22/03/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



La seconda parte del viaggio di Esad Ramovic, scappato da Sarajevo per non combattere.
Questo racconto, quasi un diario di viaggio, è tratto da l'Oblò, il mensile di attualità e cultura realizzato da un gruppo di detenuti del carcere milanese di San Vittore. L'autore è Esad Ramovic e il fatto che scriva dall'interno di una prigione anticipa la fine della sua fuga dalla guerra.   
 
Avevo già fatto seicento
chilometri in pullman e a piedi. Ma ora mi ritrovavo in un centro di prima accoglienza a Lubljana, in Slovenia, pronto per essere rimpatriato. Così loro dicevano. In realtà io sentivo le guardie come miei connazionali. Io ero ancora jugoslavo. Mi hanno portato in un ex deposito per autobus. Al primo piano c’eravamo noi giovani disertori. Per loro stranieri e criminali. Dal secondo al quarto piano i profughi: famiglie intere con donne, anziani e bambini. Nessun contatto era possibile tra noi. Durante l’interrogatorio capivo che mi prendevano in giro. Parlavano un dialetto sloveno che non capivo. Io insistevo: “Sono jugoslavo, il mio paese non è la Bosnia”. Loro continuavano: “Sei forse venuto qui nel 1991 per combatterci?” “Perché non torni nel tuo paese per difenderlo? In Europa non c’è posto per te!” “Da quando è scoppiata la guerra non ho mai indossato un’uniforme” rispondevo. La sera mia hanno portato alla stazione e sono partito, con due poliziotti di scorta, verso il confine con la Croazia. Volevo saltar giù dal treno, ma mi marcavano stretto. La fortuna ha voluto che si sia arrivati con dieci minuti di ritardo. La coincidenza per Zagabria era già partita. Il treno successivo sarebbe transitato alle quattro di mattina. Eravamo in una stazione doganale in mezzo a un bosco. Intorno buio. La scorta e la polizia di frontiera non sapevano cosa fare. Mentre parlavano ho chiesto di andare in bagno. Mi sono voltato, non mi guardavano e via, verso il bosco, attraversando i binari e poi su sulla collina, di nuovo a correre senza voltarmi. Solo le grida dei poliziotti mi raggiungevano: “Stani! Stani!”. E poi il rumore delle macchine e le luci delle torce che illuminavano la boscaglia. Tenendo d’occhio i fili della corrente correvo verso il luogo da cui ero partito. Mezz’ora di corsa, alternata al cammino. Come era accaduto nel bosco di Lenti, due giorni prima, a un certo punto il silenzio e il buio. Mi sono fermato e ho dormito. Poi ho ripreso il cammino, 43 chilometri verso nord fino a Zidani Most. In pullman poi sono arrivato a Koper (Capodistria). Le indicazioni per passare la frontiera me le aveva fornite un ragazzo anche lui ospite del centro di prima accoglienza di Lubljana. Anche lui disertore perché non voleva correre il rischio di sparare a persone che conosceva da quando era piccolo. Mi aveva detto di scendere prima di Skofije alla posta, lasciare la frontiera alla sinistra e prendere una strada che portava a delle case. Poi a metà deviare a sinistra. Quando ho visto l’ufficio postale ero contentissimo: “Aveva ragione”. Sentivo di avercela fatta. Ho comprato del vino, un panino e mi sono avviato verso la frontiera. Al cartello “Repubblica Italiana – Non Oltrepassare” mi sono seduto, ho aperto la bottiglia e mi sono mangiato il panino. “Basta adesso mi riposo”. Vedevo le industrie di Trieste sotto di me. Il Mare. Faceva caldo. Ricordo bene quei momenti. Come se mi fossi tolto un grosso peso dalle spalle. Ho sottovalutato il vino. Ho dormito fino a sera e non ero ancora arrivato in Italia. L’obiettivo era arrivare a Venezia, da lì a Nizza e poi a Tolone, da un mio amico che aveva aperto un bar nel centro cui aveva dato il nome di Sarajevo. Da Tolone sarei andato in Canada.  
 
