Sabato a Damasco il summit dei paesi arabi. Più divisi che mai
Entrano nel vivo i preparativi per il
summit arabo del 29 e 30 marzo a Damasco, dove i leader degli stati
arabi, e altri in veste di osservatori invitati dalla Lega Araba,
invitata a sua volta, si riuniranno per parlare sostanzialmente di
tre punti: la crisi istituzionale in Libano, la proposta yemenita di
dialogo tra palestinesi e il problema rappresentato dal milione e
mezzo di rifugiati iracheni presenti sul suo territorio.
Summit o passerella? Ieri, al
termine della seduta mattutina dei ministri arabi degli Esteri che
preparano il vertice, il vice ministro siriano degli Esteri, Faysal
al-Miqdad, ha espresso la propria soddisfazione per il livello della
rappresentanza e delle discussioni svolte. In realtà, anche se
il regime del presidente siriano Assad ostenta soddisfazione, il
vertice rischia di risolversi in un'inutile passerella.
Mentre a Damasco si discuterà di
Libano, il premier libanese Siniora andrà in onda per un
discorso in diretta alla nazione. ''Il premier libanese Fouad Siniora
terrà un discorso televisivo poco prima o in contemporanea al
summit dei capi di Stato arabi che si terrà a Damasco tra
qualche giorno''. L'annuncio l'ha dato martedì scorso Marwan
Ahmade, ministro per le Telecomunicazioni libanese. In altre parole
Siniora boicotta il vertice di Damasco. ''Sarà un discorso che
lascerà il segno più di quanto possa fare il vertice'',
ha promesso, o minacciato, il ministro, ''perché denuncerà
il ruolo avuto dalla Siria nella crisi politica del Libano''.
Tensioni e divisioni. Il
Libano, dal 24 novembre scorso, non riesce a eleggere il nuovo
presidente della Repubblica. La maggioranza antisiriana e
l'opposizione filosiriana si rinfacciano a vicenda, da mesi, la
responsabilità dello stallo istituzionale.''Il Libano
ha perso un'occasione d'oro per risolvere la sua crisi politico –
istituzionale decidendo di boicottare il vertice di Damasco'', ha
replicato Walid al-Muallam, ministro degli Esteri siriano, ma il
problema resta. Qual'è la credibilità di un vertice che
parte dal presupposto di creare una sempre maggiore unità
araba nel momento più difficile della storia di questa parte
del mondo, se due tra i paesi più importanti si scambiano
bordate di questo genere? E non è tutto. Arabia Saudita ed
Egitto hanno deciso di abbassare, come mai accaduto prima, il livello
della loro rappresentanza al vertice arabo di Damasco. Assenti il re
saudita Abdallah e il presidente egiziano Mubarak, sostituiti
rispettivamente dal delegato saudita presso la Lega Araba e dal
ministro di stato egiziano per gli Affari Parlamentari. L'Egitto, da
tempo, è schierato su posizioni pragmatiche rispetto alla
questione palestinese e mal tollera il legame di Damasco con
Hezbollah in Libano e con Hamas a Gaza che, per il Cairo, blocca il
processo di pace. La monarchia saudita ritiene la Siria un sodale
dell'Iran nella politica da macro potenza regionale che caratterizza
la presidenza Ahmadinejad e la cosa non piace a Riad. Non a caso
l'invito all'Iran (che non è un paese arabo ma persiano) non è
stato gradito dai sauditi.
Divisi alla meta. Oltre alle
inimicizie geostrategiche, a dividere i convitati al vertice di
Damasco c'è anche la stessa agenda, che rispecchia la paralisi
politica del mondo arabo, incapace di parlare con una voce sola.
Oltre alle divisioni sul Libano, anche
la questione dell'accordo siglato in Yemen tra Hamas e Fatah divide i
convitati. L'accordo, poche ore dopo la firma, è stato
praticamente sconfessato dal presidente dell'Autorità
Nazionale palestinese Abu Mazen, che ha sostenuto di non aver
autorizzato la firma dell'intesa. Il presidente yemenita Saleh, con
l'appoggio dei sauditi, aveva investito molto nella mediazione e la
sua irritazione, come quella dell'Arabia Saudita, per il dietrofront
di Mazen è palpabile. Ultimo punto all'ordine del giorno, la
questione dei rifugiati iracheni. La Giordania e la Siria hanno
pagato, praticamente da sole, il peso di milioni di sfollati che, per
forza di cose, hanno messo in crisi due paesi che hanno già i
loro problemi. Chiederanno agli altri stati arabi di farsi carico
economicamente della tragedia irachena, ma non sarà facile.