La
giornata del 17 marzo inizia presto anche per me. Alle 8.00 apprendo
degli scontri appena iniziati a Mitrovica nord dopo la decisione
ferma di Unmik, per il tramite del suo più alto funzionario
Joackim Rucker, di volervi ripristinare l’ordine e la legalità.

Senza tanta
esitazione, incoraggiato dall’aroma di caffè che esce dalla
moka e non certo dalla pioggerella che sta venendo giù, decido
di prendere il primo autobus per raggiungere Mitrovica. Il telefono
inizia a squillare, ma poco posso fare quando con un messaggio
l’Ufficio Italiano invita i suoi connazionali che risiedono a
Mitrovica a starsene riparati a casa. Avevo ormai deciso di
raggiungere la città divisa. Così è stato. La
parte sud della città, quella albanese, indifferente di quanto
stava succedendo oltre il fiume, ma ben informata dei fatti, si
accingeva a riversarsi per strada e nei caffè, nel mercato di
frutta e verdura, nei tanti negozi di telefonia. L’indifferenza
degli albanesi mi ha fatto pensare al meglio, al fatto cioè
che doveva trattarsi di una montatura ben architettata quella al
nord. Decido quindi di fare il passo successivo e di raggiungere il
ponte principale della città. Giunto sul posto anche lì
trovo poca gente che incuriosita guarda i circa quaranta poliziotti
UNMIK. Poca cosa se si pensa al fatto che la prassi normalmente è
di circa cinque- dieci poliziotti. Ho così capito che la
partita si giocava da un’altra parte e con altri protagonisti. Al
Bosnian Mahalla, il quartiere bosniaco della città, abitato
prevalentemente da bosniaci e albanesi, era tutto militarizzato.
L’entrata è situata ad est della città, ma il
quartiere si estende tra il nord ed il sud. Al mio arrivo i miei
occhi non vedono altro che corazzati di tutte le forme, saranno stati
più di 40 carri armati quelli lungo il bordo della strada, ma
non sono riuscito a contare i tanti parcheggiati in una stazione
appositamente creata, dove sostavano autoambulanze, ruspe e scorte
varie.
Nessuna traccia
dei francesi che hanno il controllo della città, solo gli
spagnoli: chiacchero con Manuel, Maggiore di Cadiz, cercando di
smorzare i toni, conscio, questa volta sì, della drammaticità
della giornata. Alle 12.30 circa, soltanto dopo il passaggio del
lungo convoglio KFOR che si dispiegava nel nord per prevenire
eventuali disordini che potevano verificarsi durante la quotidiana
manifestazione delle 12.44 organizzata dagli studenti universitari,
mi sono fatto coraggio e mi sono diretto anch’io, cercando di
mimetizzarmi, nella zona nord. Ancora adesso non riesco a capire se
era più forte l’emozione e la gioia per aver vissuto dal
vivo quei momenti o la paura. Certo la lucidità e familiarità
con questi luoghi mi hanno permesso di raggiungere attraverso strade
secondarie la piazza centrale che si presentava strapiena di giovani
felpati e uomini corpulenti. Mi trovavo ad appena 10 metri dal caffè
Paris, di proprietà di un italiano sposato a Mitrovica da più
di 9 anni. Ero venuto a conoscenza di Ivano da un articolo comparso
sulla stampa italiana appena due mesi fa. Senza conoscerlo nè
sapere nulla di più di lui decido di fargli visita. L’unico
interrogativo che mi sono posto in questa giornata tesa è
stato quando dovevo decidermi se affrontare o meno gli sguardi
interrogativi di tutti quei giovanotti seduti in quel momento al
caffè e le loro eventuali reazioni. Per dirigermi dove?Per
parlare con chi? In quale lingua? Il pericolo che veniva da fuori non
era inferiore a quello che potevo trovare dentro. Senza troppe
esitazioni e con un certo desiderio di parlare in dialetto calabrese
a Mitrovica, mi sono ritrovato dopo 5 minuti seduto al tavolo con
Maxo e Stojan, due dei camerieri-gestori del locale.
