22/03/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Un libro racconta la storia di B/92, tra guerra di Bosnia e Grande Fratello
scritto per noi da
Giulia Bonezzi
 
Doveva essere un regalo di compleanno postumo al maresciallo Tito, invece negli anni Novanta è stata tra le prime voci della controinformazione su internet e il simbolo di una Belgrado che si ribellava alla guerra etnica. Oggi è una specie di Mtv dei Balcani. Radio B/92 ha avuto tre vite, ed Eva Bajašević le ha ricostruite in una tesi di laurea che è diventata un libro.
 
Il titolo tradisce la versione preferita dall’autrice: “Una radio contro”. Ennio Remondino, corrispondente Rai durante la guerra nell’ex Jugoslavia, firma la prefazione. E scrive: “Io c’ero ma avevo capito molto poco. Lei non c’era eppure ha capito quasi tutto. Sicuramente molto più di me”.
Serba d’origine, nata in Italia 26 anni fa, Bajašević ne aveva otto quando B/92 iniziava a trasmettere a Belgrado sui 92MHz. Ha girato un documentario che inizia da una data: 15 maggio 1989, per festeggiare il giorno della nascita di Tito «invece della solita si scelse di creare una radio e una tv per due settimane». L’esperimento proseguì grazie a un accordo verbale tra la Gioventù comunista e gli autori: “Belgrado 92” era illegale ma tollerata, e presto si rivelò allergica a ogni nostalgia. «Era anarchica – spiega Eva – Contro il governo, ma anche contro l’opposizione e tutte le istituzioni. Contro la musica pop e il turbo-folk promosso dal regime. Le regole erano multimedialità, e celebrare Belgrado». La capitale underground che resisteva al rampante Slobodan Milošević, forte nelle campagne. B-92 era una voce “maodadaista” che diffondeva notizie finte per denunciare il silenzio dei media ufficiali, che la ignorarono persino quando un’“autochiusura” provocò scene d’isteria tra la gente, con gli apparecchi che volavano dalle finestre. La censura, spiega Eva, era il brusio: «Novecento radio e 400 tv che si contraddicevano a vicenda».

gli anni della guerraAltro fotogramma: 1996, i giovani manifestano per le strade di Belgrado scandendo “B – nine - two”. «Ci fu una svolta, le trasmissioni culturali furono messe da parte per dare spazio all’informazione»: dai consigli su come arrangiarsi durante la guerra alla denuncia delle pulizie etniche. La censura si fece più rozza: minacce, chiusure. Ma B/92 fu una delle prime radio a migrare su internet, si ascoltava in tutti i Balcani e fuori. Diventò un caso, e arrivarono i finanziamenti da organizzazioni governative e non. Fase tre: «Iniziarono a produrre documentari, aprirono una casa editrice e un’etichetta discografica. Ma non riuscirono a gestire il denaro, e per mantenere questa struttura diventarono commerciali - spiega Bajašević - L’anno scorso la tv ha prodotto il Grande Fratello serbo e il gioco dei pacchi. L’informazione è omologata, con notizie non diverse da quelle della Cnn».

il grande fratello in serbiaBajašević, quando ha conosciuto B/92?
Ne avevo sentito parlare, poi nel 2003, a Belgrado, guardavo la tv e non la riconoscevo. Così ho deciso di studiarla: mi interessano i media alternativi, ma si è trattato anche di una riscoperta delle mie origini. In Serbia si dice krv nije voda, il sangue non è acqua.
In che senso B/92 era diversa da un’altra radio alternativa?
Per la gente che aveva intorno. Allora ciò che era alternativo era anche parte della cultura belgradese; anche il punk, che in Italia invece è sempre stato di nicchia. B/92 assimilava qualsiasi cosa e riusciva ad amalgamarla alla cultura balcanica, al di fuori di ogni nazionalismo. Interpretava la schizofrenia di Belgrado in quegli anni, euforia e depressione insieme.
E se non fossero arrivati i soldi?
Chissà, forse avrebbe fatto la fine di Skc, una radio studentesca che ha chiuso un paio d’anni fa. E’ un incastro mortale.
Il panorama informativo a Belgrado adesso com’è?
Piuttosto piatto.
Come vede l’indipendenza del Kosovo?
Difficile. E’ come in Serbia: tutto si muove secondo gli interessi economici delle potenze estere. I Balcani sono ancora una cerniera e un pretesto, come ai tempi della prima guerra mondiale.
Se la Serbia entrasse in Europa?
Spero di no. La preferirei “non allineata”, vicina ai Paesi antimperialisti dell’America latina.
Chi sono oggi gli alternativi di Belgrado?
Chi non asseconda la filosofia euro-americana si attacca alla religione o, purtroppo, al nazionalismo. Forse la controcultura è andare in chiesa.
 
Categoria: Guerra, Politica, Media
Luogo: Serbia