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Cifre. Secondo l'Organizzazione
Internazionale per le Migrazioni, Iom, e l'Agenzia delle Nazioni
Unite per i Rifugiati, Unhcr, i profughi della guerra alla fine del
2007 erano quasi cinque milioni. 2,4 milioni sono i cosiddetti
rifugiati interni, persone che hanno lasciato le loro case e
quartieri, resi invivibili dalle violenze confessionali e dalla
battaglie, per cercare rifugio in altre parti del paese. Oltre a loro
ce ne sono altrettanti che hanno lasciato almeno provvisoriamente
l'Iraq. Questi sono ammassati soprattutto nei paesi confinanti, Siria
e Giordania, ma anche Egitto, Libano e Iran. Dall'inizio della guerra
Damasco e Amman hanno conosciuto un afflusso di disperati in fuga,
che le stesse Nazioni Unite hanno paragonato all'esodo dei
palestinesi del 1948, anno della fondazione di Israele. Attualmente
si stima che i profughi iracheni in Siria siano oltre un milione e
mezzo, un milione quelli in Giordania. Secondo i dati dell'Unhcr sono
almeno 60 mila le persone che ogni mese lasciano le loro case, il 10
percento della popolazione nazionale è stata costretta a
fuggire.
Violenze settarie. Il fenomeno
dei profughi è iniziato nel 2003, ma è esploso dopo la
distruzione del mausoleo della città di Samarra, che ha
scatenato le violenze settarie perpetrate dalle milizie sciite e
sunnite. Quasi tutti i gruppi del paese: sciiti, sunniti, cristiani,
palestinesi, turcomanni, curdi, ebrei, sono stati minacciati di
morte. I continui massacri confessionali hanno trasformato decine di
migliaia di iracheni in rifugiati interni, un fenomeno che ha
ridefinito la composizione dei quartieri della capitale e delle
principali città. Negli ultimi mesi i media internazionali
hanno insistito molto sul relativo miglioramento della sicurezza,
ascritto alla strategia militare del generale Petraeus, che puntava
sull'aumento delle truppe e sull'alleanza con le milizie tribali
sunnite. Ma la riduzione delle violenze confessionali è dovuta
soprattutto ad altri due fattori: in primis la tregua dichiarata dal
capo delle milizie sciite del Mahdi, Moqtada Sadr, secondariamente al
fatto che gli sfollati interni si sono ridislocati in zone "pure",
dove il rischio di violenze settarie è chiaramente molto
minore. Nonostante questi miglioramenti sono ancora poche le persone
che hanno fatto ritorno nel paese, e sono comunque molte meno di
quelle che ancora lo lasciano. Lo stesso governo iracheno, che
inizialmente aveva tentato di incentivarli quei ritorni, ora frena i
profughi di ritorno, per evitare che non trovando più le loro
case vadano a ingrossare le fila degli sfollati interni.
Aiuti. I profughi iracheni nei
paesi confinanti sono ormai in quantità tale da mettere in
difficoltà le loro capacità di accoglienza,
specialmente in Libano e Giordania, paesi già gravati dalla
presenza di centinaia di migliaia di rifugiati palestinesi.
Inizialmente Damasco e Amman avevano tenuto aperte le frontiere, ma
progressiamente i loro governi sono stati costretti a limitare gli
accessi, anche perché la comunità internazionale non è
stata in grado di sostenere economicamente i loro sforzi. Il governo
iracheno ha garantito 25 milioni di dollari a Siria, Giordania e
Libano perché continuino a sostenere i profughi, e anche
l'Unhcr ha ricevuto dalla comunità internazionale 152 milioni
per la loro assistenza. Secondo l'agenzia, però, per gestire
la crisi dei profughi, solo quelli regolarmente registrati, ne
servirebbero almeno 260. Ma bisogna considerare che quelli che si
sono regolarmente iscritti nelle loro liste sono una minoranza.
Secondo l'organizzazione Refugees International, le poche centinaia
di milioni di dollari fornite dagli Stati Uniti e dagli altri paesi
sono una briciola rispetto ai due miliardi che sarebbero necessari
per assistere anche solo quelli che si trovano in Siria e Giordania.
Aiuti che sono ancora più miseri se li si paragona ai cento
miliardi all'anno, che è mediamente quanto la guerra in Iraq è
costata agli Stati Uniti.Naoki Tomasini