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Periodo di elezioni in Zimbabwe, e si vede. Presentate come le più incerte da 28 anni a questa parte, da quando cioè Robert Mugabe condusse all'indipendenza il Paese, le presidenziali del 29 marzo sono il crocevia per il futuro dello Zimbabwe. Tanto che la campagna elettorale, soporifera fino a poche settimane fa, è entrata nel vivo con un corollario di accuse reciproche, colpi bassi e ingerenze di militari e Paesi stranieri. L'84enne Mugabe, a caccia del suo sesto mandato consecutivo, rimane comunque il favorito.
E non potrebbe essere altrimenti, stando a quanto denuncia l'opposizione: nell'ultimo
mese, Mugabe avrebbe provveduto ad alzare gli stipendi dell'esercito e dei dipendenti
pubblici (in sciopero da settimane per denunciare il fatto che le paghe sono polverizzate
dall'inflazione, che avrebbe raggiunto il 100.000 percento secondo il Fondo Monetario
Internazionale); e a distribuire macchinari agricoli nuovi di zecca ai propri
fedelissimi, che controllano le aziende agricole sequestrate nel 2000 ai proprietari
bianchi e la cui produttività sarebbe precipitata negli ultimi anni, trasformando
lo Zimbabwe da “granaio” dell'Africa a importatore di aiuti alimentari. Il tutto
per aumentare il proprio appeal elettorale, che secondo i diplomatici presenti in Zimbabwe sarebbe a livelli
piuttosto bassi.
Ma se Mugabe dovessere conquistare il suo sesto mandato, come appare probabile,
la colpa sarebbe solo delle macchinazioni del governo? Numerosi analisti politici
locali ritengono che l'opposizione non sia esente da colpe per come sta conducendo
la campagna: Tsvangirai appare screditato dai numerosi errori politici commessi
dal 2000, anno di nascita del Mdc, ad oggi, mentre Makoni, presentato da numerosi organi di stampa occidentali
come l'anti-Mugabe, si starebbe rivelando meno pericoloso del previsto per lo
Zanu-Pf. Matteo Fagotto