Le elezioni legislative in Iran confermano i conservatori. Ahmadinejad resiste anche alle scissioni interne
Nessuno si aspettava il contrario, ma anche coloro che si mostravano fiduciosi
su un colpo di coda dei riformisti in Iran ne devono prendere atto: i conservatori
hanno vinto le elezioni legislative nell’antica Persia.
A togliere pathos alla competizione ci aveva pensato per tempo il Consiglio dei
Guardiani, giudicando non idonei i candidati riformisti più in vista.
Vittoria conservatrice. Nonostante questo, però, la crisi economica, l’inflazione e l’isolamento internazionale
lasciavano qualche spiraglio all’ipotesi di una bocciatura del presidente Mahmoud
Ahmadinejad e dei suoi falchi. Una bocciatura espressa, magari, con il boicottaggio.
Alla fine, secondo i dati diffusi nella serata di ieri, circa il 60 percento degli
aventi diritto si è recato alle urne. Un dato di affluenza di tutto rispetto,
superiore a quella abituale di alcuni stati celebrati come solide democrazie.
Solo il 20 percento dei votanti ha sostenuto i riformisti e le urne hanno consegnato
i due terzi della Maijlis, il parlamento iraniano, ai conservatori. Il fatto che
nella capitale Teheran l’affluenza cali al 40 percento indica che i settori più
scolarizzati e laici della società iraniana boicottano la politica del pittoresco
presidente Ahmadinejad, ma il leader iraniano ha sempre puntato sull’appoggio
dei settori più popolari e religiosi del paese.
Le elezioni legislative, dunque, finivano per essere più un termometro per captare
i malumori all’interno degli stessi conservatori.
Spaccatura interna. Non è un mistero che tra i conservatori sia da tempo visibile il malcontento
di un gruppo influente di potere che vive con crescente disagio l’incontinenza
verbale di Ahmadinejad. Il presidente, dai suoi critici, è accusato di aver reso
l’Iran isolato nella comunità internazionale come non accadeva dai tempi della
rivoluzione islamica nel 1979. Le minacce a Israele e l’oltranzismo sulla questione
del programma nucleare iraniano sono, secondo i detrattori di Ahmadinejad, la
causa della crisi economica che attanaglia il paese.
L’uomo simbolo del dissenso è Ali Larijani, ex capo negoziatore iraniano per
il nucleare.Tempo fa si è dimesso, in polemica con l’atteggiamento di Ahmadinejad
che vanificavano costantemente il suo lavoro diplomatico. Larijani ha dato vita
a una scissione interna al movimento dei conservatori, ridotta poi al rango di
alleanza, dopo l’intervento dell’ayatollah supremo Khamenei. La corrente di Larijiani,
nonostante un buon risultato nella città di Qom, feudo dei giureconsulti religiosi
più potenti del paese, ha perso.
Un buon risultato, insomma, ma non la batosta ad Ahmadinejad che alcuni ayatollah
speravano. L’Unione europea e gli Stati Uniti non hanno ritenuto né libere né
trasparenti le elezioni legislative in Iran, ma per adesso è ancora con Ahmadinejad
che bisogna trattare.