29/03/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Il 6 marzo scorso, centinaia di migliaia di persone scesero in piazza a Bogotà  e in molte altre città colombiane contro il terrorismo di Stato. Tra loro anche ex-ostaggi delle Farc e i familiari dei sequestrati ancora in mano alla guerriglia, a cominciare dalla famiglia di Ingrid Betancourt, la franco-colombiana ostaggio Farc da sei anni. Dopo quel giorno, quattro degli organizzatori della manifestazione sono stati assassinati. Altri due sono stati sequestrati e tutti gli altri minacciati, a partire da Iván Cepeda del Movice, associazione delle vittime di Stato, in quaranta hanno ricevuto minacce di morte: "Vi colpiremo uno a uno e non permetteremo alla società civile colombiana di alzare la testa". E, da quanto emerso oggi, altri quattro sono stati ammazzati. Si tratta di quattro indigeni Awa, anche loro in prima linea nel Movice e nella marcia del 6 marzo.


Marcia del 6 di marzo a Bogota contro il paramilitarsimo e i crimini di Stato. Foto di Niccolò CelestiLa Colombia sta vivendo una situazione gravissima. Gli ultimi dati ci descrivono freddamente un paese con 4 milioni di sfollati interni, oltre 300mila morti, 15mila desaparecidos e il 40 percento di persone sotto la soglia di povertà. Per non parlare della mancanza di rispetto del diritto alla salute e all'istruzione.
La violenza, nel paese andino, viaggia su vari fronti, prediligendo spesso binari sporchi e striscianti, che scorrono sotto la cenere della normalità. Migliaia i minacciati di morte, i torturati, i rapiti, gli omicidi mirati: 70 sindacalisti nel solo 2007.
E dietro queste violenze non ci sono sempre e soltanto i guerriglieri rivoluzionari, comodo capro espiatorio di ogni vergogna. Dai racconti di contadini, allevatori, coltivatori, maestri di scuola, commercianti, la gente semplice delle aree rurali, le più martoriate, emerge un'altra verità.
 
Marcia del 6 di marzo a Bogota contro il paramilitarsimo e i crimini di Stato. Foto di Niccolò CelestiL'altra verità. Le Farc ci sono, combattono, e negli scontri a fuoco con i governativi non guardano in faccia nessuno, nemmeno i civili; le Farc disseminano mine antiuomo, perché il fine ultimo, rovesciare il potere costituito, mette cinicamente in conto anche vittime innocenti; le Farc fucilano dopo processi sommari chiunque sia sospettato di collaborazionismo, gente comune, padri di famiglia, chiunque mini la causa rivoluzionaria; le Farc rapiscono chi, a loro modo di vedere, è connivente con il potere costituito. E le Farc si servono del narcotraffico per finanziare una guerra caparbia e con poche via d'uscita. Ma le Farc, e lo dicono i colombiani che ci convivono da decenni, non ammazzano per il piacere di uccidere, non costringono a sfollare interi villaggi per impadronirsi di terreni ricchi da svendere alle multinazionali, non uccidono i sindacalisti e chiunque lotti per la difesa dei diritti umani. A quello ci pensano gli altri. Gli abitanti di quelle sperdute campagne raramente hanno qualcosa da denunciare contro la guerriglia, è un dato di fatto. Ma tutti gridano, piangono e si disperano per i crimini silenziosi ed efferati di militari e, ancor più, di paramilitari. Per la crudeltà dello Stato, del loro Stato colombiano.
 
Marcia del 6 di marzo a Bogota contro il paramilitarsimo e i crimini di Stato. Foto di Niccolò CelestiGuerra sporca. I paramilitari sono il braccio armato dello Stato, quello destinato a fare il lavoro sporco, la guerra sucia ideata per sgomberare il cammino da chi si oppone, chi denuncia, chi lotta per cambiare le cose. A portarla a termine personaggi senza scrupoli, pagati per uccidere.
Questi, adesso, hanno cambiato nome, ma non fini e mezzi. Non sono più le Auc, Autodefensas Unidas de Colombia, che ufficialmente hanno deposto le armi, ma le Aguilas Negras, o chi per loro.

Marcia del 6 di marzo a Bogota contro il paramilitarsimo e i crimini di Stato. Foto di Niccolò CelestiL'appello. Ma adesso la società civile colombiana chiede le dimissioni del braccio destro del presidente Ãlvaro Uribe, José Obdulio Gaviria, che aveva tacciato le centinaia di associazioni per i diritti umani in piazza il 6 marzo come sostenitrici delle Farc, quindi filo-terroristi. Ma chi parla, come del resto il 35 percento del parlamento colombiano, è accusato di essere parte integrante del paramilitarismo e, quindi, del narcotraffico.
Nasce così l'appello per appoggiare le associazioni per i diritti umani colombiane ed esigere che i governi dell'Unione Europea e dell'America latina facciano pressione sul governo colombiano per mettere fine a questa vergogna.
Dall'Italia al Canada. Dalla Svezia all'Argentina. Da Don Luigi Ciotti e Alex Zanotelli a Noam Chomsky, da Beppe Grillo a Frei Betto, dallo scopritore degli archivi del piano Condor in Paraguay, Martí­n Almada, a Gianni Minà: insieme per squarciare il velo di silenzio che soffoca la Colombia. Intellettuali, artisti, o semplicemente persone sensibili, si stanno mobilitando per gridare al mondo la loro grande preoccupazione per quanto sta accadendo in Colombia, un paese martoriato da un conflitto interno ultraquarantennale, dove chi semina la pace lo fa a scapito della vita
 
TESTO INTEGRALE DELL'APPELLO. ADERITE! 
 
I promotori, oltre a Peacereporter, sono lo storico Gennaro Carotenuto lo scrittore Guido Piccoli e l'attivista Annalisa Melandri, contro il silenzio e la disinformazione.
  

Stella Spinelli

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