Una volta a Trieste ho deciso che sarei andato a Udine. Sembrava così vicina che avevo deciso di raggiungerla a piedi. Udine era più lontana dal confine, da lì avrei preso il treno per Venezia. Non so come ho fatto a sbagliarmi così grossolanamente. Sulla cartina che avevo osservato in un parco di fronte alla stazione di Trieste, sembrava quasi che Udine fosse lungo la costa. E così mi sono avviato prendendo il lungomare. Monfalcone, Cervignano, Palmanova, vigne e poi ancora vigne. Orti e poi sole, tanto sole. Sembrava una passeggiata. Non mi stancava. Ho camminato per settanta chilometri e non ho trovato il mare. Lungo la superstrada ero quasi deluso che nessuno mi fermasse. La Guardia di Finanza, ovunque, continuava a fermare camion e macchine, a sirene spiegate, lampeggianti, perquisiva, controllava. A me nulla. Camminavo contro mano, avendo circa un metro di strada tra la corsia e il guard rail e nessuno mi considerava! Ho preferito, comunque, andare lungo la ferrovia. Sì, c’erano le gallerie, ma mi sentivo più sicuro. Quando ho visto Monfalcone, ho deciso di dormire una notte e poi scendere per comprare le sigarette e un po’ di cibo. Avevo oramai 60-70 mila lire, dei trecento marchi che avevo cambiato in Slovenia e che mi avevano accompagnato in questa odissea, da Belgrado a Monfalcone. In mattinata sono sceso dalla collina e sono entrato nel primo bar che ho incontrato entrando in città. Ho preso le sigarette, un cappuccino e una brioche. Mi sono seduto. Dopo poco è entrata una signora che ha iniziato a parlare con il barista, agitata. Non la consideravo, fino a quando non ho sentito la parola Polizia. Ho cercato di capire, ho cominciato ad immaginare che la signora m’avesse visto scendere dalla collina e stesse convincendo il barista a chiamare le forze dell’ordine. Ho preso e me ne sono andato, senza pagare cappuccino, né brioche. Piano, piano mi sono avvicinato alla porta e, uscito, ho cominciato a correre. Il barista e la signora, hanno cominciato a gridare, ma io ero già lontano. Solo dopo alcuni mesi, quando ho iniziato il corso di italiano e l’insegnante per la prima volta ha nominato la parola pulizia, mi è venuto subito in mente il bar di Monfalcone e ho capito che in realtà la signora stava, probabilmente, parlando di tutt’altro. Ho ripreso il cammino. Dopo tre giorni sono giunto a Udine. “Where is the ocean?” Ho chiesto ad un passante. Lui, mi guardava strano. Poi si è girato e se ne è andato. Ho seguito le indicazioni del centro città e mi sono ritrovato alla stazione e con lei ho trovato la polizia Mi ha chiesto i documenti e quando gli ho presentato il certificato di nascita mi ha portato in commissariato. Volevano interrogarmi, ma non si riusciva trovare una lingua utile. Mi hanno portato in questura dove mi hanno fatto le foto. Neanche il commissario con il suo inglese orribile riusciva a venire a capo di niente. Parlava, ma non capiva le risposte. Mi hanno portato in prefettura e lì ho avuto un colloquio in inglese con il Prefetto. Era un bellissimo ufficio, una grande scrivania, le sedie di legno con lo schienale in pelle. Mi sono seduto, mi hanno portato un caffè e ho cominciato a raccontare tutta la mia storia, il mio viaggio. Il nostro colloquio durò più di un’ora, Lui mi diceva che era difficile credermi, ma vedendomi con la barba lunga, sporco, stanco, senza aver fatto una doccia da tre-quattro giorni, non poteva far altro che credermi. Alla fine, era già tardo pomeriggio, mi ha dato 50 mila lire, dal suo portafoglio per fare in modo trovassi una pensione per dormire e mi ha detto che la mattina successiva sarei dovuto tornare a prendere le indicazioni per recarmi nel Centro profughi a Cervignano. “Il Canada può aspettare”, mi disse. Sono stato sei sette mesi nel campo profughi. Avevo notato con tristezza e delusione che tutti gli ospiti si definivano bosniaci. Io ero stato il primo che al colloquio d’ingresso con un rappresentante della Croce Rossa si era definito Jugoslavo. Si erano stupiti, ma poi avevano accettato. Erano giorni in cui mi riposavo e cercavo una soluzione. Dopo un mese mi hanno dato il permesso di soggiorno. Lavoravo nei vigneti e come cameriere a Grado, Lignano, Bibbione. Ho messo da parte un po’ di soldi. In quei mesi ho conosciuto una famiglia di zingari. Sono partito con loro. Non avevo molti soldi. E non avevo obiettivi chiari. Il tempo trascorreva velocemente e l’obiettivo iniziale di andare in Canada si allontanava, l’ho ritrovato solo molto più tardi. E cioè qui nel reparto La Nave, al terzo raggio di San Vittore. Come andò che ci sono finito, qui in galera, sarebbe un’altra storia. Ma adesso non ho una gran voglia di raccontarla.


Esad Ramovic
Categoria: Profughi, Migranti
Luogo: Italia