In Turchia il potere laico cerca di mettere fuorilegge l'Akp del primo ministro Erdogan: troppo islamico
L'accoppiata primo ministro-presidente al partito islamico, l'abolizione del
divieto di indossare il velo nelle università: era filato tutto troppo liscio,
senza colpi di mano da parte dell'establishment laico. Ma venerdì scorso, il procuratore
generale della Corte d'appello turca ha affondato il colpo, chiedendo alla Corte
costituzionale di mettere fuori legge il partito di governo Akp, con l'interdizione
dai pubblici uffici del premier Erdogan, del presidente Gul e di 71 altri funzionari,
tra cui 11 sindaci. L'accusa è di aver attentato ai valori laici della repubblica
fondata da Ataturk, con dichiarazioni e provvedimenti che tradirebbero l'intenzione
di far diventare la Turchia uno stato islamico. Comunque andrà a finire, per il
Paese si apre un periodo di forte instabilità.

Nelle 162 pagine del faldone d'accusa, corredate da estratti audio e video, il
giudice Abdurrahman Yalcinkaya ha raccolto tutte le “prove” della deriva islamica
dell'Akp: direttive del partito sul divieto di vendere alcolici, o sulla creazione
di spazi per sole donne nei luoghi pubblici, o sulla distribuzione di copie del
Corano con il logo del partito islamico. Il procuratore ha anche pescato tra le
dichiarazioni di Erdogan negli anni Novanta, quando era sindaco di Istanbul e
membro del Partito del benessere, come la famosa poesia (“i minareti saranno le
nostre baionette, le cupole i nostri elmetti, le mosche le nostre caserme, i credenti
i nostri soldati”) che recitò in pubblico e gli costò una sentenza di quattro
mesi di reclusione. “La direzione dell'Akp tende verso l'Islam politico, e il
fondamento di questo è la sharia”, ha scritto il procuratore nel suo atto d'accusa.
Entro questa settimana, la Corte costituzionale dovrà decidere se accettare o
meno la richiesta del procuratore. Ed è probabile che lo faccia, perché mai in
passato un ricorso della Corte d'appello è stato respinto. Dopodiché, il processo
durerà mesi, mentre all'Akp sarà dato tempo di presentare la sua difesa. “La distanza
tra il nostro partito e il fondamentalismo e la violenza è grande quanto quella
tra il giorno e la notte”, ha già detto Erdogan. Nuovi emendamenti costituzionali
introdotti proprio dall'Akp, al governo da oltre cinque anni, hanno tra l'altro
reso più difficile la messa al bando di un partito: serve provare che i principi
della costituzione sono stati effettivamente violati, non basta più solo l'intenzione
di farlo. Nella sua storia, comunque, la Corte suprema ha già messo fuorilegge
quattro partiti per le loro tendenze islamiche. Ogni volta, e così è successo
anche con il Partito del benessere di cui faceva parte Erdogan, i movimenti si
sono disciolti per riformarsi sotto un altro nome. Ma questa è la prima volta
in cui il partito sotto accusa si trova al governo, controllando da solo poco
meno di due terzi dei seggi in Parlamento.

Alla riapertura dei mercati, oggi la Borsa turca è crollata del 7 percento: una
perdita dovuta in parte alla tendenza mondiale, ma appesantita dalle insicurezze
per il futuro del Paese. Nei suoi cinque anni di governo Erdogan, la Turchia è
cresciuta stabilmente e ha attirato investimenti esteri come mai prima: solo dal
2006 a oggi, circa 42 miliardi di dollari. Con il suo impegno – almeno dichiarato
– per le riforme e per l'ingresso nell'Unione Europea, l'Akp ha dimostrato diverse
volte di essere la faccia più presentabile della Turchia all'estero. E anche se
resterà al potere, ora il rischio è che dovrà impegnare le sue energie per continuare
ad esistere. Con tanti saluti alle riforme.