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Nella notte tra il 3 e il 4 giugno l’esercito cinese represse nel
sangue i sit-in e le manifestazioni studentesche per la democrazia
nella piazza Tienanmen o 'piazza Rossa' di Pechino. I giovani
massacrati furono 320 secondo le fonti ufficiali, circa 1.300 in base
alle testimonianze raccolte da Amnesty International. Quindici anni più
tardi, nel cuore di Parigi, il brulicante arrondissement num. 9,
quartiere popolato da immigrati di tutto il mondo ai piedi di
Mont-Martre, una decina di esuli ed ex dissidenti cinesi si sono
riuniti nella sede di Reporters sans frontières per commemorare una
delle date più tristi del XX° secolo.
Non sono ancora le 11.30, ora dell’appuntamento a Rsf, ma gli ospiti
cinesi sono già tutti seduti attorno alla tavola rotonda dove si terrà
la riunione. Si guardano attorno e scambiano sorrisi con i giornalisti.
Sono visibilmente emozionati, quasi ansiosi di raccontarsi. Prende la
parola Vincent Brossel, di Reporters sans frontières e sottolinea
subito il senso di questa commemorazione: “Dopo 15 anni, la repressione
in Cina continua. Proprio qualche ora fa è stato arrestato un
intellettuale”. Dall’89 a oggi sono finite dietro le sbarre più di 130
persone, tra giornalisti e internauti. Quarantatre di loro avevano
partecipato alla Primavera di Pechino, come viene anche chiamato il
periodo delle proteste dei giovani a Tienanmen (15 aprile – 4 giugno
’89).
“Una madre è sorvegliata in casa per aver realizzato un video”,
continua Brossel. “Un'altra vittima della repressione è stata internata
in un ospedale psichiatrico. L’Unione Europea non ha dunque nessuna
ragione per togliere l’embargo sugli armamenti imposto alla Repubblica
Popolare dopo i fatti dell’89”.
Dello stesso parere è Wei Jingsheng, uno dei fondatori del movimento
democratico cinese, incarcerato per 18 anni: “I membri dell’Ue hanno
annunciato di voler annullare l’embargo con il pretesto che la Cina ha
registrato, negli ultimi tempi, uno sviluppo sia nei diritti umani che
nell’economia. Non è vero. Il presidente Hu Jintao e il primo ministro
Wen Jabao hanno dimostrato di essere più duri dei loro predecessori. Se
Yang Zemin un tempo represse i gruppi religiosi, questi adesso si
accaniscono contro gli operai, i contadini e i giornalisti”.
“E’ importante ricordare - aggiunge Wei - che le dimostrazioni a
Tienanmen furono molto diverse da quelle che da sempre si tengono a
Washington o a Parigi. Allora le persone manifestarono davanti ai
fucili puntati e vennero colpite per i loro ideali”.
Accanto a lui annuisce Cai Chong Guo, sindacalista 48enne che in
Francia è fuggito subito dopo l’eccidio. “In questi 15 anni – ribadisce
l’uomo – nel mio Paese la democrazia è continuata a mancare. Sono
cresciuti i problemi sociali e sono peggiorate le condizioni di vita
dei lavoratori nelle città e nelle campagne. Il governo impedisce loro
di formare organizzazioni indipendenti. Esiste un sistema di
persecuzione che opera in questo modo: i governatori locali danno gli
ordini alla polizia che manda i ‘dissidenti’ in campi di educazione
forzata”. Dalle parole di Cai, in tema di diritti umani la Cina sembra
non essere cambiata molto dai tempi della rivoluzione culturale di Mao
Zedong (1966-’76), quando i nemici del Popolo venivano processati e
umiliati in pubblico e poi spediti nei campi di lavoro: “Il 4 giugno -
dice Cai - fu il primo e ultimo sussulto democratico indipendente”.
Fra i testimoni di Tienanmen uno mantiene lo sguardo abbassato. Si
chiama Heng Langzi, non conosce il francese, perciò forse resta in
disparte aspettando il momento di raccontare quel lontano giorno di
primavera. “Tutti i media si sono chiesti se ci furono dei morti a
Tienanmen”, esordisce serio, come a lasciar trasparire un dolore
incolmabile. “Il 4 giugno ’89 un responsabile del servizio d’ordine
disse che non c’erano state vittime. A me spararono tre volte. Alcuni
soccorritori mi portarono all’ospedale insieme ad altre tre persone.
Due morirono, io ho ancora una pallottola nella gamba. Certo, la piazza
è grande e i soldati la invasero completamente, quindi è difficile dire
quanti giovani persero la vita. Però mi dispiace che molti testimoni
oculari non vollero dire la verità”.
Il pericolo che i fatti di Tienanmen cadano nell’oblio è reale. “La
tragedia – dichiara la sinologa Marie Holzman – è che in Cina si sta
dimenticando sempre di più. La propaganda del governo è stata molto
efficace nell’occultare quanto accaduto. Alcuni portano questi episodi
nel cuore, ma lo spirito di condanna si è in gran parte esaurito”.
Il monito di Wen, Cai, Heng e Marie è rivolto anche alla stampa
internazionale: “Non dimenticate i principi difesi dai manifestanti
cinesi. Portate l’attenzione su questi temi”. In Cina – ricorda il
comunicato di Rsf – il termine “4 giugno” è ancora bandito sulla
stampa e sul web.