14/03/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Si avvicinano le presidenziali, la campagna elettorale si fa serrata

Periodo di elezioni in Zimbabwe, e si vede. Presentate come le più incerte da 28 anni a questa parte, da quando cioè Robert Mugabe condusse all'indipendenza il Paese, le presidenziali del 29 marzo sono il crocevia per il futuro dello Zimbabwe. Tanto che la campagna elettorale, soporifera fino a poche settimane fa, è entrata nel vivo con un corollario di accuse reciproche, colpi bassi e ingerenze di militari e Paesi stranieri. L'84enne Mugabe, a caccia del suo sesto mandato consecutivo, rimane comunque il favorito.

Robert MugabeE non potrebbe essere altrimenti, stando a quanto denuncia l'opposizione: nell'ultimo mese, Mugabe avrebbe provveduto ad alzare gli stipendi dell'esercito e dei dipendenti pubblici (in sciopero da settimane per denunciare il fatto che le paghe sono polverizzate dall'inflazione, che avrebbe raggiunto il 100.000 percento secondo il Fondo Monetario Internazionale); e a distribuire macchinari agricoli nuovi di zecca ai propri fedelissimi, che controllano le aziende agricole sequestrate nel 2000 ai proprietari bianchi e la cui produttività sarebbe precipitata negli ultimi anni, trasformando lo Zimbabwe da “granaio” dell'Africa a importatore di aiuti alimentari. Il tutto per aumentare il proprio appeal elettorale, che secondo i diplomatici presenti in Zimbabwe sarebbe a livelli piuttosto bassi.

Nell'ultima settimana, inoltre, la campagna elettorale avrebbe registrato delle preoccupanti ingerenze esterne: tre tra i principali ufficiali del Paese (il capo della polizia Augustine Chihuri, il generale dell'esercito Constantine Chiwenga e il capo dei servizi carcerari, Paradzai Zimondi) avrebbero infatti dichiarato di non riconoscere altro presidente all'infuori di Mugabe, e di non voler prestare giuramento di fedeltà nel caso che uno tra Morgan Tsvangirai, il leader del partito di opposizione Movement for Democratic Change, o Simba Makoni, ex-ministro delle Finanze, dovesse vincere le elezioni. A ciò si aggiungono le denunce del Media Monitoring Project of Zimbabwe, secondo cui gli organi di informazione farebbero da cassa di risonanza alla propaganda dello Zanu-Pf, il partito di Mugabe, senza dare copertura mediatica ai candidati dell'opposizione.

Simba MakoniMa se Mugabe dovessere conquistare il suo sesto mandato, come appare probabile, la colpa sarebbe solo delle macchinazioni del governo? Numerosi analisti politici locali ritengono che l'opposizione non sia esente da colpe per come sta conducendo la campagna: Tsvangirai appare screditato dai numerosi errori politici commessi dal 2000, anno di nascita del Mdc, ad oggi, mentre Makoni, presentato da numerosi organi di stampa occidentali come l'anti-Mugabe, si starebbe rivelando meno pericoloso del previsto per lo Zanu-Pf.
Pochi membri del partito hanno defezionato per sostenere la sua candidatura e lo stesso Makoni, entrato in campagna elettorale con colpevole ritardo rispetto agli avversari, non avrebbe la stoffa del politico. Lo dimostrano il programma poco chiaro e la scarsa capacità di coinvolgere il pubblico, oltre al fatto che l'ex-ministro non ha alcuna struttura alle spalle che possa organizzare la sua campagna. Per ultimo, il fatto di essere diventato il pupillo dell'Occidente potrebbe paradossalmente svantaggiarlo. In un Paese in cui la memoria del dominio razzista bianco, durato fino al 1980, è ancora viva, lo Zanu-Pf ha buon gioco a rinfacciare a Paesi come gli Usa e la Gran Bretagna, estremamente critici nei confronti di Mugabe, la politica dei due pesi e due misure adottata in Africa. In Etiopia e in Kenya, alleati nella lotta al terrorismo, Washington avrebbe chiuso più di un occhio di fronte alle pesanti frodi elettorali orchestrate dai due governi.

Matteo Fagotto

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