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Due giorni dopo l'adozione, da parte del Parlamento, dei provvedimenti legislativi che segnano l'uscita del Kenya dalla crisi, il Paese si interroga sul suo futuro. Se l'accordo tra maggioranza e opposizione ha permesso la creazione del posto di primo ministro (che sarà presumibilmente ricoperto dal leader dell'opposizione, Raila Odinga), non per questo la convivenza tra le diverse comunità ne risulterà facilitata. Prova ne sono gli scontri registrati nella Rift Valley negli ultimi giorni, e che hanno provocato più di trenta vittime.
Dopo una maratona diplomatica durata tre mesi, il Kenya ha finalmente l'accordo
politico che cercava. Maggioranza e opposizione, rappresentati dal presidente
Mwai Kibaki e da Odinga, si sono accordate sulla creazione del premier, assistito
da due vice, e sulla formazione di un governo di coalizione, la cui creazione
si annuncia laboriosa. Inoltre, le parti hanno deciso di creare una Commissione
per la verità e la riconciliazione, che faccia luce sulle responsabilità delle
violenze degli ultimi mesi, oltre che affrontare il problema della redistribuzione
della terra, principale causa scatentante degli incidenti che, dalle elezioni
presidenziali dello scorso 27 dicembre, hanno provocato almeno 1.500 morti e 600.000
sfollati, avvelenando i rapporti tra le varie comunità del Paese.
Ora che l'accordo è stato raggiunto, le parti si sono impegnate a risolvere la
questione della terra, rimasta pendente dall'indipendenza ad oggi. Secondo numerosi
analisti, le famiglie dell'èlite keniana posseggono migliaia di ettari di terreno
fertile, e nel corso degli anni avrebbero costruito il loro impero scacciando
migliaia di contadini, costretti a spostarsi in altre regioni e fomentando così
gli odi tra le varie comunità, trovatesi a competere in spazi limitati. La riforma
della terra era stato uno dei cavalli di battaglia della campagna presidenziale
di Kibaki nel 2002, ma era stata rapidamente accantonata dopo la pubblicazione
di un rapporto da parte di una Commissione parlamentare, la quale aveva messo
a nudo proprio le responsabilità delle èlite keniane (tra cui la famiglia di Kibaki)
nella distribuzione della terra. Quanto il problema sia spinoso lo dimostrano
anche gli scontri avvenuti nelle ultime settimane nella Rift Valley, solo in parte
riconducibili alle violenze elettorali. E anche se i politici ora chiedono ai
propri sostenitori di dimenticare le violenze e di lavorare tutti assieme per
costruire in nuovo Kenya, l'esercizio dell'oblio, per chi ha perso la famiglia
e tutti i suoi averi, sarà difficile da accettare.Matteo Fagotto