Ho ripreso il cammino. Dopo
tre giorni sono giunto a Udine. “Where is the ocean?” Ho chiesto ad un
passante. Lui, mi guardava strano. Poi si è girato e se ne è andato. Ho seguito
le indicazioni del centro città e mi sono ritrovato alla stazione e con lei ho
trovato la polizia
Mi ha chiesto i documenti e
quando gli ho presentato il certificato di nascita mi ha portato in
commissariato.

Volevano interrogarmi, ma non si riusciva trovare una lingua
utile. Mi hanno portato in questura dove mi hanno fatto le foto. Neanche il
commissario con il suo inglese orribile riusciva a venire a capo di niente.
Parlava, ma non capiva le risposte. Mi hanno portato in prefettura e lì ho
avuto un colloquio in inglese con il Prefetto. Era un bellissimo ufficio, una
grande scrivania, le sedie di legno con lo schienale in pelle. Mi sono seduto,
mi hanno portato un caffè e ho cominciato a raccontare tutta la mia storia, il
mio viaggio. Il nostro colloquio durò più di un’ora, Lui mi diceva che era
difficile credermi, ma vedendomi con la barba lunga, sporco, stanco, senza aver
fatto una doccia da tre-quattro giorni, non poteva far altro che credermi.
Alla fine, era già tardo
pomeriggio, mi ha dato 50 mila lire, dal suo portafoglio per fare in modo
trovassi una pensione per dormire e mi ha detto che la mattina successiva sarei
dovuto tornare a prendere le indicazioni per recarmi nel Centro profughi a
Cervignano. “Il Canada può aspettare”, mi disse.
Sono stato sei sette mesi
nel campo profughi. Avevo notato con tristezza e delusione che tutti gli ospiti
si definivano bosniaci. Io ero stato il primo che al colloquio d’ingresso con
un rappresentante della Croce Rossa si era definito Jugoslavo. Si erano
stupiti, ma poi avevano accettato. Erano giorni in cui mi riposavo e cercavo
una soluzione. Dopo un mese mi hanno dato il permesso di soggiorno. Lavoravo
nei vigneti e come cameriere a Grado, Lignano, Bibbione. Ho messo da parte un
po’ di soldi.
In quei mesi ho conosciuto
una famiglia di zingari. Sono partito con loro. Non avevo molti soldi. E non
avevo obiettivi chiari. Il tempo trascorreva velocemente e l’obiettivo iniziale
di andare in Canada si allontanava, l’ho ritrovato solo molto più tardi. E cioè
qui nel reparto La Nave, al terzo raggio di San Vittore. Come andò che ci sono
finito, qui in galera, sarebbe un’altra storia. Ma adesso non ho una gran
voglia di raccontarla.