scritto per noi da
Giulia Bonezzi
Doveva essere un regalo di compleanno
postumo al maresciallo Tito, invece negli anni Novanta è stata
tra le prime voci della controinformazione su internet e il simbolo
di una Belgrado che si ribellava alla guerra etnica. Oggi è
una specie di Mtv dei Balcani. Radio B/92 ha avuto tre vite, ed Eva
Bajašević le ha ricostruite in una tesi di laurea che è
diventata un libro.

Il titolo tradisce la versione preferita
dall’autrice: “Una radio contro”. Ennio Remondino,
corrispondente Rai durante la guerra nell’ex Jugoslavia, firma la
prefazione. E scrive: “Io c’ero ma avevo capito molto poco. Lei
non c’era eppure ha capito quasi tutto. Sicuramente molto più
di me”.
Serba d’origine, nata in Italia 26
anni fa, Bajašević ne aveva otto quando B/92 iniziava a trasmettere
a Belgrado sui 92MHz. Ha girato un documentario che inizia da una
data: 15 maggio 1989, per festeggiare il giorno della nascita di Tito
«invece della solita si scelse di creare una radio e una tv per
due settimane». L’esperimento proseguì grazie a un
accordo verbale tra la Gioventù comunista e gli autori:
“Belgrado 92” era illegale ma tollerata, e presto si rivelò
allergica a ogni nostalgia. «Era anarchica – spiega Eva –
Contro il governo, ma anche contro l’opposizione e tutte le
istituzioni. Contro la musica pop e il turbo-folk promosso dal
regime. Le regole erano multimedialità, e celebrare Belgrado».
La capitale underground che resisteva al rampante Slobodan
Milošević, forte nelle campagne. B-92 era una voce “maodadaista”
che diffondeva notizie finte per denunciare il silenzio dei media
ufficiali, che la ignorarono persino quando un’“autochiusura”
provocò scene d’isteria tra la gente, con gli apparecchi che
volavano dalle finestre. La censura, spiega Eva, era il brusio:
«Novecento radio e 400 tv che si contraddicevano a
vicenda».

Altro fotogramma:
1996, i giovani manifestano per le strade di Belgrado scandendo “B
– nine - two”. «Ci fu una svolta, le trasmissioni
culturali furono messe da parte per dare spazio all’informazione»:
dai consigli su come arrangiarsi durante la guerra alla denuncia
delle pulizie etniche. La censura si fece più
rozza: minacce, chiusure. Ma B/92 fu una delle prime radio a migrare
su internet, si ascoltava in tutti i Balcani e fuori. Diventò
un caso, e arrivarono i finanziamenti da organizzazioni governative e
non. Fase tre: «Iniziarono a produrre documentari,
aprirono una casa editrice e un’etichetta discografica. Ma non
riuscirono a gestire il denaro, e per mantenere
questa struttura diventarono commerciali - spiega Bajašević
- L’anno scorso la tv ha prodotto il Grande Fratello serbo e il
gioco dei pacchi. L’informazione è omologata, con notizie
non diverse da quelle della Cnn».
Bajašević, quando ha conosciuto
B/92?
Ne avevo sentito parlare, poi nel 2003,
a Belgrado, guardavo la tv e non la riconoscevo. Così ho
deciso di studiarla: mi interessano i media alternativi, ma si è
trattato anche di una riscoperta delle mie origini. In Serbia si dice
krv nije voda, il sangue non è acqua.
In che senso B/92 era diversa da
un’altra radio alternativa?
Per la gente che
aveva intorno. Allora ciò che era alternativo era anche parte
della cultura belgradese; anche il punk, che in Italia invece è
sempre stato di nicchia. B/92 assimilava qualsiasi cosa e riusciva ad
amalgamarla alla cultura balcanica, al di fuori di ogni nazionalismo.
Interpretava la schizofrenia di Belgrado in quegli anni, euforia e
depressione insieme.
E se non
fossero arrivati i soldi?
Chissà,
forse avrebbe fatto la fine di Skc, una radio studentesca che ha
chiuso un paio d’anni fa. E’ un incastro mortale.
Il panorama
informativo a Belgrado adesso com’è?
Piuttosto piatto.
Come vede l’indipendenza del
Kosovo?
Difficile. E’ come in Serbia: tutto
si muove secondo gli interessi economici delle potenze estere. I
Balcani sono ancora una cerniera e un pretesto, come ai tempi della
prima guerra mondiale.
Se la Serbia entrasse in Europa?
Spero di no. La preferirei “non
allineata”, vicina ai Paesi antimperialisti dell’America latina.
Chi sono oggi gli alternativi di
Belgrado?
Chi non asseconda la filosofia
euro-americana si attacca alla religione o, purtroppo, al
nazionalismo. Forse la controcultura è andare in chiesa.