“Some
say we must forget the past. I think we have to start by
remembering it”, dice invece Ali Abunimah, pennellando leggero il
ricordo di sua madre mentre, rifugiata a Londra, comunque cerca il
matzoh, il pane ebraico non lievitato della Gerusalemme
multietnica della sua infanzia. Ricordare, dice Abunimah, ma tutto
dipende da cosa scegliamo di ricordare. Si racconta ancora degli
ebrei uccisi durante le sommosse degli anni Venti, eppure molti
furono protetti dai vicini arabi: come sarebbe oggi la Palestina se
fosse questa, e più larga, la storia consegnata agli
israeliani?
L’intero
libro di Abunimah*, trentasette anni, fondatore di Electronic
Intifada, non è in fondo che questo: una reazione al
fallimento dell’immaginazione - a decine di anni e milioni di
dollari di sole mappe e forbici, nel tentativo testardo di due stati
distinti e separati. Perché invece è proprio a partire
dalla guerra dei Sei giorni - da quando cioè il futuro è
stato ufficialmente battezzato come uno scambio
land for peace
- che Israele ha avviato la sua politica degli insediamenti, e quello
che Meron Benvenisti ha definito “un sistema complementare e
discriminatorio di integrazione e segregazione insieme”. I famosi
facts on the ground tenacemente scolpiti dai governi
israeliani, sia laburisti che conservatori, per minare in modo
irreversibile l’autonomia fisica e economica e politica dei
territori occupati - ''collapsing ontologies into geographies'',
scriveva Edward Said - hanno reso ormai impraticabile il disegno di
uno stato palestinese indipendente e sovrano. L’unico esito non
sarebbe che un’altra Gaza, un avanzo di terra sigillato in campo di
concentramento - un esito implicito, secondo Ilan Pappé,
nell’insensatezza della stessa formula ‘terra in cambio di pace’:
la fine dell’occupazione può essere solo la precondizione, e
non certo il contenuto, della pace.
Perché l’obiettivo
non è una pace qualsiasi, l’obiettivo è anche la
giustizia - ed è per questo che Abunimah sostiene lo stato
unico: perché i due nazionalismi dice, sono entrambi pensieri
troppo corti per arrivare a domani. Quello israeliano, senza dubbio,
destinato a essere travolto dalla demografia o a travolgere la
democrazia: l’ambizione sionista a uno stato solo ebraico chiama
all’apartheid - e alla devastazione così della stessa
società israeliana se l’ultima razza soggetta, avvertiva
Hannah Arendt del colonialismo britannico, sarebbero stati gli
inglesi: già oggi Israele è il luogo meno sicuro al
mondo per gli ebrei, capace di attrarre nuovi coloni solo con il
doping degli incentivi economici. Ma il nazionalismo palestinese
d’altra parte, critica Abunimah, dimentica la maggioranza dei
palestinesi stessi - e cioè gli arabi israeliani e i
rifugiati. Semplicemente, i soli veri ‘facts on the ground’ sono
i cinque milioni di ebrei e i cinque milioni di palestinesi che già
abitano uno stesso paese - e la sfida allora è un sistema
politico non ostaggio di etnie e religioni, ma capace di frammentare
invece e intersecare e ricomporre i due popoli intorno a una
pluralità di altri interessi e identità.
Un esempio possibile,
suggerisce Abunimah, è il Sudafrica. Perché afrikaners
e ebrei hanno profili collettivi in un certo senso simili, entrambi
esperienze di fughe, persecuzioni ma anche terre promesse e
redenzioni, entrambi autoritratti di orgogliosi avamposti della
civiltà occidentale in periferie indomate e lontane. Eppure
gli afrikaners oggi convivono con i neri. Due però sono le
differenze, secondo Abunimah. La prima riguarda i palestinesi, che
non hanno ancora trovato la forza e saggezza per descrivere il futuro
in un alfabeto inclusivo, capace di parlare anche agli ebrei: i
sudafricani invece hanno saputo riscoprirsi intorno a una giustizia
non punitiva ma restitutiva, riconoscendo che quello che rende gli
altri meno umani rende meno umani anche noi, perché siamo
persone solo attraverso altre persone. Ma il secondo elemento accusa
tutti noi, la nostra anemia etica la nostra responsabilità:
perché è il ruolo della comunità internazionale,
decisivo in Sudafrica: e se è nota e salda la posizione
statunitense, per gli europei “international aid uncoupled from
pressure on the Israelis simply prolongs, not alleviates, Palestinian
misery”, taglia rapido Abunimah.
Tocca ai palestinesi,
tocca agli oppressi ancora una volta aprirsi agli oppressori -
rinnovare l’immaginazione. Per quanto sia difficile, “simply by
admitting the notion to the range of possibilities, we change the
landscape”: ricordando anche questo - che le utopie di un secolo
non sono spesso che il buon senso del secolo successivo.