18/01/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Virginia e la rabbia per i singalesi che non sono stati salvati
scritto per noi da
Gianluca Ursini
 
spiaggia di Unawatuna, Sri LankaVirginia Siragusa è una delle italiane sopravvissute allo tsunami in Sri Lanka. Nelle sue parole c’è il sollievo per essere tornata viva dopo aver "pensato che fosse finita", ma il sentimento dominante è la rabbia. "Questa tragedia si poteva evitare, tutti quei singalesi morti potevano essere salvati".
Virginia era partita con quattro amici il giorno di Natale; è una veterana dei viaggi in Asia. Dopo un paio di giorni a Colombo, il gruppo si sposta a Unawatuna, un paesino sulla costa oltre Galle, sud dell'isola. Poche capanne sulla spiaggia in una insenatura isolata.
 
Questo è il suo racconto.
"La mattina del 26 mi ero svegliata presto, quando ho sentito un rumore terrificante. Sono uscita, ho visto l'acqua arrivare sulla soglia. Dormivo con un'amica, quindi sono corsa a svegliarla per preparare le valigie perchè credevamo ancora di poter scappare; ma quasi subito l'acqua ha invaso la stanza, il letto galleggiava e abbiamo capito subito che stavamo per perdere tutto. Quando mi sono ritrovata al soffitto con l'acqua agli occhi ho trattenuto il respiro, ci siamo augurate buona fortuna e abbiamo provato ad arrivare sott'acqua alla porta dell'abitazione. Saranno stati dieci metri, ma avevamo perso l'orientamento. L'acqua dello tsunami era nera di detriti e là sotto non si vedeva niente. Ho visto una luce e credevo d'essere arrivata alla finestra, alla salvezza. Ma c'era una grata e il mio fiato era finito."

Cos'è successo allora?
"Ho avuto un immenso colpo di fortuna: sono risalita e sono capitata in un buco nel soffitto: ci ho infilato la testa e nel controsoffitto c'era aria! Anche la mia amica, poco più in là, era riemersa da un pertugio simile. Da lì siamo riuscite ad arrivare al tetto e buttarci giù."
 
Molto rischioso..
"Infatti il riflusso ci stava per trascinare in mare, dove saremmo morte. Dobbiamo la vita a dei ragazzi singalesi: mi hanno afferrata per i capelli e portata fino ad una cancellata molto alta cui mi sono aggrappata. Li ho visti salvare una quantità incredibile di gente in tre quarti d'ora. Bisogna pensare che tutti avevano il terrore di una seconda onda, che di fatto è arrivata un'ora e mezza dopo. Ma in quei minuti c'era il terrore che arrivasse da un momento all'altro, era molto coraggioso rimanere vicino la spiaggia. Loro, e alcuni turisti, non ci hanno pensato un attimo.."
 
cartina dello Sri LankaE i vostri amici?
"Non ne sapevamo nulla finchè non li abbiamo visti al primo punto di ritrovo; loro dormivano quando è arrivata l'onda, ma sul loro lato i muri hanno ceduto e si sono trovati in mezzo ai flutti; invece della famiglia che ci ospitava - erano in cinque - sono morti tutti. Terribile, come per tutti gli altri del villaggio.."
 
Tutti singalesi?
"Dopo i soccorritori ci hanno detto che la loro condanna è stata che quasi nessuno sapeva nuotare, il che in un villaggio di pescatori può sembrare strano; ma lì quasi nessuno sa nuotare. A me sembrava impossibile, ma in realtà bisogna pensare che quel mare è pericoloso e nessuno ci entra. Passare la barriera corallina vuol dire morire per gli squali o le correnti. Ma questa circostanza deve far capire come sarebbe stato possibile evitare questo disastro: il punto di raccolta dove abbiamo passato i giorni seguenti era a 30 metri dalla riva.."
 
Dopo quanto tempo sono arrivati i soccorsi?
"Già dal primo giorno degli elicotteri inglesi sorvolavano la zona, ma non riuscivano ad atterrare vicino al nostro punto di raccolta.. era un hotel di lusso, l'unico in piedi sulla spiaggia, in cui ci siamo radunati in 300; ci siamo autogestiti per affrontare l'emergenza. Una ventina di ragazzi si è incaricata dell'organizzazione. Il primo giorno hanno improvvisato con bastoni e lenzuola delle barelle con cui hanno portato i feriti più gravi agli elicotteri. Il secondo giorno è arrivato anche un funzionario dell'alto commissariato Onu per i rifugiati che ha fatto un conto di morti e dispersi.
Tra di noi ci organizzavamo in gruppi per andare a prendere acqua alle fonti o altre spedizioni fuori dal resort. La decisione più grave è stata cosa fare dei cadaveri. Dopo aver consultato i militari dei soccorsi si è deciso per la cremazione, una scelta dolorosa. Siamo rimasti lì due giorni, poi sono arrivati i soccorsi internazionali; è venuto un funzionario della nostra protezione civile che ha portato noi sei italiani a Galle in furgoncino, da dove siamo andati a Colombo per imbarcarci verso l'Italia".

Finalmente il ritorno a casa.

"Mi rimane una grande rabbia per tutti quei morti singalesi che si potevano evitare. loro sono un popolo meraviglioso. Con tutto quel che stavano passando, ognuno di loro che aveva un morto da piangere in famiglia, hanno sempre mantenuto il sorriso, anche nelle maggiori difficoltà. Adesso non ho la testa per pensare a quel che mi è successo, noi turisti eravamo quasi tutti ai piani alti degli edifici, ci sono state pochissime vittime tra gli occidentali; è il pensiero del disastro che ha colpito loro la costa che mi fa più male.”
Categoria: Popoli, Ambiente
Luogo: Sri Lanka
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