Scritto per noi da
Raffaele Coniglio *
Giornata uggiosa quella di ieri. Mitrovica si è svegliata sotto un cielo triste,
quasi a voler piangere i suoi ultimi caduti, quelli degli scontri del 17 marzo
di 4 anni fa, quando, a seguito di alcune sommosse partite da Mitrovica ed estesesi
poi in tutto il Kosovo, persero la vita 19 persone e molte case serbe e chiese
ortodosse subirono danni.

Dallo scoppio della guerra tanta acqua è passata sotto il fiume Ibar e Mitrovica
ha subito significativi mutamenti. Tra questi, la divisione ben marcata della
città, pattugliata costantemente da KFOR, l’interruzione o comunque l’arretramento
del dialogo interetnico avviato da tante organizzazioni dalla fine della guerra,
una ben visibile diffidenza tra le due maggiori etnie divise dal ponte. Da ultimo,
il cambiamento che ha lasciato traccia indelebile sulle relazioni presenti e future
delle due maggiori parti in causa: la dichiarazione unilaterale di indipendenza
del Governo di Pristina del 17 febbraio 2008.
Gli scontri di ieri, sebbene avvenuti esattamente 4 anni dopo, presentano una
differenza sostanziale rispetto al 2004: mentre allora la partita si giocava tutta
tra serbi ed albanesi con KFOR che faceva da arbitro, ieri dalla tribuna gli albanesi
guardavano i due protagonisti, i serbi e la KFOR, contendersi una partita ben
più difficile consumata tutta sull’indipendenza. Proprio perchè ancora in corso,
in quest’ultima sfida i contorni sono molto più sfumati di prima. Sicuramente
bisognerà attendere i tempi supplementari prima che la cicatrice dell’indipendenza
si possa rimarginare. Non dovrebbe risultare utopistico parlare oggi di divisione
della parte nord dal resto del Kosovo, per restituirla, con un forte grado di
autonomia, alla vecchia madrepadria. Così come ulteriori e più sanguinosi scontri
estesi in altre zone del Kosovo potrebbero spingere un consistente numero di serbi
a riparare altrove. Il vaso di pandora è stato appena scoperto: dal 17 febbraio
una serie di vicende e ritorsioni serbe hanno sempre più spinto l’amministrazione
UNMIK a prendere provvedimenti e decisioni precise in quella parte nord del Kosovo
che per nove anni l’ha vista latitante. Prima con le proteste lungo il confine
nord, poi con l’entrata, ad insaputa di UNMIK, di un treno proveniente dalla Serbia,
poi ancora con la protesta dei poliziotti serbi allontanatisi dal servizio perchè
non riconoscevano la nuova istituzione che li rappresentava ed infine, venerdì
14 marzo, con l’occupazione del Palazzo di Giustizia da parte di una cinquantina
di manifestanti serbi che hanno piantato la bandiera serba sul tetto.

Questo giusto per citare i fatti più eclatanti che sembrano portare UNMIK a mostrare
una determinazione sempre più forte. Si è arrivati infatti alla giornata del 15
marzo e alla secca dichiarazione del rappresentante Unmik, Rucker, per le violazioni
appena perpetrate dai serbi. Il ripristino della legge e dell’ordine richiesto
con forza dal Rappresentante UNMIK in Kosovo non lasciava presagire nulla di buono.
Tant’è che alle 5.30 di ieri la polizia UNMIK e KFOR, irrompendo nel palazzo occupato,
hanno arrestato i circa 50 occupanti serbi e ristabilito la legalità. La nuova
partita era appena iniziata, lasciando circa 80 manifestanti serbi feriti, due
in maniera grave e circa 25 tra poliziotti UNMIK e soldati KFOR feriti. Fonti
KFOR parlano di 3 soldati francesi feriti gravemente la mattina durante le operazioni
di sgombero e di 1 soldato ucraino seriamente ferito negli scontri successivi,
morto questa mattina. Le continue forzature dei serbi del nord e l’uso di armi
automatiche da parte degli stessi in pieno centro cittadino dovrebbero far riflettere
sulla scarsa presa di UNMIK e del suo potere in queste zone durante questi lunghi
9 anni.

Mitrovica, svegliatasi sotto una pioggerella primaverile. ha sentito il boato
delle armi. La parte sud della città, quella albanese, indifferente a quanto stava
succedendo oltre il fiume, ma ben informata dei fatti, si accingeva a riversarsi
per strada e nei caffè, nel mercato di frutta e verdura, nei tanti negozi di telefonia.
I serbi a nord, già dalle otto del mattino, si riversavano numerosi per strada.
Tanta era la rabbia tra i giovani, tanta l’amarezza per questo inaspettato uso
della forza da parte della KFOR. Stojan infatti sostiene che la ferita del 17
marzo è molto più profonda rispetto a quella di un mese fa. Per l’indipendenza
almeno eravamo preparati, ripete. La folla era in fermento verso le le 12.30,
tante erano le voci di dissenso e di confusione. Maxo, gestore del Caffé Paris
diceva che un giornalista italiano era stato spintonato e privato della sua telecamera.
Un suo vicino preoccupato diceva che una persona serba di trent’anni era stata
uccisa. Nonostante gli animi irrigiditi, la manifestazione si è tenuta lo stesso:
non più di 250 persone, tra loro anche molti signori di mezza età, che inveendo
contro gli occupatori e sventolando bandiere serbe hanno marciato pacificamente
fino a raggiungere sul ponte il monumento eretto in onore dei caduti serbi durante
i bombardamenti Nato. Molto composti, raggiunto il posto sono rimasti per più
di un minuto in religioso silenzio, commemorando appunto i morti. Un cordone di
persone ai lati della strada, sicuramente per ripararsi dalla pioggia, seguiva
con gli occhi questo evento. Due energiche signore, notando due giornalisti con
la telecamera, si sono dirette immediatamente verso di loro chiedendo la nazionalità.
Ritornando col sorriso, ad alta voce ripetevano Russia, Russia. Come per dire
sono nostri amici, non temete. Dalle due in poi la tensione si è smorzata, la
gente ha lasciato la strada per riempire i bar e commentare l’ennesima sfida ben
riuscita contro le forze di occupazione. La ferità resterà aperta ancora a lungo
e in discussione ci saranno non soltanto gli equilibri politico-diplomatici tra
le forze occidentali e non, ma anche le stesse relazioni per chi, occupandosi
di cooperazione, è costretto a confrontarsi con istituzioni locali serbe e il
mondo dell’associazionismo. La spaccatura tra i diversi sogetti istituzionali
coinvolti, da oggi sarà ancora più profonda.