scritto per noi da
Ilaria Addeo
''Ho
vissuto fuori per diversi anni perché contrario alla
leadership di Saddam Hussein, lavorando in diversi paesi e
collaborando con Amnesty International. Sono tornato in Iraq
nel 2003, poco dopo l’inizio dell’invasione statunitense, carico
di grandi speranze e convinto che il paese sarebbe riuscito a
ricostruire una nuova vita e un nuovo governo”.

Comincia
così il racconto della propria storia Taher Alwan, durante una
serata di dibattito, lettura di poesie ed esposizione fotografica
sull'Iraq a
Passaporta, una libreria fiamminga nel centro di
Bruxelles, il 19 marzo scorso, organizzata in occasione del quinto
anniversario dell’invasione dell’Iraq con alcuni artisti iracheni
rifugiati in Belgio. Tra questi Alwan, scrittore, giornalista e
produttore cinematografico, che nelle sue poesie e nei suoi film
cerca di raccontare la vita quotidiana degli iracheni di oggi, di
coloro che vivono e lavorano tra le mille difficoltà di un
paese completamente distrutto in seguito all’invasione del 2003.
Fuggito
per la prima volta dall'Iraq nel 1996, perché nella lista nera
dei perseguitati da Saddam Hussein, in quanto giornalista, professore
e film-producer, è ritornato nel proprio paese dopo l'inizio
della guerra e ha ricominciato la sua attività di giornalista
e professore di Cinematografia all’Istituto di Belle Arti
dell’Università di Baghdad.
''Quando
sono tornato in Iraq il paese era distrutto, senza elettricità,
senza polizia a garantire la sicurezza dei cittadini, ma per la gente
era ancora normale vivere tutti insieme, sciiti, sunniti e cristiani.
Quello che mostrano ora i media non esisteva nel 2003 e 2004. Già
prima di lasciare l’Iraq insegnavo all’Università
all’Istituto di Belle Arti e mi sono sempre occupato di cinema.
Quando sono tornato ho fondato una Ong, specializzata in
cinematografia che cerca di produrre film documentari sui diritti
umani. Insieme ad alcuni amici e colleghi con cui collaboravo già
precedentemente abbiamo inoltre aperto l’ufficio regionale del
nostro giornale, di cui non era consentita la circolazione durante il
regime di Saddam. Nel 2003 abbiamo quindi creato un ufficio regionale
anche a Baghdad e nello stesso tempo fui nominato Direttore del
Dipartimento di cultura. Il nostro intento era quello di dare grande
spazio alla cultura e alla produzione artistica di giovani registi e
produttori iracheni. Dalla stessa Ong è nata quindi l’idea
di dar vita ad una manifestazione cinematografica internazionale e
così nel 2005 abbiamo realizzato la prima edizione
dell’International Baghdad Film Festival, prima
manifestazione cinematografica in piena guerra, che ha riscosso un
grande successo sia nel paese che all’estero''.

Il
successo, però, ha portato il riconoscimento pubblico, e
attirato l'attenzione delle milizie del paese. Minacciato varie volte
e costretto a cambiare casa diverse volte ha deciso infine di
lasciare la sua famiglia, i suoi libri e tutte le sue cose e di
fuggire in Belgio, dove vive da ottobre 2006.
''Tra
il 2005 e il 2006 la situazione è diventata molto pericolosa,
soprattutto dopo il febbraio 2006 a causa del peggioramento degli
scontri tra Sunniti e sciiti. Dopo il successo del Festival e per la
mia attività sia di giornalista sia di direttore del
Dipartimento di cultura ero molto conosciuto nel Paese per cui era
difficile riuscire a sottrarmi alle varie occasioni di visibilità
in pubblico, sui giornali e in televisione. Non potevo scomparire, ma
tutto questo non mi permetteva di vivere in tranquillità.
Nello stesso periodo insegnavo all’Università di Baghdad al
Dipartimento di Cinematografia. I partiti radicali e i miliziani
avevano diverse ragioni per perseguitarmi, come professore, come
giornalista e come film-maker. Per cui mi decisi a lasciare di nuovo
l’Iraq''.
Una
volta lasciato il paese come ha continuato a lavorare ai progetti
della sua Ong e del Festival?
Non
è stato molto difficile. Inoltre negli anni in cui sono stato
in Iraq eravamo riusciti a mettere su un ufficio stabile e cominciato
a realizzare alcuni documentari, tra i quali uno dedicato ai ragazzi
che hanno abbandonato prematuramente la scuola, grazie alla
collaborazione dell’Ufficio di cooperazione svizzero in Iraq.
Stando all’estero riesco a presentare lavori sull’Iraq che vanno
a sostenere i progetti in loco e che mostrano la realtà
irachena di oggi. Abbiamo organizzato alcune mostre fotografiche
sull’Iraq, mostrando alla gente la vita reale nell’Iraq di oggi.
Cerchiamo di realizzare mostre con foto diverse da quelle che di
solito mostra la stampa, in quanto non mettono in evidenza il sangue,
i morti, le vittime della guerra, ma la vita comune della gente
irachena, come si muove, come lavora, i bambini che vanno a scuola,
le donne nelle proprie case.
