Mentre negli Stati Uniti il premio Nobel Joseph Stiglitz stima il costo finanziario
della guerra in Iraq in tre trilioni (tremila miliardi) di
, è giunto il momento di fare i conti con gli altri costi, quelli umani, che cinque
anni di guerra hanno fatto pagare alla popolazione civile di quel paese.

Nel marzo 2003, alla vigilia della invasione appoggiata, contro oceaniche manifestazioni
di dissenso in tutto il mondo, anche dal governo italiano di Silvio Berlusconi,
oltre 1500 medici italiani sottoscrivevano
una lettera aperta che metteva in guardia sulle prevedibili conseguenze umanitarie di una tale
decisione. Il governo rispondeva sprezzante a tale ‘intrusione’ del mondo scientifico
in “
problemi che per la loro valenza non possono che essere affrontati dai supremi
Organi elettivi…”, negando in sostanza che la guerra abbia un profondo impatto sulla salute dell’umanità
e che quindi le professioni sanitarie
possano esprimersi su di essa. La lettera aperta rappresentava un intenso momento di presa di coscienza
da parte di una professione a rischio di perdere il senso della propria missione
sociale a salvaguardia della salute umana.

E’ di queste settimane la pubblicazione di una ricerca che fa il punto su gli
studi sinora pubblicati che stimano il numero di morti causati dalla
guerra in Iraq. I tredici studi identificati riportano dati abbastanza diversi. I lavori
considerati di migliore qualità scientifica, e quindi più affidabili, evidenziano
un numero di morti giornaliero stimabile in una scala che va dai 48 e ai 759.
Una tale variabilità è dovuta soprattutto alla diversità sostanziale delle metodologie
impiegate. Da una parte, lo studio che calcola soltanto le morti verificate da
almeno due fonti ufficiali (fornendo quindi cifre molto sottostimate). Dall’altra,
gli studi di popolazione che includono le morti “stimate” in base a calcoli statistico-epidemiologici
e causate non soltanto dalla violenza diretta ma anche dalle condizioni di vulnerabilità
alimentare, igienica, ecc. create dal conflitto. La ricerca in genere più citata,
pubblicata sulla autorevole (e insospettabile di faziosità) rivista americana
The New England Journal of Medicine, riporta la cifra di circa 151.000 morti “violente”
dal marzo 2003 al giugno 2006. Un’indagine uscita sull’altrettanto prestigiosa
rivista britannica The Lancet calcola, alla fine del mese di giugno 2006, oltre
655.000 morti in eccesso, ossia incluse quelle dovute alle
cause indirette della guerra.
Per avere un’idea più accurata del reale impatto della invasione dell’Iraq e
delle conseguenze ad essa attribuibili, compresa la violenza settaria degli ultimi
due anni, bisognerebbe considerare anche altre statistiche e soprattutto le narrazioni
che profughi e persone coinvolte fanno della loro esperienza personale. Di sicuro
sappiamo che: