scritto
per noi da
Chiara Costanzo
Durante
la sera della vigilia del Newroz, come da tradizione, i curdi
iniziano ad incendiare i primi falò negli spazi aperti della
città. Questa usanza si richiama alla leggenda del fabbro
Kawa, il quale nel 612 a. C. liberò il popolo curdo dal
persiano Giamshid e accese un grande fuoco per diffonderne la lieta
notizia. Da allora, ogni 21 Marzo si celebra il capodanno curdo con
l’accensione dei roghi, simbolo della libertà del popolo
curdo.
Un
capodanno di sangue. A Qamishli, quest’anno, sono però
mancate le celebrazioni tradizionali nel rispetto dei giovani feriti
a morte dalle forze dell’ordine a poche ore dall’inizio della
festa.
La
sera del 20 Marzo a Qamishli i preparativi sono già in corso
e, come sempre, le autorità hanno tentato di ostacolarli in
ogni modo. Come previsto, infatti, vengono mandati i vigili del fuoco
a spegnere l’inizio dei festeggiamenti. Da quel momento nascono le
prime proteste, con un lancio di sassi contro i pompieri e piccole
manifestazioni per le strade del centro cittadino. In una di queste
la polizia è accorsa sparando colpi di pistola sulla folla,
uccidendo quattro persone e ferendone dodici. La popolazione, sotto
choc, decide a questo punto di sospendere i preparativi per la festa.
''Il Newroz non si celebra in segno di lutto cittadino'', viene fatto
sapere dai membri locali del Pkk, il partito curdo. I quattro morti
erano tutti giovani sotto i 30 anni. Due di loro si trovavano sul
posto della tragedia per puro caso: uno aspettava il suo turno dal
barbiere all’esterno del negozio, l’altro stava rincasando dopo
una lezione serale. Per loro, al mattino del 21, si sono mobilitati
circa 100 mila curdi (su una popolazione totale di 300 mila abitanti)
per protestare contro la politica che sparge sangue anche davanti ad
un evento tradizionale come il capodanno, mi viene detto. Questa
festa è sempre stata mal tollerata dal presidente siriano
al-Hassad il quale ha appositamente stabilito in questo giorno la
festa nazionale della mamma così da disperdere l’attenzione
dei media.
Tristezza,
ma non rassegnazione. Quest’anno il capodanno vede gli abitanti
di Qamishli scendere in piazza a protestare stringendosi attorno ai
corpi dei quattro giovani compianti dalle loro disperate madri. Uno
di loro, si sente dire, forse avrebbe potuto salvarsi se solo non
fosse stato impedito all’ospedale dove era ricoverato di ricevere
il sangue necessario. E’ l’ennesimo tragico episodio che colpisce
i curdi siriani. Terminata la protesta, spenti i fuochi del Newroz,
le strade della città si fanno deserte in un giorno che doveva
essere all’insegna di balli e canti. Davanti ad alcune case,
ancora, si intravedono i ferri delle tende e dei barbecue che
avrebbero dovuto montare, la legna per i fuochi, i giochi per i
bambini. Questo giorno è dedicato soprattutto ai più
giovani che, vestiti con gli abiti tradizionali curdi, ballano tutto
il giorno la loro danza tenendosi in cerchio legati per i mignoli,
battendo i piedi a ritmi serrati, martellanti. Qualcuno afferma che
la sospensione della festa ha fatto il gioco delle autorità
siriane che forse intendevano boicottare il Newroz. Ecco perché
decidono di spostarsi nel villaggio di Derik, a 100 km da Qamishli,
per celebrare il capodanno. Mangiano kebab, bevono arak e tra un
ballo e l’altro, intonano “Biji biji Kurdistan!” (Viva il
Kurdistan). Vogliono dimenticare l’accaduto. Non vogliono
rinunciare a quella che rappresenta un’espressione della loro
cultura e della loro gioia di vivere. Al tramonto le famiglie si
ritirano nelle loro case a bordo di pittoreschi furgoni scoperti nel
lato posteriore su cui ancora cantano e si divertono. Questa festa,
semplice e allegra, consacra il nuovo anno all’unione e alla
felicità fra i curdi. Con questa atmosfera finisce il
capodanno curdo a Derik. Qualcuno preferisce tornare a casa a piedi,
in silenzio, ricordando le vittime innocenti dell’incidente a
Qamishli. Nel cuore di tutti i curdi rimarrà, quest’anno,
una grande amarezza.