18/01/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Tagiki, uzbechi e hazara: tutti protestano contro il nuovo governo di Hamid Karzai

I resti carbonizzati di tre camion militari e di un’autogrù dell’esercito statunitense sono ancora lì, nel villaggio di montagna di Dashtak, nel nordest dell’Afghanistan, dove  la sera di venerdì 14 gennaio sono stati dati alle fiamme dalla gente del posto in segno di protesta. I mezzi Usa avevano risalito la stretta gola del Panjshir, feudo dei mujahedin tagiki del defunto comandante Ahmad Shah Massoud, per farsi consegnare gli armamenti pesanti secondo il piano di disarmo delle milizie locali appena avviato dal governo afgano.

Armamenti mujahedin in Panjshir La rivolta del Panjshir. Dopo settimane di negoziati, domenica 9 gennaio il ministero della Difesa afgano ha deciso di dare il via allo smantellamento dell’arsenale che i mujahedin custodiscono gelosamente in questa regione: carri armati, lanciarazzi, artiglieria che furono usati contro i sovietici negli anni Ottanta e contro i talebani nei Novanta. E soprattutto, le armi fornite dagli stessi  statunitensi nel 2001. Ora quelle armi, così è stato deciso a Kabul e a Washington, devono tornare nelle mani del governo centrale. Ma i comandanti del Panjshir non sono d’accordo. E lo hanno dimostrato venerdì scorso, lasciando che i quattro mezzi Usa venissero bruciati dalle loro milizie. Fin dal 10 gennaio i mujahedin tagiki avevano minacciato di bloccare la valle per impedire l’accesso ai mezzi militari governativi.
“Abbiamo sottratto queste armi ai russi e ai talebani al prezzo del nostro sangue – ha dichiarato Mohammad Qayoum, un comandante locale – e ora il governo ce le vuole sottrarre senza nemmeno pagarci delle indennità, come ci era stato promesso”.

Il generale Dostum Le minacce di Dostum. Ma non è solo in Panjshir che il neonato governo di Karzai, uscito dalle elezioni dello scorso 9 ottobre, sta incontrando gravi difficoltà.
Nelle province del nord, abitate dalla minoranza uzbeca e feudo del generale Dostum, tira aria di secessione. Questo signore della guerra, uscito sconfitto dalle elezioni presidenziali e dalla spartizione delle poltrone ministeriali, ha chiamato la sua gente a protestare contro il governo. Migliaia di persone sono scese nelle strade di Mazar-i-Sharif, Shebergan e Faryab, minacciando l’istituzione di un governo autonomo del nord se Kabul non accetterà le richieste di maggior rappresentanza della minoranza uzbeca. 
Di spontaneo in queste manifestazioni popolari probabilmente c'è poco, tenuto conto del clima di terrore in cui da quelle parti vive chi osa disconoscere l’autorità di Dostum. Molti abitanti dei villaggi nel nord della provincia di Faryab hanno denunciato di essere vittime di rappresaglie da parte degli uomini di Dostum per aver votato per Karzai: case saccheggiate, arresti, estorsioni, pestaggi e minacce.
Proteste anti-governative potrebbero presto esplodere anche nelle città delle province centrali dell’Afghanistan, il cosiddetto Hazarajat, i territori della minoranza hazara. Il locale uomo forte, Mohammad Mohaqeq, anch’egli candidato sconfitto alle elezioni, ha minacciato di portare nelle piazze di Bamiyan i suoi fedelissimi per protestare contro il governo, accusato di non occuparsi a sufficienza dello sviluppo della loro provincia.

Il leader hazara MohaqiqE Karzai apre ai talebani. Quasi sicuramente queste azioni dimostrative (Panjshir) e queste proteste fatte (province uzbeche) o minacciate (Hazarajat) non avranno esiti gravi, costituendo uno strumento di pressione sul governo usato dai potenti locali per difendere il loro potere, per opporsi a un processo di accentramento politico del tutto estraneo alla tradizione sociale e culturale afgana. Un accentramento che sta creando scontento tra le varie fazioni (tagica, uzbeca, hazara) dell’ex Alleanza del Nord che ha combattuto i talebani pashtun e che ora si sente minacciata da un governo che è ancora dominato dalla maggioranza pashtun e si mostra sempre più propenso a trattare con i talebani che ancora controllano vaste aree nel sud del paese, come confermano i numerosi incontri avvenuti tra Hamid Karzai ed ex gerarchi del regime talebano. E la notizia sulla scarcerazione di un’ottantina di prigionieri di guerra talebani che erano detenuti nella base Usa di Bagram: un gesto conciliante verso i talebani cui sembra ne seguiranno di simili nei prossimi mesi, mesi di campagna elettorale per le elezioni parlamentari, previste per maggio. 

Enrico Piovesana

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