Quali
sono le maggiori difficoltà che incontrano la sua
organizzazione e i suoi colleghi nello svolgere le proprie attività
nel paese?
Molte
organizzazioni cercano di fare tanto, ma c’è molta
corruzione, per cui le organizzazioni non si fidano e non hanno la
certezza che gli aiuti raggiungano la popolazione. Tuttavia non è
impossibile. Anche la nostra organizzazione ha avuto molti problemi
nell’operare nel paese, non avevamo una sede né fondi finché
non abbiamo avuto il supporto dell’Istituto di Cultura francese che
ci ha aiutato a realizzare il Festival cinematografico, altrimenti
non avremmo avuto alcun contributo finanziario né dal governo
né da qualsiasi altro. Le difficoltà maggiori vengono
dalla dilagante corruzione che esiste nel paese e dai pochi fondi
destinati alle iniziative culturali. Da questo punto di vista la
situazione non è migliorata con la caduta di Saddam. Cinema e
teatri sono stati distrutti, i musei, tutte le istituzioni culturali
sono state distrutte e non è stato fatto nulla perché
fossero ricostruite. È difficile realizzare delle attività
culturali anche adesso. Prima dell’invasione dell’Iraq venivano
trasmessi spettacoli al cinema fino a mezzanotte, ora invece tutte le
attività culturali devono terminare prima del tramonto e la
gente non può uscire, c’è il coprifuoco, è
difficile lavorare in questa situazione. Sarebbe invece importante
sostenere le Ong che lavorano nel paese a portare avanti progetti nel
campo dei diritti umani e della cultura. Se questi programmi
venissero sostenuti le attività culturali potrebbero avere un
ruolo molto efficace nel processo di ricostruzione del paese.
Lei
ha conosciuto e vissuto l’Iraq del post-Saddam ed ha comunque
deciso di lasciare il paese per le difficoltà enormi in cui
era costretto a lavorare. Quali sono dunque le sue speranze e come
immagina il futuro dell’Iraq?
Quando
sono tornato in Iraq nel 2003, dopo aver vissuto per molti anni fuori
dal paese, rimasi molto turbato dalla situazione di totale
distruzione, dalla mancanza di qualsiasi tipo di controllo, ma
riservavo dentro di me una grande speranza. L’Iraq è un
paese molto ricco. Stando nel paese ho sperimentato quanto fosse
difficile e pericoloso per un giornalista lavorare a Baghdad. In Iraq
non c’è sicurezza. È difficile poter svolgere il
proprio lavoro in una situazione del genere, specialmente per un
giornalista e quando scrivi un articolo, pur se in modo indipendente,
non sai mai quali critiche, accuse o apprezzamenti puoi attirarti. In
Iraq si rischia la vita per questo. Il nostro giornale è
sempre stato molto indipendente e laico, e molto critico nei
confronti della religione islamica e della politica irachena,
tuttavia siamo stati accusati di favorire il partito Ba’th, il che
è ridicolo.
Riguardo
al futuro dell’Iraq, non mi sento di essere molto ottimista, ma non
è impossibile per l’Iraq ricostruire una nuova vita. In
questo momento, però, la situazione è molto complicata
con il grande numero di morti ogni giorno, le milizie che continuano
ad uccidere le donne per ragioni sociali, per futili motivi legati
alla religione, perché non indossano il velo, o hanno un
ragazzo.
Cosa
pensa della presenza straniera in Iraq, ritiene che sia necessaria
finché non si stabilizzi la situazione oppure sarebbe meglio
lasciare che gli Iracheni ricostruiscano da soli il proprio paese?
Ritengo
che ci sia stato un grosso errore da parte degli Stati Uniti e del
governo iracheno nell’affrontare i vari problemi connessi alla
caduta di Saddam in Iraq. Non si può pensare che un paese
vissuto per 35 anni sotto dittatura riesca da un giorno all’altro
ad organizzarsi e a stabilire un regime democratico. Bisognava
preparare la popolazione in modo graduale. Inoltre affinché ci
sia un governo stabile e democratico è necessario fornire alla
popolazione i beni primari, elettricità, acqua, ricostruire
ospedali, scuole, strade, assicurare un sistema di sicurezza e di
garanzia dei diritti umani e delle libertà di espressione.
Come dicevo prima, le forze occupanti dovrebbero inoltre sostenere la
classe intellettuale, invece non esiste alcun tipo di protezione per
i giornalisti, i professori, gli intellettuali. Ero professore di
Sociologia cinematografica all’Università ed è
impensabile che potessi tenere delle lezioni ed esimermi dal fare
critiche o osservazioni sulla situazione dei diritti umani perché
in classe avevo figli di miliziani che poi mi minacciavano di morte
per quello che dicevo.
La
violenza settaria sempre più dilagante incoraggia molti
intellettuali a lasciare il paese e cercare asilo all’estero.
Fortunatamente molti, come Taher Alwan, scelgono di comunicare e far
conoscere la realtà del proprio paese, non solo quella
sanguinosa, ma anche la vita quotidiana della gente che continua a
vivere e a lottare per un futuro in Iraq.