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“Piena collaborazione nel combattere i guerriglieri del Partito
Comunista nepalese di orientamento maoista (Ncp) e 80 milioni di yuan
(circa 8 milioni di euro) in assistenza tecnica e finanziaria”. Il
governo nepalese ha un nuovo alleato nella lotta contro la guerriglia:
la Cina, patria di Mao Zedong, il grande timoniere della Repubblica
Popolare Cinese a cui i ribelli nepalesi dicono di ispirarsi. Il
conflitto tra i maoisti e le forze governative ha causato la morte di
oltre 8 mila persone in 7 anni.
La delegazione di Pechino, guidata dal capo della Camera Bassa del
Parlamento, Jia Qinglin, è stata accolta dal primo ministro nepalese
Thapa e dal re Gyanendra. Il Nepal, oltre a essere stremato dalla
guerra civile, è nel caos politico: il parlamento è sospeso da più di
un anno e gli esponenti dei più importanti partiti non hanno ancora
trovato una via di dialogo con l’amministrazione reale. Per risolvere
anni di crisi, Gyanendra sembra aver scelto la linea dura contro i
gruppi maoisti che chiedono la fine della monarchia: “costituzionale”
sulla carta, ma “assoluta” di fatto.
Il governo riceve già armi da India, Stati Uniti e Gran Bretagna. In
nome della “guerra mondiale al terrorismo” la coalizione
anglo-americana ha aumentato dopo l’11 settembre gli aiuti militari in
milioni di euro. Il problema della guerriglia, secondo Pechino, si pone
lungo il confine con il regno. Il Nepal è stretto tra Cina (a ovest) e
India (a sud). Per questo, Jia Qinglin ha accordato l’apertura di due
nuovi check point nelle zone occidentali di Mustang e
Sankhuwasabha oltre ai quattro già esistenti.
Intanto la guerra uccide. Mercoledì scorso, 3 dicembre 2003, è stato
uno dei momenti più bui: l’esercito nepalese ha ucciso 66 maoisti, una
cinquantina nel distretto di Kailali a ovest di Kathmandu e altri 16 in
diverse parti del Paese. A Kailali le forze di sicurezza avevano
attaccato un campo di addestramento della guerriglia, come riportato
dall’agenzia indiana The Press Trust of India .