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Venerdì scorso, per la prima volta dopo sei anni, il Terek FC, la squadra di
calcio di Grozny, è tornata a disputare una partita nella capitale cecena. E’
stata battuta 3 a 0 dal Krylya Sovetov, una squadra russa. Ma per i ceceni è stata
ugualmente una festa. Soprattutto per il presidente della formazione, che è anche
presidente della Cecenia: il putiniano Ramzan Kadyrov non ha mancato di presentare
questo evento come l’ennesima dimostrazione del ritorno alla normalità nella repubblica
cecena dopo oltre tredici anni di guerra.
A Grozny è boom edilizio. Una impressione rafforzata dal boom della ricostruzione che da oltre un anno
interessa
Grozny (anche lo stadio dove si è giocata la partita è nuovo di zecca).
Ma fuori città la guerra continua. Nonostante Kadyrov e Putin continuino a sforzarsi di dimostrare che la guerra
in Cecenia è finita, il conflitto continua. Dopo una breve pausa invernale, infatti,
i combattimenti tra separatisti islamici e truppe russo-cecene sono già ripresi.
Mercoledì sera, sei soldati russi, quattro soldati ceceni, tre ribelli e almeno
un civile sono rimasti uccisi in una violenta battaglia scoppiata in un villaggio
nella zona di Urus-Martan, una ventina di chilometri a sud di Grozny. Già domenica
scorsa, tre ribelli erano rimasti uccisi in un lungo scontro a fuoco sulle montagne
di Vedenò.
Scontri anche in Inguscezia e Daghestan. Venerdì scorso, mentre a Grozny il Terek prendeva tre gol, poche decine di chilometri
più a est, nel distretto daghestano di Buniak le forze militari russe e locali
hanno combattuto per sette ore contro un nutrito gruppo di ribelli islamici locali.
Per avere la meglio sui guerriglieri, i federali hanno bombardato le postazioni
nemiche con artiglieria ed elicotteri, uccidendo almeno cinque ribelli. Sei soldati,
quattro russi e due daghestani, sono rimasti uccisi nello scontro.Enrico Piovesana
Parole chiave: russia, cecenia, inguscezia, daghestan, guerra, enrico piovesana