21/03/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



L'accordo tra maggioranza e opposizione non cancella tre mesi di violenze

Due giorni dopo l'adozione, da parte del Parlamento, dei provvedimenti legislativi che segnano l'uscita del Kenya dalla crisi, il Paese si interroga sul suo futuro. Se l'accordo tra maggioranza e opposizione ha permesso la creazione del posto di primo ministro (che sarà presumibilmente ricoperto dal leader dell'opposizione, Raila Odinga), non per questo la convivenza tra le diverse comunità ne risulterà facilitata. Prova ne sono gli scontri registrati nella Rift Valley negli ultimi giorni, e che hanno provocato più di trenta vittime.

Mwai Kibaki e Raila Odinga (a destra) al momento dell'accordoDopo una maratona diplomatica durata tre mesi, il Kenya ha finalmente l'accordo politico che cercava. Maggioranza e opposizione, rappresentati dal presidente Mwai Kibaki e da Odinga, si sono accordate sulla creazione del premier, assistito da due vice, e sulla formazione di un governo di coalizione, la cui creazione si annuncia laboriosa. Inoltre, le parti hanno deciso di creare una Commissione per la verità e la riconciliazione, che faccia luce sulle responsabilità delle violenze degli ultimi mesi, oltre che affrontare il problema della redistribuzione della terra, principale causa scatentante degli incidenti che, dalle elezioni presidenziali dello scorso 27 dicembre, hanno provocato almeno 1.500 morti e 600.000 sfollati, avvelenando i rapporti tra le varie comunità del Paese.

A pagare il prezzo maggiore sono stati i Kikuyu, sostenuti dal presidente Kibaki e percepiti come i principali beneficiari delle politiche sulla terra dall'indipendenza ad oggi: cacciati con la forza dalla regione della Rift Vally ad opera delle milizie Luo e Kalenjin, vicine all'opposizione, i Kikuyu saranno costretti ad abbandonare la zona. Al governo il compito di trovargli una nuova collocazione. Tornare alle vecchie terre, dopo le violenze e i morti degli ultimi mesi, sembra impossibile. Dall'altra parte, le forze di polizia e le milizie Kikuyu avrebbero colpito soprattutto la comunità Luo, specie nella zona di Kisumu, al confine occidentale con l'Uganda, e negli slums di Nairobi. Un rapporto di Human Rights Watch sulle violenze degli ultimi mesi ha accusato apertamente i politici keniani, specie a livello locale, di aver fomentato le violenze, incolpando però anche il governo per le mancanze della polizia. Secondo il rapporto, il comportamento delle forze dell'ordine avrebbe oscillato tra la connivenza verso i crimini di alcune milizie e l'eccessivo uso della forza, specie contro i manifestanti riunitisi nelle grandi città per protestare contro i presunti brogli elettorali compiuti a favore di Kibaki.

Sostenitori di Odinga nello sulm di Kibera, a NairobiOra che l'accordo è stato raggiunto, le parti si sono impegnate a risolvere la questione della terra, rimasta pendente dall'indipendenza ad oggi. Secondo numerosi analisti, le famiglie dell'èlite keniana posseggono migliaia di ettari di terreno fertile, e nel corso degli anni avrebbero costruito il loro impero scacciando migliaia di contadini, costretti a spostarsi in altre regioni e fomentando così gli odi tra le varie comunità, trovatesi a competere in spazi limitati. La riforma della terra era stato uno dei cavalli di battaglia della campagna presidenziale di Kibaki nel 2002, ma era stata rapidamente accantonata dopo la pubblicazione di un rapporto da parte di una Commissione parlamentare, la quale aveva messo a nudo proprio le responsabilità delle èlite keniane (tra cui la famiglia di Kibaki) nella distribuzione della terra. Quanto il problema sia spinoso lo dimostrano anche gli scontri avvenuti nelle ultime settimane nella Rift Valley, solo in parte riconducibili alle violenze elettorali. E anche se i politici ora chiedono ai propri sostenitori di dimenticare le violenze e di lavorare tutti assieme per costruire in nuovo Kenya, l'esercizio dell'oblio, per chi ha perso la famiglia e tutti i suoi averi, sarà difficile da accettare.

Matteo Fagotto

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