19/03/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Cinque anni di guerra in Iraq hanno prodotto quasi cinque milioni di profughi
Sono passati cinque anni dalla notte in cui iniziò l'invasione dell'Iraq. Quel giorno finiva l'epoca di Saddam, e molti iracheni che erano fuggiti dal suo regime speravano in un nuovo inizio: sognavano di tornare finalmente nel paese. Erano un milione i rifugiati iracheni all'estero prima dell'invasione, molti di loro erano anche ritornati in Iraq ma, a cinque anni di distanza, sono molti di più quelli fuggiti dalla violenza che ancora opprime il paese.

Cifre. Secondo l'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, Iom, e l'Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Unhcr, i profughi della guerra alla fine del 2007 erano quasi cinque milioni. 2,4 milioni sono i cosiddetti rifugiati interni, persone che hanno lasciato le loro case e quartieri, resi invivibili dalle violenze confessionali e dalla battaglie, per cercare rifugio in altre parti del paese. Oltre a loro ce ne sono altrettanti che hanno lasciato almeno provvisoriamente l'Iraq. Questi sono ammassati soprattutto nei paesi confinanti, Siria e Giordania, ma anche Egitto, Libano e Iran. Dall'inizio della guerra Damasco e Amman hanno conosciuto un afflusso di disperati in fuga, che le stesse Nazioni Unite hanno paragonato all'esodo dei palestinesi del 1948, anno della fondazione di Israele. Attualmente si stima che i profughi iracheni in Siria siano oltre un milione e mezzo, un milione quelli in Giordania. Secondo i dati dell'Unhcr sono almeno 60 mila le persone che ogni mese lasciano le loro case, il 10 percento della popolazione nazionale è stata costretta a fuggire.

Violenze settarie. Il fenomeno dei profughi è iniziato nel 2003, ma è esploso dopo la distruzione del mausoleo della città di Samarra, che ha scatenato le violenze settarie perpetrate dalle milizie sciite e sunnite. Quasi tutti i gruppi del paese: sciiti, sunniti, cristiani, palestinesi, turcomanni, curdi, ebrei, sono stati minacciati di morte. I continui massacri confessionali hanno trasformato decine di migliaia di iracheni in rifugiati interni, un fenomeno che ha ridefinito la composizione dei quartieri della capitale e delle principali città. Negli ultimi mesi i media internazionali hanno insistito molto sul relativo miglioramento della sicurezza, ascritto alla strategia militare del generale Petraeus, che puntava sull'aumento delle truppe e sull'alleanza con le milizie tribali sunnite. Ma la riduzione delle violenze confessionali è dovuta soprattutto ad altri due fattori: in primis la tregua dichiarata dal capo delle milizie sciite del Mahdi, Moqtada Sadr, secondariamente al fatto che gli sfollati interni si sono ridislocati in zone "pure", dove il rischio di violenze settarie è chiaramente molto minore. Nonostante questi miglioramenti sono ancora poche le persone che hanno fatto ritorno nel paese, e sono comunque molte meno di quelle che ancora lo lasciano. Lo stesso governo iracheno, che inizialmente aveva tentato di incentivarli quei ritorni, ora frena i profughi di ritorno, per evitare che non trovando più le loro case vadano a ingrossare le fila degli sfollati interni.

Donna irachena si registra all'UnhcrAiuti. I profughi iracheni nei paesi confinanti sono ormai in quantità tale da mettere in difficoltà le loro capacità di accoglienza, specialmente in Libano e Giordania, paesi già gravati dalla presenza di centinaia di migliaia di rifugiati palestinesi. Inizialmente Damasco e Amman avevano tenuto aperte le frontiere, ma progressiamente i loro governi sono stati costretti a limitare gli accessi, anche perché la comunità internazionale non è stata in grado di sostenere economicamente i loro sforzi. Il governo iracheno ha garantito 25 milioni di dollari a Siria, Giordania e Libano perché continuino a sostenere i profughi, e anche l'Unhcr ha ricevuto dalla comunità internazionale 152 milioni per la loro assistenza. Secondo l'agenzia, però, per gestire la crisi dei profughi, solo quelli regolarmente registrati, ne servirebbero almeno 260. Ma bisogna considerare che quelli che si sono regolarmente iscritti nelle loro liste sono una minoranza. Secondo l'organizzazione Refugees International, le poche centinaia di milioni di dollari fornite dagli Stati Uniti e dagli altri paesi sono una briciola rispetto ai due miliardi che sarebbero necessari per assistere anche solo quelli che si trovano in Siria e Giordania. Aiuti che sono ancora più miseri se li si paragona ai cento miliardi all'anno, che è mediamente quanto la guerra in Iraq è costata agli Stati Uniti.
 

Naoki Tomasini

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