Alla mezzanotte di oggi ora cinese, le 17 in Italia, è scaduto l’ultimatum lanciato
dal governo di Pechino ai manifestanti tibetani affinché pongano fine alle proteste
e si consegnino alla polizia. Non è chiaro cosa accadrà ora.
Retate a Lhasa, proteste studentesche nelle province vicine. La situazione a Lhasa, presidiata dai blindati e dai carri armati dell’esercito
cinese, appare tranquilla ma molto tesa.
Secondo il Centro tibetano per i diritti umani e la democrazia (
Tchrd) di Dharamsala, in India, le autorità cinesi non hanno atteso lo scadere dell’ultimatum:
già da ieri sera la polizia ha iniziato a condurre retate casa per casa, arrestando
centinaia di giovani tibetani che oggi sono stati fatti sfilare, ammanettati,
per le principali strade della città.
Le proteste, oggi, sono continuate invece fuori Lhasa, attorno ai monasteri dei
centri minori del Tibet.
I monaci tibetani hanno manifestato pacificamente a Amdo Mangra, a Meldrogungkar
e a Phenpo Lhundup. La polizia, presente in forze, non è intervenuta.
Situazione più tesa nelle province di Gansu e Sichuan, le altre regioni del ‘Tibet
storico’. Nelle città di Lanzhou e Tsoe, in Gansu, questa mattina gli studenti
universitari hanno manifestato all’interno dei campus: la polizia ha circondato
l’ateneo per impedire agli studenti di uscire, ma non ci sono stati scontri. A
Ngaba, nel Sichuan – dove ieri sera otto persone erano morte negli scontri davanti
a un monastero – oggi sono stati invece gli studenti medi a protestare: appena
il loro corteo è uscito dalla scuola, la polizia li ha caricati, malmenati, arrestando
decine di ragazzi.
Bloccato YouTube. Guerra di cifre sui morti delle proteste. Per ora, il conflitto tra cinesi e tibetani si sposta sul piano della propaganda,
dell’informazione.
Oggi il governo cinese ha bloccato l’accesso a YouTube per impedire la messa on line di video amatoriali sulle proteste.
Intanto prosegue la guerra di cifre sul numero delle vittime degli scontri dei
giorni scorsi.
Questa mattina Qiangba Puncog, presidente della Regione Autonoma del Tibet, ha
dato la versione ufficiale del governo cinese: tredici morti, tutti negozianti
cinesi bruciati vivi durante la violenta ‘caccia al cinese’ scatenata dai manifestanti
tibetani a Lhasa; nessun manifestante ucciso dalla polizia cinese che, secondo
le autorità, non ha mai aperto il fuoco.
Di ben altro avviso il governo tibetano in esilio in India, che ieri aveva parlato
di ottanta manifestanti uccisi nella repressione cinese, e che questa mattina
ha riferito in un comunicato che i morti sarebbero “centinaia”.
Le fonti del governo tibetano in esilio a Dharamsala sono soprattutto le testimonianze
raccolte dal servizio tibetano di Radio Free Asia, un’emittente radiofonica privata finanziata dagli Stati Uniti che dal 1997
trasmette in lingua locale in Cina e in tutti i Paesi asiatici legati a Pechino
(Birmania, Corea del Nord, Vietam, Laos e Cambogia) facendo propaganda per i diversi
gruppi dissidenti.