Un centinaio di monaci tibetani aveva iniziato una marcia su Pechino per protestare contro l'occupazione cinese

Stamane una cinquantina di monaci buddisti tibetani sono stati arrestati vicino
il ponte di Dehra, 40 chilometri a nord di Dharamsala, in India del nord. Erano
partiti quattro giorni or sono dalla cittadina dell'Himachal Pradesh, diretti
a Pechino a piedi. Contavano di arrivarci in sei mesi, anche se al ritmo di dieci
chilometri al giorno sarebbe stato duro mantenere il programma di viaggio. Era
la loro forma di protesta nonviolenta contro l'occupazione cinese del Tibet, che
dura da 58 anni. Due giorni or sono erano in cento, ma 50 loro compagni erano
stati fermati dalla polizia dell'Himachal Pradesh, per non disturbare il nuovo
clima di collaborazione tra Nuova Delhi e Pechino, che vede i monaci tibetani
esiliati come il fumo negli occhi.
Forze anti Cinesi “Forze per natura anti cinesi stanno cercando di politicizzare un evento sportivo
come i giochi Olimpici”; il commento del ministro degli Esteri di Pechino Yang
Jiechi non è venuto certo al momento opportuno per placare le polemiche sulle
proteste dei monaci tibetani. Un centinaio di religiosi aveva inscenato per alcuni
giorni una singolare forma di protesta contro l'occupazione cinese del Tibet,
iniziata con l'invasione dell'armata maoista nel 1950: marciare per oltre 3mila
chilometri fino a Pechino. Arrivo
in concomitanza con le Olimpiadi. Base di partenza: Dharamsala, HImachal Pradesh,
India settentrionale al confine con Nepal e con l'Himalaya a separarlo dal Tibet;
da svariati decenni Dharamsala è sede del governo tibetano in esilio e delle massime
autorità
religiose buddhiste tibetane
Pregiudizi “Abbiamo ricevuto molta solidarietà da altri Paesi – ha ribadito il ministro
di Pechino Yang – e sappiamo
che a cercare di politicizzare un evento sportivo sono dei singoli individui,
marchiati da un forte pregiudizio anti cinese”. Il ministro cinese ha evitato
in un atto pubblico ogni riferimento all'utilizzo dei Giochi da parte del Governo
cinese per mostrare una faccia molto sviluppata del Paese al mondo. Nessuna solidarietà
dalla Cina è arrivata ai circa 600 manifestanti che per il secondo giorno consecutivo
si erano riuniti per le strade di Lhasa, capitale tibetana. Monaci e studenti
sono
stati dispersi con il gas, secondo quanto riferisce la fondazione Radio Free Asia.
Già lunedì circa 300 monaci hanno marciato in occasione del 49esimo anniversario
della fuga del Dalai lama verso l'esilio indiano, per chiedere maggiore autonomia
per il popolo tibetano. I religiosi erano stati dispersi con manganellate e bastoni
elettrificati mentre gridavano “Rilasciate i nostri prigionieri” e “Democrazia
in Tibet”. Le manifestazioni chiedevano anche la liberazione di alcuni frati che
a inizio febbraio avevano ostentato la bandiera del Tibet autonomo, un affronto
alla cultura cinese costato loro la prigione.
Himalaya chiuso per proteste Mentre 16 manifestanti venivano arrestati nella via Bokhor di Lhasa, i cinesi
hanno deciso di chiudere fino alle olimpiadi anche il versante nord dell'Everest
alle scalate, per non attirare turisti e curiosi nella provincia. Le proteste
dei tibetani in esilio proseguono ininterrotte da tre giorni, con oltre 500 donne
in piazza a Dharamsala mercoledì 12. Non si fermava nemmeno la marcia dei manifestanti,
sebbene la metà di loro fosse stata arrestata. La tabella di marcia dei monaci
si andava facendo sempre più difficile che i religiosi vadano molto avanti, visto
che mercoledì hanno coperto solo 11 chilometri, per i continui controlli cui li
sottopone la polizia indiana. “Non si è creato tanto clamore qui in India intorno
la lotta dei tibetani – ha detto a
PeaceReporter uno degli animatori di una delle
cinque Ong che hanno lanciato l'idea – perché le questioni che non riguardano
il Kashmir ci lasciano quasi indifferenti. Quel che è certo, è che il governo
indiano non vuole avere grattacapi con Pechino, con i quali solo di recente intrattiene
buoni rapporti, vedi le esercitazioni militari congiunte in dicembre. Infatti,
i poliziotti indiani cercavano con tutti i mezzi di non far arrivare
nemmeno alla frontiera i manifestanti buddisti. Forse attirando ancora maggiormente
l'attenzione mondiale sui diritti denegati dei tibetani.
Gianluca Ursini