocchino parla per esperienza: la guerra del Golfo nel 1990, gli
attacchi a New York e Washington nel 2001, e l'invasione dell'Iraq
nel 2003, lo hanno costretto a chiudere la sua azienda con debiti di
circa 2.8 milioni di dihram. Tre anni fa ha creato
una nuova impresa con 31 dipendenti. ''Gli alberghi in Marocco
mi fanno molti ordini ma per ora non posso rispondere a tutte le
richieste. Piano piano ce la farò'', dice Yoel, che non pensa
ci sia un conflitto tra la sua fede e il suo lavoro: ''La religione è
un affare privato. Quello che faccio è solo un modo per
guadagnarmi da vivere e il mio rabbino non mi ha mai detto niente''.