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La rivendicazione. Per la compagnia, pur riconoscendo che i depositi di idrocarburi costituiscono
un “patrimonio comune dell'umanità”, la regione artica ha bisogno di un “gestore
principale” privato, che possa mettersi a capo di un consorzio internazionale
di società petrolifere interessate a spartirsi le risorse in modo equo. Mentre
il governo canadese ha già definito “priva di valore legale” l'uscita della “Artic
Oil & Gas”, nelle sue ricerche la compagnia si è avvalsa anche degli studi
di uno scienziato canadese che ha confermato la presenza di strati rocciosi “estremamente
ricchi” di idrocarburi, sotto il ghiaccio artico.
Conflitti da risolvere. Tutti i Paesi che si affacciano sulla regione artica (Usa, Russia, Canada, Norvegia
e Danimarca, grazie alla Groenlandia) reclamano un proprio diritto per una parte
più o meno grande dell'area. La spartizione delle ricchezze promette di essere
una lotta, anche se solo legale. La Convenzione Onu sul diritto marittimo (Unclos)
stabilisce una “zona economica esclusiva” (Eez) per ogni Paese entro 200 miglia
nautiche dalla costa. Risulta però più complesso calcolare l'ampiezza della “piattaforma
continentale”, ovvero il prolungamento sottomarino della costa, che per la Unclos
costituisce la fascia successiva alla Eez di ogni Stato. Come in ogni corsa all'oro,
si scontrano interessi contrapposti. Recentemente se n'è accorta anche l'Unione
europea, che in un rapporto ha menzionato le “potenziali conseguenze per la stabilità
internazionale e gli interessi di sicurezza dell'Europa” a causa dei cambiamenti
nelle “dinamiche geo-strategiche della regione”.Alessandro Ursic