scritto per nopi da
Chiara Costanzo
Sono
in circa 300 mila e da più di 40 anni vivono in una fase di
stallo senza poter far niente. Si tratta dei curdi siriani della
provincia di Hasakeh, quelli che nel 1962 hanno visto nascere
il loro dramma.

Era
il 23 Agosto quando, senza nessun preavviso, come effetto di un
decreto legislativo, fu ordinato un censimento straordinario. Lo
scopo ufficiale era di segnalare i curdi fuggiti dalla Turchia
durante la seconda guerra mondiale e insediatisi clandestinamente
nell’area.
Rappresentanti
del governo andarono di porta in porta a verificare che la residenza
degli abitanti fosse anteriore al 1945, richiedendo a tal proposito
l’atto di proprietà della suolo. Dall’antichità i
curdi erano stati contadini per conto di un proprietario, ma in
moltissimi nel corso degli anni avevano finito per diventarne
effettivi padroni, senza convenire ad una vendita. Davanti
all’impossibilità, quindi, di fornire documentazioni
scritte, in circa 150 mila si ritrovarono privati della cittadinanza
siriana, dichiarati dalle autorità come ajanib, in
arabo “stranieri”. Molti altri, invece, deliberatamente evitarono
di partecipare al censimento, nascondendosi. Queste persone, dette
maktumin, ovvero “nascosti”, pensavano di poter aggirare
l’ostacolo, nella prospettiva, oltretutto, di evadere la leva. Non
potevano pensare che nel giro di un giorno sarebbero stati cancellati
da qualsiasi registro.

“Erano
convinti che fosse un provvedimento temporaneo e speravano in futuro
intervento dello Stato o delle organizzazioni internazionali”.
Queste le supposizioni di Şero, 28 anni,
maktum (singolare di
maktumin) di
Hasakeh. Il padre, che all’epoca fuggì
per disertare il militare, gli ha trasmesso lo status di “nascosto”.
“Era un contadino, non gli interessava di perdere la cittadinanza
perchè non si sentiva siriano”, sostiene Şero, “senza
documenti personali validi, non si è potuto sposare civilmente
con mia madre e quindi noi figli siamo illegittimi e, anzi, non
risultiamo da nessuna parte”.
I
figli dei maktoumin, infatti, non possono avere la carta di
identità come gli ajanib, ma solo un certificato di
domicilio rilasciato dal capo quartiere. Questo piccolo particolare
costa un grandissimo prezzo. “Mi accettarono nelle scuole pubbliche
fino alla fine del liceo, ma senza darmi alcun attestato. Quindi non
mi sono potuto iscrivere all’Università”, prosegue Şero
il quale attualmente lavora in nero presso un ristorante, ma avrebbe
voluto diventare dentista. Non può prendere la patente, né
può intestare qualcosa a suo nome perché per lo Stato
siriano è come se non esistesse. In sostanza non ha alcun
diritto e neanche dei doveri, ma se compiesse un reato finirebbe in
carcere e verrebbe considerato un clandestino.

Questa
è la triste condizione di Şero, un giovane curdo che non ha
partecipato alla fuga di quel tragico giorno, eppure, dopo una
generazione, ne paga ancora le conseguenze. “Per consolarmi penso
che anch’io non ho fatto il militare e non pago le tasse”,
afferma. Ma in cambio non può usufruire dell’assistenza
sanitaria, dei sussidi statali e, cosa ancora più seria, non
può neanche uscire regolarmente dalla Siria, quindi è
vana la speranza di ripiegare verso altri paesi. “Emigrare da
clandestino non è semplice: devi avere dei soldi da parte e
poi rischi tanto”, mi dice.
La moglie,
curda con cittadinanza siriana, risulta ancora nubile. Quando avranno
dei bambini, saranno anche loro maktoumin. Ecco perché
la loro unione è stata molto contrastata dalla famiglia di
lei. “I miei suoceri temono per la qualità di vita che posso
offrirle. È per questo stesso motivo che molti uomini
maktoumin non riescono a sposarsi”. Tra i
curdi, già oppressi e discriminati per il fatto di esserlo, i
maktoumin pagano il prezzo più alto. Questa
l’amara conclusione di Şero che mi saluta per tornarsene al suo
mondo clandestino, fatto solo di informalità, dove, nelle più
piccole azioni quotidiane paga, senza colpa, per l’intollerante
politica siriana, ma anche per una scelta sbagliata del passato.