Álvaro Colom fa di nuovo marcia
indietro sulla pena di morte. Nonostante appena un mese fa abbia
annunciato di volerla riportare agli antichi splendori (le ultime
esecuzioni in Guatemala risalgono al 2000), decidendo per l'iniezione
letale e accogliendo con soddisfazione la decisione del Congresso di
confermare il potere di grazia del presidente, ha dovuto fare un
enorme passo indietro e cambiare addirittura strada. Prendendo atto
degli impegni internazionali sottoscritti dal suo Paese in tema di pena di
morte, con tanto di firma sulla moratoria voluta dall’Onu apposta
tre mesi fa, Colom ha annunciato che la via per l'abolizione è
possibile.
Tutto da rifare. Con una campagna elettorale tutta
improntata sulla tolleranza zero verso la criminalità, in un
paese che ha registrato 4.620 morti ammazzati nel solo 2007, e che
nei primi tre mesi di quest'anno già ne conta 869, il neo
presidente ha dovuto ridimensionarsi. “Dopo profonda analisi” ha
precisato che alcuni punti della legge sulla grazia ai condannati a
morte cozzano con i principi costituzionali, quindi: tutto da rifare.
Pressioni interne. In un messaggio radiofonico rivolto a
tutti i cittadini, il presidente ha spiegato inoltre che il Guatemala
non può non tenere in considerazione gli impegni presi con la
comunità internazionale sul tema, rischiando così di
“entrare in conflitto con paesi che finora hanno mantenuto una
politica di collaborazione” impeccabile.
È chiaro che sul cambiamento di
rotta hanno pesato molto anche le pressioni interne. Molti i settori
contrari alla pena capitale, a cominciare dagli organismi in difesa
dei diritti umani e finendo alla Chiesa sia cattolica che evangelica,
potentissime nello Stato centramericano.
La gente è esasperata. Eppure, l'enorme ondata di violenza che
da anni invade la vita dei guatemaltechi stava assicurando molte
simpatie al pugno di ferro di Colom. La gente è esasperata,
schiava della criminalità, tanto che molti settori della
società civile invocano a gran voce l'iniezione letale quale
unica via d'uscita.
Gli ultimi giustiziati. La pena di morte è tornata
in Guatemala sotto la presidenza di Álvaro
Enrique Arzú Yrigoyen (1996 – 2000). Dopo è
di fatto rimasta lettera morta. Gli ultimi a essere stati giustiziati
furono Luis Amilcar Cetín e Tomás Cerrate, che rapirono
e uccisero Isabel Bonifaci de Botrán, ereditiera della
dinastia della distilleria Botrán.