Le manifestazioni dei tibetani a Lhasa, iniziate lunedì scorso nell’anniversario
della rivolta anticinese del 10 marzo 1959, si stanno trasformando in una vera
e propria sommossa popolare.
Oggi le strade della città sono state teatro di violenti scontri tra centinaia
manifestanti – monaci buddisti ma non solo – e polizia militare cinese.
Morti, spari e incendi. L'agenzia
Nuova Cina ha affermato che “ci sono dei feriti, che sono stati ricoverati in ospedale”.
Fonti mediche locali hanno poi dichiarato alla
France Press che numerose persone sono morte negli scontri; due i morti secondo fonti citate
da
Radio Free Asia.
Varie fonti hanno riferito di aver sentito spari.
I manifestanti hanno preso a sassate gli agenti che hanno risposto con lanci
di lacrimogeni.
Diverse auto della polizia sono state bruciate, così come alcuni autobus e moto.
Il mercato di Chomsigkang
, dove si trovano i negozi dei cinesi, è stato dato alle fiamme dai manifestanti.
Bruciano anche diversi negozi attorno al tempio di Jokhang.
Lhasa come Rangoon. Le truppe cinesi hanno chiuso e circondato tre monasteri della città: Drepung,
Sera e Ganden. Diversi monaci sono stati arrestati. Due monaci del monastero di
Drepung sono in condizioni gravissime dopo aver tentato per protesta il suicidio
autopugnaalndosi e recidendosi le vene dei polsi. I monaci del monastero di Sera
sono in sciopero della fame.
Voci non confermate parlano della proclamazione dello stato d’emergenza
nella regione tibetana.
L'appello del Dalai Lama. Il Dalai Lama ha chiesto alla Cina di rinunciare all'uso della forza, in una
dichiarazione fatta a Dharamsala, in India. Nella stessa dichiarazione il Dalai
Lama ha detto di essere "profondamente preoccupato" per la situazione in Tibet.