Complexo do Alemão, agglomerato di dodici favelas nel Nord di Rio: un giorno dedicato all'arte spezza la quotidiana violenza
scritta per noi da
Elisa Finocchiaro
E’ un
giorno diverso al Complexo do Alemão,
agglomerato di dodici favelas nel Nord di Rio. Davanti
ai fucili spianati dell’esercito speciale, tenuti stretti dai
soldati accucciati dietro ai sacchi di sabbia, con elmetto e
mimetica, sfilano persone di buon umore. Giovani
con zaini carichi di bombolette di vernice, bambini con pennarelli e
fogli, mamme che abbracciano i figli e cantano, uomini con
spiedini di carne in mano.
Solo
qualche mese fa una scuola è rimasta tra i fuochi incrociati
della guerra fralnarcotraffico e polizia. Una guerra
quotidiana, un boccone amaro che tutti i giorni gli abitanti della
favela ingoiano, così come i soprusi della polizia e la
mancanza di possibilità e alternative.
Buona nuova. Oggi
invece la musica invade la via che porta in cima al “morro” (la
collina,sulla quale generalmente si estende la favela a Rio), tutti
sono in strada a mangiare e festeggiare, ma soprattutto tanti artisti
ricoprono le mura della strada di colori, sotto gli obiettivi dei
giovani fotografi della favela. Il
Gruppo Culturale “
Raízes em Movimento” dal 2001 organizza
attività culturali per bambini e adolescenti riguardanti
pittura, musica, danza, teatro, fotografia, graffiti, video e
giornalismo.
Lacrime e proiettili. L’evento
organizzato da “Raizes” che oggi ha portato decine di
“grafiteiros” a dipingere i muri della strada che porta in cima
alla favela, si chiama “Circulando”, ed è un evento
itinerante all’interno della favela che punta alla fruizione
collettiva dell’arte da parte dei suoi abitanti.
Appena
scesa dall’autobus in prossimità del Complexo sento degli
spari, una donna mi fa cenno di rifugiarci nella rientranza di una
saracinesca, e aspettare. Ho
visitato la scorsa settimana il pronto soccorso di Medici senza
frontiere qui al Complexo - già ricoperto di fori di
proiettile, unica struttura sanitaria in questa terra dimenticata
dallo Stato - ed una scuola dove Msf offre sostegno
psicologico, e in cui ho incontrato una bambina che mi mostrava le sue gambe
ricoperte di ferite di proiettile e una mamma le sue lacrime per il
figlio pestato dalla polizia.
Settanta vittime. Negli
ultimi quattro mesi, settanta persone sono rimaste vittime di scontri
a fuoco susseguiti alle operazioni di polizia nel Complexo do Alemão,
oltre cento persone vi sono rimaste ferite. Oggi,
invece, la favela diventa una galleria a cielo aperto. “La
vita è un ponte, ora lui va a visitare l’altro lato” leggo
sul muro, mi spiegano che la scritta è riferita ad un
grafiteiro, morto in questa guerra quotidiana.
I
proprietari della casa sulla quale Mario e Thiago, grafiteiros di
“Raizes”, stanno dipingendo, hanno subito accettato di cedere i muri ai ragazzi.
Mario osserva il suo amico dipingere e sembra
pervaso da una pace interiore. Distrae gli occhi grandi e trasognanti
dal graffito per osservare i bambini. Regala loro delle bombolette
quasi finite.
Connivenze e convivenze. Una
bimba scrive “Leo te amo”. La sua amichetta mi spiega che si
tratta del fratellino morto, poi cambia argomento. “Dove abiti?”,
“A Copacabana” rispondo. "Hmm molto pericoloso… e come torni a
casa?”. "Con l’autobus”, le spiego. "Sull’autobus c’è
pericolo di essere aggrediti”, afferma solennemente la bimba della
favela. Strategie di sopravvivenza, penso dentro di me.
Un
ragazzino osserva seduto la distesa di baracche che scendono ripide,
i fili elettrici alla sua altezza che vanno giù disordinati. Un
albero dipinto sul cemento.
“Raizes” ha una piccola galleria
nella favela che espone visioni di violenza, speranza, spiritualità
urbana; un poliziotto che si trasforma in carro armato alimentato da
denaro, fotografie ottenute da una lattina o il contenitore di un
rullino, principio del foro stenopeico. Convivenza è diverso
da connivenza, mi dice un fotografo di “Raizes” alludendo ai
rapporti del narcotraffico con il potere.
Coltivare cultura e orgoglio. Negli
ultimi giorni è stato inaugurato, con la visita del presidente
Lula, un piano del governo federale chiamato “Programma di
accelerazione della crescita” che tuttavia lascia gli abitanti
ancora piuttosto indifferenti, forse perché impauriti dalla
possibilità di nuovi scontri tra l’esercito e il traffico. “Opere
di risanamento come quella in questione, da sole, non mutano le
persone - afferma Alan Brum Pinheiro, presidente di “Raízes
em Movimento - Quello che può mutarle è l’accesso
all’istruzione, alla cultura, le sole cose che permangono nella
comunità. Siamo di fronte a una storica possibilità di
cambiamento, ma c’è bisogno che i giovani, le maggiori vittime
e promotori della violenza, abbiano la possibilità di
partecipare attivamente a questo processo. Per questo cercheremo di
collaborare, lavoriamo qui da molto tempo prima che venissero fatte
queste promesse dal governo.Vogliamo che le persone apprendano
qualcosa e si sentano orgogliose di quello che fanno”.