I ragazzi di Pechino: canotte da basket come fossero nati ad Harlem, non nel Sichuan, dove i loro conterranei hanno assaltato una stazione di polizia e sono morti in otto
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In Cina la distanza tra il potere stabile del Partito Comunista e
i confini turbolenti del Tibet la si potrebbe percorrere ogni giorno
partendo dalla stazione di Beijing Ovest, destinazione Lhasa: 48 ore
e mezzo per tagliare da parte a parte tutta la nazione, dai
grattacieli della capitale in fremito pre-olimpico alle vette più
alte del mondo.La macchina della censura si è attivata con
precisione chirurgica; già da venerdì sera molte
testate giornalistiche online non erano raggiungibili, Youtube è
stata oscurata, i telegiornali nazionali hanno dato
all’argomento rilevanza minima e il Renmin Ribao di Domenica, primo
quotidiano cartaceo cinese come tiratura, su dodici pagine non ha
dedicato nemmeno un trafiletto alla sommossa tibetana, mentre un
articolo a tutta pagina testimoniava la presenza di Hu Jintao ad una
sorta di “giornata della natura”, immortalando lo stesso
Presidente della Repubblica Popolare nell’atto di innaffiare un
albero appena piantato assieme ad alcuni studenti sorridenti : da tre
giorni per il resto della Cina, Lhasa è ancora più
distante.
Addirittura al Tempio dei Lama di Pechino, presunta sede
pechinese della fede lamaista, domenica mattina la situazione era
assolutamente normale: i monaci passeggiavano tranquilli vicino
all’enorme statua di Buddha della sala principale, circondati da
fiotte di turisti tedeschi ed americani sbarcati da decine di pullman
dei tour organizzati: the show must go on.

A Wangfujin, la Via del Corso di Pechino, le guide indirizzano i
turisti verso un paio di viuzze dove si vendono chincaglierie d’ogni
genere, bettole molto poco igieniche dove si possono mangiare
spiedini di shanzha caramellati, spiedini di scorpione ed insetti
vari creati appositamente per noi waiguoren (come vengono chiamati in
Cina gli stranieri): in una decina di minuti le hai visitate tutte e
puoi tornare sul viale principale dove, davanti ad un MacDonald
mastodontico, George Clooney ti guarda pubblicizzando un orologio di
lusso che un cinese medio non si potrebbe permettere nemmeno con anni
di lavoro, il primatista mondiale dei cento metri piani è
immortalato in posa plastica, sottotitolato da “impossible is
nothing”, rigorosamente tradotto in cinese e decorato dal bollino
ufficiale dei Giochi Olimpici.
Poco più avanti un gruppo di
cinesi fa la fila per prendersi un gelato da Baskin-Robbins, arcinota
quanto pessima catena di gelati statunitense: hanno tutti scarpe
nike, jeans, capigliature post-punk, alcuni addirittura si cotonano i
capelli.
Poi c’è l’onnipresente Yao Ming, cestista ambasciatore
della Cina nell’Nba, che pubblicizza qualsiasi oggetto
commercialmente rilevante, per la gioia di Mike Stern, Presidente
della National Basketball Association, e di tutti i ragazzi di
Pechino che indossano canotte da basket extralarge, atteggiandosi
nelle discoteche come se fossero nati ad Harlem, non nel Sichuan,
dove oggi i loro conterranei hanno assaltato una stazione di polizia
e sono morti in otto.