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I resti carbonizzati di tre camion militari e di un’autogrù dell’esercito statunitense
sono ancora lì, nel villaggio di montagna di Dashtak, nel nordest dell’Afghanistan,
dove la sera di venerdì 14 gennaio sono stati dati alle fiamme dalla gente del posto
in segno di
protesta. I mezzi Usa avevano risalito la stretta gola del Panjshir, feudo dei
mujahedin tagiki del defunto comandante Ahmad Shah Massoud, per farsi consegnare
gli armamenti pesanti secondo il piano di disarmo delle milizie locali appena
avviato dal governo afgano.
La rivolta del Panjshir.
Dopo settimane di negoziati, domenica 9 gennaio il ministero della
Difesa afgano ha deciso di dare il via allo smantellamento
dell’arsenale che i mujahedin custodiscono gelosamente in questa
regione: carri armati, lanciarazzi, artiglieria che furono usati contro
i sovietici negli anni Ottanta e contro i talebani nei Novanta. E
soprattutto, le armi fornite dagli stessi statunitensi nel 2001.
Ora quelle armi, così è stato deciso a Kabul e a Washington, devono
tornare nelle mani del governo centrale. Ma i comandanti del Panjshir
non sono d’accordo. E lo hanno dimostrato venerdì scorso, lasciando che
i quattro mezzi Usa venissero bruciati dalle loro milizie. Fin dal 10
gennaio i mujahedin tagiki avevano minacciato di bloccare la valle per
impedire l’accesso ai mezzi militari governativi.
“Abbiamo sottratto queste armi ai russi e ai talebani al prezzo del nostro sangue
– ha dichiarato Mohammad Qayoum, un comandante locale – e ora il governo ce le
vuole sottrarre senza nemmeno pagarci delle indennità, come ci era stato promesso”.
Le minacce di Dostum. Ma non è solo in Panjshir che il neonato governo di Karzai, uscito dalle elezioni
dello scorso 9 ottobre, sta incontrando gravi difficoltà.
Nelle province del nord, abitate dalla minoranza uzbeca e feudo del generale
Dostum, tira aria di secessione. Questo signore della guerra, uscito sconfitto
dalle elezioni presidenziali e dalla spartizione delle poltrone ministeriali,
ha chiamato la sua gente a protestare contro il governo. Migliaia di persone sono
scese nelle strade di Mazar-i-Sharif, Shebergan e Faryab, minacciando l’istituzione
di un governo autonomo del nord se Kabul non accetterà le richieste di maggior
rappresentanza della minoranza uzbeca.
Di spontaneo in queste manifestazioni popolari probabilmente c'è poco, tenuto
conto del clima di terrore in cui da quelle parti vive chi osa disconoscere l’autorità
di Dostum. Molti abitanti dei villaggi nel nord della provincia di Faryab hanno
denunciato di essere vittime di rappresaglie da parte degli uomini di Dostum per
aver votato per Karzai: case saccheggiate, arresti, estorsioni, pestaggi e minacce.
Proteste anti-governative potrebbero presto esplodere anche nelle città delle
province centrali dell’Afghanistan, il cosiddetto Hazarajat, i territori della
minoranza hazara. Il locale uomo forte, Mohammad Mohaqeq, anch’egli candidato
sconfitto alle elezioni, ha minacciato di portare nelle piazze di Bamiyan i suoi
fedelissimi per protestare contro il governo, accusato di non occuparsi a sufficienza
dello sviluppo della loro provincia.
E Karzai apre ai talebani.
Quasi sicuramente queste azioni dimostrative (Panjshir) e queste
proteste fatte (province uzbeche) o minacciate (Hazarajat) non avranno
esiti gravi, costituendo uno strumento di pressione sul governo usato
dai potenti locali per difendere il loro potere, per opporsi a un
processo di accentramento politico del tutto estraneo alla tradizione
sociale e culturale afgana. Un accentramento che sta creando scontento
tra le varie fazioni (tagica, uzbeca, hazara) dell’ex Alleanza del Nord
che ha combattuto i talebani pashtun e che ora si sente minacciata da
un governo che è ancora dominato dalla maggioranza pashtun e si
mostra sempre più propenso a trattare con i talebani che ancora
controllano vaste aree nel sud del paese, come confermano i numerosi
incontri avvenuti tra Hamid Karzai ed ex gerarchi del regime talebano.
E la notizia sulla scarcerazione di un’ottantina di prigionieri di
guerra talebani che erano detenuti nella base Usa di Bagram: un gesto
conciliante verso i talebani cui sembra ne seguiranno di simili nei
prossimi mesi, mesi di campagna elettorale per le elezioni
parlamentari, previste per maggio.
Enrico Piovesana