scritto per noi da
Gianluca Ursini

Virginia Siragusa è una delle italiane sopravvissute allo tsunami in Sri Lanka.
Nelle sue parole c’è il sollievo per essere tornata viva dopo aver "pensato che
fosse finita", ma il sentimento dominante è la rabbia. "Questa tragedia si poteva
evitare, tutti quei singalesi morti potevano essere salvati".
Virginia era partita con quattro amici il giorno di Natale; è una veterana dei
viaggi in Asia. Dopo un paio di giorni a Colombo, il gruppo si sposta a Unawatuna,
un paesino sulla costa oltre Galle, sud dell'isola. Poche capanne sulla spiaggia
in una insenatura isolata.
Questo è il suo racconto.
"La mattina del 26 mi ero svegliata presto, quando ho sentito un rumore terrificante.
Sono uscita, ho visto l'acqua arrivare sulla soglia. Dormivo con un'amica, quindi
sono corsa a svegliarla per preparare le valigie perchè credevamo ancora di poter
scappare; ma quasi subito l'acqua ha invaso la stanza, il letto galleggiava e
abbiamo capito subito che stavamo per perdere tutto. Quando mi sono ritrovata
al soffitto con l'acqua agli occhi ho trattenuto il respiro, ci siamo augurate
buona fortuna e abbiamo provato ad arrivare sott'acqua alla porta dell'abitazione.
Saranno stati dieci metri, ma avevamo perso l'orientamento. L'acqua dello tsunami
era nera di detriti e là sotto non si vedeva niente. Ho visto una luce e credevo
d'essere arrivata alla finestra, alla salvezza. Ma c'era una grata e il mio fiato
era finito."
Cos'è successo allora?
"Ho avuto un immenso colpo di fortuna: sono risalita e sono capitata in un buco
nel soffitto: ci ho infilato la testa e nel controsoffitto c'era aria! Anche la
mia amica, poco più in là, era riemersa da un pertugio simile. Da lì siamo riuscite
ad arrivare al tetto e buttarci giù."
Molto rischioso..
"Infatti il riflusso ci stava per trascinare in mare, dove saremmo morte. Dobbiamo
la vita a dei ragazzi singalesi: mi hanno afferrata per i capelli e portata fino
ad una cancellata molto alta cui mi sono aggrappata. Li ho visti salvare una quantità
incredibile di gente in tre quarti d'ora. Bisogna pensare che tutti avevano il
terrore di una seconda onda, che di fatto è arrivata un'ora e mezza dopo. Ma in
quei minuti c'era il terrore che arrivasse da un momento all'altro, era molto
coraggioso rimanere vicino la spiaggia. Loro, e alcuni turisti, non ci hanno pensato
un attimo.."
E i vostri amici?
"Non ne sapevamo nulla finchè non li abbiamo visti al primo punto di ritrovo;
loro dormivano quando è arrivata l'onda, ma sul loro lato i muri hanno ceduto
e si sono trovati in mezzo ai flutti; invece della famiglia che ci ospitava -
erano in cinque - sono morti tutti. Terribile, come per tutti gli altri del villaggio.."
Tutti singalesi?
"Dopo i soccorritori ci hanno detto che la loro condanna è stata che quasi nessuno
sapeva nuotare, il che in un villaggio di pescatori può sembrare strano; ma lì
quasi nessuno sa nuotare. A me sembrava impossibile, ma in realtà bisogna pensare
che quel mare è pericoloso e nessuno ci entra. Passare la barriera corallina vuol
dire morire per gli squali o le correnti. Ma questa circostanza deve far capire
come sarebbe stato possibile evitare questo disastro: il punto di raccolta dove
abbiamo passato i giorni seguenti era a 30 metri dalla riva.."
Dopo quanto tempo sono arrivati i soccorsi?
"Già dal primo giorno degli elicotteri inglesi sorvolavano la zona, ma non riuscivano
ad atterrare vicino al nostro punto di raccolta.. era un hotel di lusso, l'unico
in piedi sulla spiaggia, in cui ci siamo radunati in 300; ci siamo autogestiti
per affrontare l'emergenza. Una ventina di ragazzi si è incaricata dell'organizzazione.
Il primo giorno hanno improvvisato con bastoni e lenzuola delle barelle con cui
hanno portato i feriti più gravi agli elicotteri. Il secondo giorno è arrivato
anche un funzionario dell'alto commissariato Onu per i rifugiati che ha fatto
un conto di morti e dispersi.
Tra di noi ci organizzavamo in gruppi per andare a prendere acqua alle fonti
o altre spedizioni fuori dal resort. La decisione più grave è stata cosa fare
dei cadaveri. Dopo aver consultato i militari dei soccorsi si è deciso per la
cremazione, una scelta dolorosa. Siamo rimasti lì due giorni, poi sono arrivati
i soccorsi internazionali; è venuto un funzionario della nostra protezione civile
che ha portato noi sei italiani a Galle in furgoncino, da dove siamo andati a
Colombo per imbarcarci verso l'Italia".
Finalmente il ritorno a casa.
"Mi rimane una grande rabbia per tutti quei morti singalesi che si potevano evitare.
loro sono un popolo meraviglioso. Con tutto quel che stavano passando, ognuno
di loro che aveva un morto da piangere in famiglia, hanno sempre mantenuto il
sorriso, anche nelle maggiori difficoltà. Adesso non ho la testa per pensare a
quel che mi è successo, noi turisti eravamo quasi tutti ai piani alti degli edifici,
ci sono state pochissime vittime tra gli occidentali; è il pensiero del disastro
che ha colpito loro la costa che mi fa più male.”