15/04/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



I tre contractors Usa rapiti dalle Farc offrono i diritti della loro storia a Oliver Stone
Cinque anni, un mese e 13 giorni. Questo è il tempo che Thomas Howell, Marc Gonsalves e Keith Stansell hanno finora trascorso nella selva colombiana, sotto l'occhio vigile dei loro carcerieri, i guerriglieri delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia. E chissà quanto altro ne dovrà passare. I tre contractors del Pentagono, rapiti quando l'aereo su cui viaggiavano precipitò in zona Farc, sono fra quei 40 prigionieri politici appesi a quell'accordo umanitario che le parti in causa, governo e Farc, si rimpallano in un colpevole gioco al rialzo. E intanto, il tempo passa, inesorabile, e le loro vite restano sospese in una non vita. Non cedere a disperazione e assenza di prospettive è la sfida quotidiana, la più difficile. E i tre giovani hanno trovato a cosa pensare per non lasciarsi sopraffare: concretizzare un progetto, un sogno. Semmai verranno rilasciati.

i tre contractors usaL'idea. Coscienti di vivere un dramma che avrebbe molti spunti per un film, hanno pensato di mettersi d'accordo per vendere congiuntamente i diritti della loro storia a qualche regista famoso. E, dopo lunghe discussioni, hanno siglato un patto e hanno individuato la persona che secondo loro avrebbe potuto essere l'uomo giusto. Il nome è uscito unanime: il connazionale Olvier Stone.

Testimoni. Secondo quanto ha riportato il settimanale colombiano Semana, Thomas Howes, Marc Gonsalves e Keith Stansell “da sempre depressi per la loro condizione di prigionia, un giorno apparvero particolarmente allegri, abbracciandosi in maniera molto inusuale. Quando (i compagni di prigionia) chiesero loro cosa stesse accadendo, i tre raccontarono che finalmente si erano accordati su come gestire i diritti sulla storia del loro sequestro una volta riacquistata la libertà”. A dare questa versione dei fatti, i tre congressisti, Gloria Polanco, Orlando Beltran, Eduardo Gechem, liberati lo scorso 27 febbario, e testimoni a quanto pare dell'accordo fra i tre prigionieri statunitensi. Secondo Semana, infatti, i tre giovani statunitensi “hanno sottoscritto un atto che stabilisce che nessuno dei tre potrà vendere la storia individualmente. E lo hanno firmato alla presenza di testimoni”.

Hugo ChavezReazioni. Un episodio che risalirebbe a prima del 10 gennaio, giorno in cui vennero liberate unilateralmente dalle Farc Clara Rojas e Consuelo Gonzales, e giorno in cui atterrò a Villavicencio, un aereo zeppo di internazionali che facevano parte della commissione per la liberazione. Fra questi, proprio il regista Usa, autore di film discussi come quello su Fidel Castro o Arafat. La notizia della presenza del regista fece presto il giro del mondo, arrivando anche alle orecchie dei prigionieri della selva, scatenando una reazione di sconforto proprio nei tre nordamericani: “Adesso farà il film per Chavez e noi non guadagneremo neanche un peso”, sbottò uno dei tre.
Timori per adesso infondati, dato che l'allettante proposta firmata sui monti colombiani pare sia stata consegnata al regista, il quale ancora non ha rilasciato nessuna dichiarazione in merito. È comunque certo che l'interesse di Stone per la Colombia e il suo dramma stia concretizzandosi in riprese e studi.

Quel che resta. Al di là di documentari e pellicole, comunque, resta il fatto che ancora 40 dei 45 ostaggi politici sono in mano alla guerriglia e che nessun concreto passo avanti è stato fatto verso il famoso scambio umanitario, che vede governo e Farc sterilmente fermi sulle loro posizioni.
Gli unici spiragli sono arrivati dall'estero: Hugo Chavez è riuscito a mediare con la guerriglia a tal punto da ottenere la liberazione unilaterale di 5 ostaggi, e la Francia di Nicolas Sarkozy non ha mai smesso di lavorare con serietà per riportare a casa Ingrid Betancourt, la franco-colombiana ex candidata alla presidenza rapita nel febbraio 2002.
 
 
rafael correaImportante novità. L'ex congressista Luis Eladio Pérez, rilasciato il 27 febbraio, è volato fino a Parigi per discutere con il governo francese del piano di liberazione che ha ideato nei lunghi anni di prigionia. Due i punti cardine: la contrattazione con le Farc dovranno essere gestite direttamente dall'Eliseo e lo scambio fisico fra i prigionieri politici e i guerriglieri nelle carceri di stato dovranno tenersi in Guyana Francese o in Martinica, territori francesi d'oltremare.
Quello portato avanti da Pérez è un plan che già avrebbe ricevuto l'approvazione delle Farc: 500 guerriglieri per 40 prigionieri, compresi i 3 statunitensi.
Adesso a Pérez non resta che incontrare Uribe e Chavez per limare i dettagli.
“Sono fiducioso”, ripete. Nonostante l'ala militare delle Farc resti contraria a una negoziazione politica con l'attuale presidente colombiano, Alvaro Uribe, Pérez crede ciecamente nella volontà della guerriglia di negoziare una soluzione diplomatica. Ed è persino convinto che Uribe cederà. “Credo che accetterà la volontà politica di riconoscere le Farc come forza belligerante, condizione indispensabile per permettere un accordo fra prigionieri di guerra, militari e poliziotti contro guerriglieri”, ha dichiarato il parlamentare. Un accettazione, quella di Uribe, che dovrebbe includere anche l'eliminazione delle Farc dalla lista delle organizzazioni terroristiche e l'esilio in Francia dei guerriglieri, due condizioni su cui il presidente colombiano si è sempre caparbiamente attaccato.

Che il cerchiobottismo faccia miracoli? Ma Pérez dà anche un colpo alla botte, eliminando anche la condizione tanto bramata dalla guerriglia, ossia la zona smilitarizzata, i due comuni che da tempo le Farc pretendono come garanzia per uno scambio di prigionieri in sicurezza. “Presidente Uribe – ha dichiarato - mi dia i guerriglieri incarcerati, i grandi, non i piccoli, quelli che interessano alle Farc. Faremo direttamente lo scambio fra la Francia e la guerriglia. Non c'è necessità della zona smilitarizzata”, quindi un altro colpetto al cerchio: “come non c'è bisogno che i guerriglieri giurino sulla Bibbia che non torneranno a combattere dopo la liberazione”, come invece pretendeva Uribe.



 

Stella Spinelli

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