22/03/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Ali Abunimah, One country. A bold proposal to end the Israeli-Palestinian impasse, Metropolitan Books 2006
scritto per noi da
Francesca Borri
 

“Some say we must forget the past. I think we have to start by remembering it”, dice invece Ali Abunimah, pennellando leggero il ricordo di sua madre mentre, rifugiata a Londra, comunque cerca il matzoh, il pane ebraico non lievitato della Gerusalemme multietnica della sua infanzia. Ricordare, dice Abunimah, ma tutto dipende da cosa scegliamo di ricordare. Si racconta ancora degli ebrei uccisi durante le sommosse degli anni Venti, eppure molti furono protetti dai vicini arabi: come sarebbe oggi la Palestina se fosse questa, e più larga, la storia consegnata agli israeliani?

Ali AbunimahL’intero libro di Abunimah*, trentasette anni, fondatore di Electronic Intifada, non è in fondo che questo: una reazione al fallimento dell’immaginazione - a decine di anni e milioni di dollari di sole mappe e forbici, nel tentativo testardo di due stati distinti e separati. Perché invece è proprio a partire dalla guerra dei Sei giorni - da quando cioè il futuro è stato ufficialmente battezzato come uno scambio land for peace - che Israele ha avviato la sua politica degli insediamenti, e quello che Meron Benvenisti ha definito “un sistema complementare e discriminatorio di integrazione e segregazione insieme”. I famosi facts on the ground tenacemente scolpiti dai governi israeliani, sia laburisti che conservatori, per minare in modo irreversibile l’autonomia fisica e economica e politica dei territori occupati - ''collapsing ontologies into geographies'', scriveva Edward Said - hanno reso ormai impraticabile il disegno di uno stato palestinese indipendente e sovrano. L’unico esito non sarebbe che un’altra Gaza, un avanzo di terra sigillato in campo di concentramento - un esito implicito, secondo Ilan Pappé, nell’insensatezza della stessa formula ‘terra in cambio di pace’: la fine dell’occupazione può essere solo la precondizione, e non certo il contenuto, della pace.

la copertina dell'ultimo libro di Ali AbunimahPerché l’obiettivo non è una pace qualsiasi, l’obiettivo è anche la giustizia - ed è per questo che Abunimah sostiene lo stato unico: perché i due nazionalismi dice, sono entrambi pensieri troppo corti per arrivare a domani. Quello israeliano, senza dubbio, destinato a essere travolto dalla demografia o a travolgere la democrazia: l’ambizione sionista a uno stato solo ebraico chiama all’apartheid - e alla devastazione così della stessa società israeliana se l’ultima razza soggetta, avvertiva Hannah Arendt del colonialismo britannico, sarebbero stati gli inglesi: già oggi Israele è il luogo meno sicuro al mondo per gli ebrei, capace di attrarre nuovi coloni solo con il doping degli incentivi economici. Ma il nazionalismo palestinese d’altra parte, critica Abunimah, dimentica la maggioranza dei palestinesi stessi - e cioè gli arabi israeliani e i rifugiati. Semplicemente, i soli veri ‘facts on the ground’ sono i cinque milioni di ebrei e i cinque milioni di palestinesi che già abitano uno stesso paese - e la sfida allora è un sistema politico non ostaggio di etnie e religioni, ma capace di frammentare invece e intersecare e ricomporre i due popoli intorno a una pluralità di altri interessi e identità.

l'8 marzo, manifestazione delle donne palestinesiUn esempio possibile, suggerisce Abunimah, è il Sudafrica. Perché afrikaners e ebrei hanno profili collettivi in un certo senso simili, entrambi esperienze di fughe, persecuzioni ma anche terre promesse e redenzioni, entrambi autoritratti di orgogliosi avamposti della civiltà occidentale in periferie indomate e lontane. Eppure gli afrikaners oggi convivono con i neri. Due però sono le differenze, secondo Abunimah. La prima riguarda i palestinesi, che non hanno ancora trovato la forza e saggezza per descrivere il futuro in un alfabeto inclusivo, capace di parlare anche agli ebrei: i sudafricani invece hanno saputo riscoprirsi intorno a una giustizia non punitiva ma restitutiva, riconoscendo che quello che rende gli altri meno umani rende meno umani anche noi, perché siamo persone solo attraverso altre persone. Ma il secondo elemento accusa tutti noi, la nostra anemia etica la nostra responsabilità: perché è il ruolo della comunità internazionale, decisivo in Sudafrica: e se è nota e salda la posizione statunitense, per gli europei “international aid uncoupled from pressure on the Israelis simply prolongs, not alleviates, Palestinian misery”, taglia rapido Abunimah. Tocca ai palestinesi, tocca agli oppressi ancora una volta aprirsi agli oppressori - rinnovare l’immaginazione. Per quanto sia difficile, “simply by admitting the notion to the range of possibilities, we change the landscape”: ricordando anche questo - che le utopie di un secolo non sono spesso che il buon senso del secolo successivo.
Categoria: Diritti, Guerra
Luogo: Israele - Palestina
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