Ho chiesto a
Maxo dov’era “Macrì” (non ricordavo il nome) e lui con
grande disponibilità lo ha subito contattato al cellulare.
Prima dell’arrivo di Ivano, Stojan e Maxo mi hanno illustrato gli
eventi della giornata, facendomi sentire totalmente a mio agio
nonostante avessi tutti gli occhi degli avventori ancora puntati
addosso. Si è parlato a lungo del trentenne presunto morto in
seguito agli scontri della giornata. I due sono rimasti con me fino
all’arrivo di Ivano e sua moglie. Ivano mi ha raccontato la sua
storia. Qui a Mitrovica da 9 anni è ben inserito, conosce
tanta gente e manda avanti questo locale di sua proprietà. La
mia domanda su come avessero reagito i suoi familiari serbi al
riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo da parte dell’Italia,
non lo spiazza per nulla. Nel ricordarmi che l’Italia non era stata
l’unica a riconoscere l’indipendenza, sottolinea che tutti
conoscevano la sua personale presa di posizione. Nove anni sono tanti
per non sentirsi addentro alle vicende del Kosovo, a maggior ragione
in un posto come Mitrovica e con dei forti legami affettivi. “Caro
Raffaele, è come se la nostra Calabria, sempre più
popolata da rumeni, da qui a cento anni la dichiarassero
indipendente”, mi diceva in modo spicciolo. L’aria era
tranquilla, seria come ogni giorno a Mitrovica, con gli sguardi persi
dei giovani del bar sullo schermo che faceva scorrere le immagini
degli scontri freschi di giornata. Il paragone fatto da Ivano mi
sembrava poco appropriato ma non non credevo fosse nè il luogo
nè il momento giusto per analizzare i diversi punti di vista.
Pochi secondi
dopo, il locale si svuota. Tutti corrono per strada, e così
anche io e Ivano. Forse per un falso allarme, forse distratti dalla
televisione, quasi come si fossero dimenticati di dover prendere
parte alla manifestazione delle 12.44. La rapidità con cui si
sono alzati e si sono messi il giubbino mi ha fatto riflettere su
quanto l’agitazione ed il nervosismo fossero ben mascherati da
calma apparente. È stato lì che anche Ivano mi ha
mostrato di essere teso, o forse semplicemente io, avendo trovato un
ragazzo calabrese, pensavo per questo di poterci chiaccherare con
tranquillità più a lungo. Non era però il
momento adatto per approfondire la conversazione e anche Ivano mi ha
suggerito di dirigermi al sud. Così ho fatto. Mi sono
congedato da lui che gentilmente si è offerto di scortarmi
fino a quasi il ponte. Non potevo però, a questo punto, non
seguire la manifestazione organizzata dai giovani universitari, che
si sarabbe tenuta di lì a poco. Mi frullavano in testa le
parole che un attimo prima Stojan mi aveva detto al bar, quando
commentando le scene in televisione ripeteva che la gente oggi era
molto amareggiata a Mitrovica nord, non si sarebbe aspettata da parte
delle forze internazionali una reazione del genere, tanto aggressiva
in una ricorrenza così amara. Erano molto più nervosi
oggi (17 marzo), diceva Stojan, perchè colti di sorpresa,
piuttosto che il giorno in cui era stata proclamata l’indipendenza,
già preventivato. Giusto il tempo di trovare rifugio dietro ai
pilastri della schiera di palazzi a ridosso del ponte, che scende un
flusso di persone, almeno 250, che inveendo contro gli occupatori e
sventolando bandiere serbe hanno marciato comunque pacificamente fino
a raggiungere il monumento, situato sul ponte, eretto in onore dei
caduti serbi durante i bombardamenti Nato.
