19/01/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



In una settimana, 5 morti in Kuwait per atti terroristici. Mai successo prima
veduta aerea di kuwait city“Un uomo ricercato è stato ucciso in un conflitto a fuoco. Si tratta di un saudita. Abbiamo arrestato un altro ricercato, ma gli altri sono fuggiti”.
Nei tempi della guerra globale al terrorismo, queste parole potrebbero essere state pronunciate da qualunque funzionario di un qualunque paese, ma fanno una certa impressione se a pronunciarle è Nawaf al-Ahmad al-Sabah, ministro degli Interni del Kuwait. Un Paese che fino a oggi non ha mai conosciuto la parola terrorismo e il problema del fondamentalismo islamico.
 
La cronaca. Gli eventi di quella che potrebbe essere ricordata come una settimana storica per i kuwaitiani cominciano in un sobborgo di Kuwait City chiamato Hawally, il 10 gennaio 2005, quando una pattuglia della polizia tenta di fermare una macchina sospetta. All’improvviso comincia una sparatoria e due poliziotti e un passeggero dell’auto muoiono. Dalle indagini è emerso che il terrorista ucciso era di nazionalità saudita e, pur essendo neofiti del genere, le autorità kuwaitiane hanno dato prova di ottime capacità di depistaggio, sostenendo prima che l’uomo fosse stato catturato vivo e fosse deceduto dopo l’arresto, poi ritrattando tutto e sostenendo che fosse morto sul posto della sparatoria. Si trattava di Fawaz al-Otabi che, a detta del ministro, era elemento fondamentalista conosciuto e temuto nel Paese. Pochi giorni dopo, il 15 gennaio 2005, due agenti delle forze di sicurezza del Kuwait sono morti in uno scontro a fuoco a Umm al-Haiman, nel sud del Paese, al confine con l’Arabia Saudita. Altri due agenti sono rimasti feriti. Nella zona ci sono alcune delle principali raffinerie del Kuwait. L’improvvisa violenza ha portato al fermo per accertamenti di almeno 40 presunti fondamentalisti islamici in meno di 48 ore.
 
militare usa in medio orienteLa profezia. Non tutti sono stati colti di sorpresa. Quasi in tempo reale con la prima sparatoria, sul sito internet dell’ambasciata degli Stati Uniti d’America in Kuwait, era apparso un annuncio rivolto a tutti gli Occidentali presenti nel Paese.
“Abbiamo informazioni credibili per ritenere che su di una piccola auto nera si aggirino nel Paese uno o più individui con intenti terroristici anti-occidentali”. Decisamente ben informati all’ambasciata statunitense. Mancano i riferimenti di polizia per appurare se l’auto sulla quale viaggiavano gli uomini che hanno aperto il fuoco contro la pattuglia della polizia fosse nera, ma il dato certo è che le informazioni dei diplomatici Usa erano attendibili.
 
operazioni di sminamento a kuwait city dopo la guerraIl contesto. Il Kuwait, da sempre, è un fidato alleato di Washington nella zona. La sua economia è totalmente basata sul petrolio e, di riflesso, gli affari con gli Usa sono sempre stati sorretti da una protezione politica garantita per decenni. La monarchia costituzionale del Kuwait, dove gli sceicchi al-Sabah sono padroni assoluti, non aveva mai avuto bisogno di protezione. Fino all’alba del 2 agosto 1990, quando le truppe irachene di Saddam Hussein invadono il Paese. L’Iraq veniva da quasi dieci anni di una guerra logorante contro l’Iran, combattuta anche in nome e per conto degli Stati Uniti, e necessitava di ossigeno fresco per le sue casse statali allo stremo. Il Kuwait sembrava la vittima perfetta di una facile e indolore aggressione: un Paese ricchissimo e praticamente indifeso, con il quale Baghdad poteva vantare un vecchio contenzioso di confine come pretesto per una guerra. Saddam, probabilmente, contava sull’indifferenza degli Stati Uniti, compagni di viaggio della lotta al regime iraniano, ma evidentemente i tempi erano cambiati e, a gennaio del 1991, sono proprio gli Usa a guidare una coalizione internazionale che libera il Kuwait e sconfigge l’Iraq. Nei cinque mesi di occupazione le truppe di Saddam avevano messo a ferro e a fuoco il Kuwait che, dal giorno della liberazione, ha vissuto con l’ossessione della ricostruzione e della ricerca di protezione degli Stati Uniti. La ricostruzione c’è stata, ma adesso sembra che i protettori di Washington stiano diventando ingombranti. In Kuwait, in una società islamica conservatrice ma profondamente legata all’Occidente da motivi di sviluppo economico, non si era mai avvertito il problema del fondamentalismo. Dal 10 gennaio il problema esiste.

Christian Elia

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