Un ex professore di piazza Tienanmen ricorda il leader che difese i giovani dell'89

Come sarebbe oggi la Cina se Zhao Ziyang, morto ieri all’età di 85 anni, fosse
succeduto a Deng Xiaoping invece di finire agli arresti domiciliari? Che cosa
ne sarebbe stato dei giovani manifestanti di Tienanmen se avessero accolto il
suo invito a ritirarsi dalla piazza, comunicato da un megafono in mezzo a centinaia
di studenti, gli occhi in lacrime dietro ai grandi occhiali? La storia ha seguito
un altro drammatico percorso. La carriera da leader politico di Zhao Ziyang inizia
con la fine della rivoluzione culturale di Mao (1976) e passa attraverso la grave
repressione studentesca nella Piazza Rossa, dove secondo Amnesty International
morirono almeno 1300 persone. Zhao Zyang, allora segretario del partito comunista
cinese, fece tutto il possibile per impedire l’imposizione della legge marziale
e l’invio dei carri armati a Tienanmen. E l’immagine di quando prega quei giovani
di ritirarsi è ancora nella memoria del mondo. Così lo ricorda a PeaceReporter
dal suo esilio parigino Cai Chong Guo, sindacalista, filosofo e uno dei professori
che fecero da guida agli studenti di Tienanmen.
Un riformatore d’eccezione. “Zhao Ziyang è stato il riformatore più importante del dopo Mao. Negli anni
‘70 da segretario del partito comunista iniziò a promuovere alcune riforme. Voleva
che la Cina entrasse nel libero mercato. Negli anni ’80 diventò anche primo ministro
e propose cambiamenti del sistema economico e politico in tutto il Paese”.
Cosa accadde nei giorni delle proteste studentesche? “Zhao – risponde Cai Chong
Guo - non era d’accordo con le politiche di repressione di Deng Xiaoping. Voleva
dialogare con gli studenti e cogliere l’occasione della crescita del movimento
democratico per promuovere azioni contro la corruzione in Cina e dare inizio alle
riforme”. I vertici del partito però, che l’avevano già costretto a dimettersi
dalla carica di premier nell’87, lo costrinsero a un lunghissimo silenzio: oltre
quindici anni di arresti domiciliari.
Censura della Rete e delle tv. Secondo il professore i tempi sono profondamente cambiati: “Zhao era un comunista
d’eccezione. Ebbe il coraggio di abbandonare il potere per difendere principi
morali fondamentali. Al contrario, gli uomini al governo di oggi sono codardi
e abusano del loro potere. Inoltre non capiscono i reali problemi della società
cinese”. Negli ultimi giorni, con Zhao ricoverato in condizioni gravissime, le
autorità di Pechino hanno aumentato i controlli per timore di nuove manifestazioni.
“Non credo che ci possano essere delle altre dimostrazioni”, spiega Cai Chong
Guo. “Non siamo più all’epoca di Zhao quando si parlava di riforme economiche
e dei problemi sociali. Oggi i cinesi devono pensare a trovare lavoro e non hanno
il tempo di dedicarsi alla politica. Ed è vero che i controlli sono aumentati
in modo incredibile. Hanno inviato tantissimi poliziotti a presidiare Pechino
e hanno aumentato la censura della rete Internet: oggi è impossibile accedere
a siti e forum cinesi che parlano di Zhao. Anche sulle televisioni non si possono
vedere i canali stranieri”. Secondo Reporter sans frontières, la Cina presenta
uno dei sistemi mediatici più imbavagliati al mondo.

Tempi diversi. I giovani dell’89 non ci sono più. Moltissimi sono stati costretti al silenzio
o a fuggire all’estero. Cai Chon Guo, che si trova in esilio in Francia, dichiara:
“Ci sono ancora dei giovani che vogliono cambiare la situazione, ma non possono
farlo perché i controlli sono troppo forti. E’ impossibile che si ripetano i fatti
di Tienanmen, perché non c’è più il ‘fattore sorpresa’. Il governo è pronto a
contrastare ogni rivolta. Nell’89, invece, tutto avvenne in modo inatteso, sorprendente.
La morte del leader riformista Hu Yaobang provocò delle reazioni che nessuno aveva
previsto. Le autorità si ritrovarono impreparate di fronte a quei ragazzi tanto
idealisti. I giovani di oggi, al contrario, forse non sanno chi era Zhao e sono
troppo preoccupati dalla vita quotidiana per dedicarsi alla politica”.
Progresso per pochi. “Il progresso economico degli ultimi anni – continua il professore - non ha
migliorato le condizioni di vita di maggior parte della popolazione. L’ineguaglianza
sociale colpisce sia le città sia le campagne. Sono aumentati i ricchi ma Il 20
per cento dei cinesi è disoccupato. Finiti gli studi i ragazzi non sanno che fare,
non hanno prospettive per il loro futuro. Nell’89 invece c’erano più lavoro e
più sogni di cambiamento”. Nessuna speranza dunque? “Il cambiamento della Cina
– conclude Cai Chon Guo - dovrebbe passare attraverso il rispetto dei diritti
umani, delle libertà sindacali e di stampa. Altrimenti non c’è alcuna speranza”.