I tre contractors Usa rapiti dalle Farc offrono i diritti della loro storia a Oliver Stone
Cinque anni, un mese e 13 giorni.
Questo è il tempo che Thomas Howell, Marc Gonsalves e Keith
Stansell hanno finora trascorso nella selva colombiana, sotto
l'occhio vigile dei loro carcerieri, i guerriglieri delle Forze
armate rivoluzionarie della Colombia. E chissà quanto altro ne
dovrà passare. I tre contractors del Pentagono, rapiti
quando l'aereo su cui viaggiavano precipitò in zona Farc, sono
fra quei 40 prigionieri politici appesi a quell'accordo umanitario
che le parti in causa, governo e Farc, si rimpallano in un colpevole
gioco al rialzo. E intanto, il tempo passa, inesorabile, e le loro
vite restano sospese in una non vita. Non cedere a disperazione e
assenza di prospettive è la sfida quotidiana, la più
difficile. E i tre giovani hanno trovato a cosa pensare per non
lasciarsi sopraffare: concretizzare un progetto, un sogno. Semmai
verranno rilasciati.
L'idea. Coscienti di vivere un dramma che
avrebbe molti spunti per un film, hanno pensato di mettersi
d'accordo per vendere congiuntamente i diritti della loro storia a
qualche regista famoso. E, dopo lunghe discussioni, hanno siglato un
patto e hanno individuato la persona che secondo loro avrebbe potuto
essere l'uomo giusto. Il nome è uscito unanime: il
connazionale Olvier Stone.
Testimoni. Secondo quanto ha riportato il
settimanale colombiano Semana, Thomas Howes, Marc Gonsalves e
Keith Stansell “da sempre depressi per la loro condizione di
prigionia, un giorno apparvero particolarmente allegri,
abbracciandosi in maniera molto inusuale. Quando (i compagni di
prigionia) chiesero loro cosa stesse accadendo, i tre raccontarono
che finalmente si erano accordati su come gestire i diritti sulla
storia del loro sequestro una volta riacquistata la libertà”.
A dare questa versione dei fatti, i tre congressisti, Gloria Polanco,
Orlando Beltran, Eduardo Gechem, liberati lo scorso 27 febbario, e
testimoni a quanto pare dell'accordo fra i tre prigionieri
statunitensi. Secondo Semana, infatti, i tre giovani statunitensi
“hanno sottoscritto un atto che stabilisce che nessuno dei tre
potrà vendere la storia individualmente. E lo hanno firmato
alla presenza di testimoni”.
Reazioni. Un episodio che risalirebbe a prima del
10 gennaio, giorno in cui vennero liberate unilateralmente dalle
Farc Clara Rojas e Consuelo Gonzales, e giorno in cui atterrò
a Villavicencio, un aereo zeppo di internazionali che facevano parte
della commissione per la liberazione. Fra questi, proprio il regista
Usa, autore di film discussi come quello su Fidel Castro o Arafat. La
notizia della presenza del regista fece presto il giro del mondo,
arrivando anche alle orecchie dei prigionieri della selva, scatenando
una reazione di sconforto proprio nei tre nordamericani: “Adesso
farà il film per Chavez e noi non guadagneremo neanche un
peso”, sbottò uno dei tre.
Timori per adesso infondati, dato che
l'allettante proposta firmata sui monti colombiani pare sia stata
consegnata al regista, il quale ancora non ha rilasciato nessuna
dichiarazione in merito. È comunque certo che l'interesse di
Stone per la Colombia e il suo dramma stia concretizzandosi in
riprese e studi.
Quel che resta. Al di là di documentari e
pellicole, comunque, resta il fatto che ancora 40 dei 45 ostaggi
politici sono in mano alla guerriglia e che nessun concreto passo
avanti è stato fatto verso il famoso scambio umanitario, che
vede governo e Farc sterilmente fermi sulle loro posizioni.
Gli unici spiragli sono arrivati
dall'estero: Hugo Chavez è riuscito a mediare con la
guerriglia a tal punto da ottenere la liberazione unilaterale di 5
ostaggi, e la Francia di Nicolas Sarkozy non ha mai smesso di
lavorare con serietà per riportare a casa Ingrid Betancourt,
la franco-colombiana ex candidata alla presidenza rapita nel febbraio
2002.
Importante novità. L'ex congressista Luis Eladio Pérez,
rilasciato il 27 febbraio, è volato fino a Parigi per
discutere con il governo francese del piano di liberazione che ha
ideato nei lunghi anni di prigionia. Due i punti cardine: la
contrattazione con le Farc dovranno essere gestite direttamente dall'Eliseo e
lo
scambio fisico fra i prigionieri politici e i guerriglieri nelle
carceri di stato dovranno tenersi in Guyana Francese o in Martinica,
territori francesi d'oltremare.
Quello portato avanti da Pérez è
un plan che già
avrebbe ricevuto l'approvazione delle Farc: 500 guerriglieri per 40
prigionieri, compresi i 3 statunitensi.
Adesso
a Pérez non resta che incontrare Uribe e Chavez per limare i
dettagli.
“Sono
fiducioso”, ripete. Nonostante l'ala militare delle Farc resti
contraria a una negoziazione politica con l'attuale presidente
colombiano, Alvaro Uribe, Pérez crede ciecamente nella volontà
della guerriglia di negoziare una soluzione diplomatica. Ed è
persino convinto che Uribe cederà. “Credo che accetterà
la volontà politica di riconoscere le Farc come forza
belligerante, condizione indispensabile per permettere un accordo fra
prigionieri di guerra, militari e poliziotti contro guerriglieri”,
ha dichiarato il parlamentare. Un accettazione, quella di Uribe, che
dovrebbe includere anche l'eliminazione delle Farc dalla lista delle
organizzazioni terroristiche e l'esilio in Francia dei guerriglieri,
due condizioni su cui il presidente colombiano si è sempre
caparbiamente attaccato.
Che il cerchiobottismo faccia
miracoli? Ma Pérez dà
anche un colpo alla botte, eliminando anche la condizione tanto
bramata dalla guerriglia, ossia la zona smilitarizzata, i due comuni
che da tempo le Farc pretendono come garanzia per uno scambio di
prigionieri in sicurezza. “Presidente Uribe – ha dichiarato - mi
dia i guerriglieri incarcerati, i grandi, non i piccoli, quelli che
interessano alle Farc. Faremo direttamente lo scambio fra la Francia
e la guerriglia. Non c'è necessità della zona
smilitarizzata”, quindi un altro colpetto al cerchio: “come non
c'è bisogno che i guerriglieri giurino sulla Bibbia che non
torneranno a combattere dopo la liberazione”, come invece
pretendeva Uribe.