Da giorni si rincorrono notizie di
incidenti fra forza pubblica e guerriglieri delle Farc a Toribio,
cuore del territorio indigeno dei Nasa nel Nord del Cauca. A
raccontarci cosa sia realmente successo è Arquímedes
Vitonás Noscué, ex sindaco di Toribio, uomo carismatico
e molto amato, che nel 2004 fu rapito dalle Farc e poi rilasciato
grazie all'intervento della guardia indigena dei Nasa.
I Nasa sono un popolo originario di
quelle terre. Basano la loro esistenza sulla ricerca dell'armonia fra
uomo e natura, rifiutando ogni forma di violenza e pretendendo di
salvaguardare la loro cultura ancestrale, imponendosi un costruttivo
rapporto con la contemporaneità. Così hanno detto no a
ogni attore armato del conflitto colombiano e si impongono una vita
pacifica. La loro guardia, infatti, è armata solo di un
bastone ornato di nastri colorati, simbolo di non violenza e
resistenza disarmata. Grazie alla loro arte diplomatica e alla loro
coerenza, la guerriglia tenta di rispettarli e l'esercito o la
polizia sono costretti a usare guanti di velluto. Quasi sempre. La
scorsa settimana, infatti, sono successi fatti molto gravi che hanno
fatto ripiombare i Nasa in un clima di tensione e paura.
Scritto per noi da
Arquímedes.
Vitonás Noscué

Domenica, l'esercito nazionale è
arrivato fino al villaggio La Maria, nel risguardo indigeno di
Tacueyo, municipio di Toribio. Erano stati indirizzati lì da
un guerrigliero che aveva appena disertato dalle Farc. Così
sono riusciti a individuare due abitazioni che la guerriglia usava
per assemblare bombe artigianali, in totale 1300. I
militari sono arrivati alle dieci della mattina e hanno circondato le
case. La gente del vicinato si è precipitata fuori,
prevedendo uno scontro imminente.
Il blitz. Un attimo e l'esercito aveva forzato una delle due
case. Non c'era nessuno. Solo le bombe. In tutta fretta se ne sono
andati e l'ultimo ha appiccato il fuoco. L'esplosione è stata
potentissima. E' vero che le bombe erano nascoste sotto un'incerata,
ma non possono non averle viste. Sapevano e l'hanno fatta a posta.
Non solo la casa delle Farc è stata rasa al suolo, ma altre
dieci case dei dintorni sono state gravemente danneggiate.
La gente che vive lì dice
di non sapere niente circa la presenza di bombe in quella che pareva
una normale casa di una famiglia qualsiasi.
Pagano i civili. Il giorno dopo, lunedì,
l'esercito ha dato alle fiamme un'altra casa abbandonata dove era
nascosto il macchinario che serve per fabbricare le bombe. Ma in questa incursione
violenta
dell'esercito a caccia della guerriglia sono rimasti feriti molti
civili e uno è morto. Perché? L'esplosione di una
granata che le Farc avevano posizionato per colpire i militari. È
scoppiata quando ormai non c'era più l'ombra di una divisa
governativa e ci ha rimesso la gente comune.
Dito puntato. Davanti a questi fatti non resta che
cercare di fare aprire gli occhi almeno ai miliziani della
guerriglia, i civili che aiutano le Farc nella loro strategia
di guerra. Sono degli irresponsabili a maneggiare bombe del genere, a
prendersi la briga di imboscarle, di tenerle sott'occhio magari
nascondendole nelle stesse case dove vivono con moglie e figli. È
da pazzi. E cosa dire alla forza pubblica? Come si può dare
fuoco a una casa zeppa di esplosivo? È chiaro che a rimetterci
è l'intero paese.
Manca il rispetto per la vita altrui,
per la vita di persone che non hanno niente a che vedere con questa
loro guerra. Devono rispettare i diritti umani e il diritto
internazionale umanitario.
Effetti collaterali. Grazie a questi nuovi episodi, adesso
trecento persone, bambini, giovani, donne, anziani sono stati
costretti a lasciare tutto, a sfollare, rifugiandosi nel centro
permanente di incontro allestito nel villaggio El Damian, dove la
nostra guardia indigena e il Cabildo degli indigeni hanno costruito
un alloggio temporaneo. Adesso c'è paura. Che i soldati
tornino appiccando incendi indiscriminati con la scusa di scovare i
nascondigli delle Farc, che altre bombe siano nascoste nei luoghi più
impensati, o che ci sia un vero e proprio scontro con la forza
pubblica, come già si è verificato in passato. E infine
c'è il timore delle rappresaglie, di violenze gratuite con
l'accusa che tutti appoggiamo la guerriglia, che tutti siamo
guerriglieri.
Ecco cosa sta succedendo a Toribio.