La
manifestazione molto composta è rimasta poi per più di
un minuto in religioso silenzio commemorando appunto i suoi morti. Un
cordone di persone ai lati della strada, sicuramente per ripararsi
dalla pioggia, seguiva con gli occhi questo evento. Tra questi anche
due energiche signore che notando due giornalisti con una telecamera
si sono dirette immediatamente a loro chiedendoli la nazionalità.
Ritornando col sorriso ad alta voce ripetevano Russia, Russia. Come
per dire sono nostri amici, non temete. Sono stato raggiunto dal
sorriso penetrante della signora. Il suo sguardo è caduto su
di me che cercavo silenziosamente di mimetizzarmi e di seguire la
protesta. Era inevitabile che mi rivolgesse la parola. Non conoscendo
il serbo ho cercato di non rispondere fino a quando potevo. Quando,
muovendo anche le mani, è riuscita chiaramente a farmi capire
che voleva sapere chi fossi, ho semplicemente aperto bocca per
pronunciare “italiano”. Sono seguiti pochi frangenti di secondi
prima che decidessi di fare marcia indietro e allontanarmi
rapidamente. La voce sempre più sostenuta della cinquantenne
che mi sollecitava ad andare dall’altra parte del ponte, iniziava
ad incuriosire i nostri vicini. A queste parole, ed alle occhiate
concentrate tutte in quei soli istanti, nulla ha potuto la richiesta
di un giovane serbo che in inglese mi invitava a restare calmo per
non creare interesse attorno a me. Mi sono precipitosamente
allontanato. Girando l’angolo ho percorso di corsa il quartiere
bosniaco per dirigermi a sud dalla via più lunga. L’accesso
dal ponte principale, distante da me poche decine di metri, era
infatti sbarrato.
Col
fiatone entro allora nell’unico bar presente al quartiere bosniaco,
a pochi metri dal blindato dove poche ore prima avevo lasciato
Manuel.
Dentro tanta
gente intenta a seguire in tv gli eventi del giorno che ormai
ininterrottamente si susseguivano. Il tempo di respirare e ridare
fiato ai miei polmoni che ho subito capito a cosa sarei potuto andare
incontro poco prima. In mente infatti potevo soltanto immaginare le
scene che avevano visto protagonista un fotografo italiano che era
stato privato della sua telecamera. Ivano ricordava bene l’accaduto
ma non il nome della persona. Anche se poteva trattarsi ancora di
un’altra falsa notizia che circolava in quella giornata,
l’agitazione era alta. Ho trascorso in quel bar le due ore
seguenti, dapprima parlando con Bekim, un albanese vecchio
conoscente, che mi raccontava di sentirsi al sicuro in quel bar
insieme agli altri suoi amici, certo non per le armi ed i blindati di
KFOR fuori dalla porta ma per le armi che tutti i cittadini del
Bosnian Mahalla hanno. Poi affronto una conversazione
storico-politica con Veton Vidishiqi, un negoziante del quartiere che
aveva pensato bene di non aprire la sua attività quel giorno.
È stata una conversazione interessante ma molto particolare,
Veton, sebbene apprezzasse il risultato dell’indipendenza non lo
elogiava più di tanto. Era, a suo dire, un buon risultato ma
ribadiva di non andarne tanto fiero. Nella conversazione mi sembrava
di essere io quello che difendeva gli albanesi e la presa di
posizione americana, mentre lui faceva presente che, sebbene
sofferta, non era un’indipendenza piena ed elogiava invece,
ripercorrendo tutte le tappe storiche più importanti, il
coraggio combattivo ed il valore del popolo serbo, riferendosi anche
agli eventi di oggi. La giornata si è conclusa con questa
insolita conversazione. Risulta infatti difficile sentire da ambo le
parti una versione differente rispetto a quella ufficiale. Ritornando
a casa sotto la pioggia ho riflettutto ancora una volta su quanto
complesso era capire i Balcani, la sua storia e la sua gente.
Certamente quello che è successo ieri avrà delle
ripercussioni soprattutto sulla normale dialettica tra comunità
internazionale da una parte e Serbia dall’altra.
Raffaele Coniglio*