Reportage dal Kurdistan turco, dove si finisce ancora in carcere se si scrive in curdo. Prima parte
scritto per noi da
Nicola Sessa
Gli orologi nei corridoi del tribunale di Diyarbakir sono quasi tutti fermi.
Nessuno di questi segna l’ora esatta. Il giudice Nhuan Ayaci aspetta nella sua
aula al terzo piano; indossa un collare ortopedico e la sua figura assume forme
rigide. Il volto, al pari della Sfinge, non rilascia emozioni. Accanto, siede
la pubblica accusa che, se non fosse per un impercettibile movimento degli occhi,
sembrerebbe di pietra. Alle loro spalle campeggia il motto “La giustizia è fondamento
dello Stato”. Gli imputati sono in numero superiore a quanti ne possa contenere
il banco e la stessa aula. Ventuno persone accusate di aver attentato alla “turchità”
della Repubblica. L’articolo 222 del codice penale lo prevede; il sindaco della
municipalità di Sur, Abdullah Demirbas, con tutto il consiglio, lo ha violato
nel momento in cui, il sei ottobre del 2006, ha deliberato di produrre una brochure
esplicativa dei servizi del comune in quattro lingue. Le quattro lingue che da
uno studio risultavano essere le più parlate: il curdo, il siriano, il turco,
l’arabo. Scrivere in curdo è reato: l’intera amministrazione di Sur, più il sindaco
di Diyarbakir, che ha espresso solidarietà al suo omologo, rischia una condanna
a quattro anni di reclusione. Nel frattempo il prefetto ha provveduto a sollevarli
dalle loro mansioni.

All’interno dei cinque chilometri di mura che abbracciano la città di Diyarbakir
vivono ufficialmente 350.000 persone, a grandissima maggioranza curda, ma se si
esce fuori dai bastioni la popolazione si quintuplica: un milione di profughi
arrivati da tutto il Kurdistan a Diyarbakir, antica Amed, capitale di un paese
che non esiste (più) sulle carte ufficiali. Il 74 percento della popolazione parla
il curdo, moltissimi non conoscono la lingua turca, solo la lingua madre. Sono
più di quattromila i villaggi evacuati o dati alle fiamme dalle forze turche perché
ritenuti collegati alla guerriglia combattuta dal Pkk.
La questione curda è da anni la grande preoccupazione della Turchia. Risolverla
vorrebbe dire risolvere non soltanto intrecci di politica interna, ma anche problemi
di affari esteri, soprattutto con l’Unione Europea. Il modo di affrontare la questione
non piace a molti intellettuali turchi, non piace ai curdi che pure vorrebbero
vederla risolta. I tentativi di soluzione inciampano in una continua violazione
dei diritti umani.
Il governo turco intende procedere a una assimilazione della popolazione curda,
nonostante le parole pronunciate da Erdogan in Germania per incitare i turchi
a integrarsi con i tedeschi ma non ad assimilarsi; i curdi vogliono vedere riconosciuta
loro una identità culturale e linguistica.

Secondo Ali Akiaci, presidente di Ihd - associazione che si occupa della tutela
di diritti umani -, in Turchia c’è una vera e propria emergenza democratica. In
seguito all’invasione turca nel Nord Iraq la popolazione del Kurdistan si è messa
in moto: in ogni città ci sono state pacifiche marce di protesta; le associazioni
civili, le assemblee degli avvocati hanno convocato conferenze stampa per denunciare
la violazione del diritto internazionale.
A seguito della manifestazione del 25 febbraio, solo a Diyarbakir sono state
arrestate 40 persone. Parte di queste hanno denunciato all’Ihd di aver subito
torture: gli ultimi due arrivati erano una donna con il volto livido e un ragazzo
di appena sedici anni a cui era stato spezzato un braccio.