Dopo un anno di occupazione dell’Iraq il furto di antichità è un problema della
massima attualità, perchè nonostante l’impegno di molte nazioni tra cui l’Italia,
il numero di opere trafugate continua ad essere superiore ai recuperi. I profanatori
di siti archeologici sono sempre meglio organizzati mentre le risorse di chi protegge
le aree sono limitate e sempre più spesso, dei tesori scomparsi, non si conosce
nemmeno l’esistenza.
Nell’immediato dopoguerra il Museo Archeologico di Baghdad venne saccheggiato
da bande di disperati che approfittarono del vuoto di potere per sottrarre centinaia
di preziosi monili, statue, fregi e tavolette incise. Il valore e la quantità
di quelle perdite aveva spinto l’Unesco a organizzare in aprile un meeting a Parigi
il cui obiettivo era valutare i danni ai musei e alle librerie irachene nel dopoguerra,
sollecitando l’applicazione delle norme rilevanti della Convenzione di Hague per
la Protezione della Proprietà Culturale in Caso di Conflitto Armato.

Alcuni tesori, come quello imponente trovato a Nimrud, sede del palazzo di Assurnasipal
II, sfuggirono però al disastro perchè erano stati nascosti da Saddam e in momenti
distinti, dai dipendenti del museo, nel caveau della Banca Centrale di Baghdad.
Molti altri tra quelli scomparsi sono invece stati recuperati grazie ad una serie
di appelli da parte degli imam sciiti che ne ordinavano ai fedeli la restituzione
in un contesto di amnistia semiufficiale. Altri ancora sono stati rintracciati
e recuperati grazie alla loro catalogazione, un sistema che permette di identificare
opere sottratte ad un museo, alcune anche all’estero, negli Usa e in Svizzera.
In aprile, la Giordania annunciava di averne recuperati 700 in uscita dall’Iraq
e di volerli restituire.
Il sistema della catalogazione purtroppo non può però essere usato per le opere
che nessuno conosce, quelle appunto, che si trovano nei siti di interesse archeologico
mai esplorati che sono disseminati su tutto il territorio iracheno. Si tratta
di testimonianze mai studiate, delle prime civiltà della storia, quelle della
Mesopotamia, reperti di importanza storica incommensurabile al punto che, a detta
di molti archeologi, dopo pochi anni di scavi in territorio iracheno bisognerebbe
riscrivere i libri di storia arcaica. Dallo scorso aprile sono state distrutte
intere città babilonesi della Mesopotamia, come Isin, Larsa, Mashkan e Shapir,
ma anche, Nimrud, Nippur, Assur, Uruk, saccheggiate selvaggiamente.
La loro storia è definitivamente perduta. Per i Siriani e i Caldei queste perdite
sono un trauma doppio perchè coinvolgono le prove documentarie della presenza
in quelle terre dei loro antenati Assiri, Sumeri e Babilonesi.

I siti archeologici iracheni sono stati oggetto di furti e vandalismi fin dalla
fine della guerra nel golfo Persico del 1991, spesso anche con il coinvolgimento
di Saddam Hussein, ma nel caos dell’ultimo dopoguerra l’Iraq è stato invaso dai
profanatori in numero ancora maggiore.
All’inizio dell’invasione americana i ladri erano perlopiù cittadini iracheni
che approfittavano della situazione di caos e abbandono per guadagnare qualche
soldo in modo originale, ma con il persistere della crisi economica e la crescita
della domanda sul mercato nero di reperti trafugati il loro numero è aumentato
e oggi sono molto organizzati e ben armati.
Si muovono nella notte in gruppi fino a 40/50 persone con fuoristrada e armati
di fucili automatici, scavano nei siti con vanghe alla luce di lampade ad olio.
Misure straordinarie per contenere il fenomeno sono state proposte anche dall’International
Council of Museums (Icom) e dall’Interpol, che assieme hanno prodotto l’Emergency
Red List of Antiquities at Risk, un documento che cataloga le opere antiche a
rischio in Iraq per impedirne la circolazione sul mercato nero o la vendita su
internet. In cima alla lista dei preziosi ci sono le tavolette con scritte cuneiformi
risalenti a 5mila anni fa, ma sono molto ricercate anche placche e sculture realizzate
in avorio, osso e bronzo, gioielli con incastonate pietre multicolori, antichi
manoscritti e monete. Valerie Jullien, responsabile del progetto Red List ha dichiarato:
“Le persone in prima linea in questo problema sono comuni agenti provenienti da
tutto il mondo e non sanno necessariamente che aspetto abbia una tavoletta cuneiforme.
Il nostro scopo è produrre un documento con fotografie e brevi descrizioni degli
oggetti per aiutare le agenzie che si occupano del recupero a identificarli” e
ha sottolineato come il problema dei profanatori di siti archeologici sia grave
soprattutto perchè “i tombaroli quando scavano in cerca di oggetti non prestano
attenzione come farebbe un archeologo, fanno un buco e prendono ciò che trovano,
il contesto degli oggetti viene distrutto e con esso ogni informazione che se
ne poteva trarre sugli albori della storia dall’umanità".

I siti archeologici in Iraq si trovavano lungo il corso dell’Eufrate, che però
nei secoli si è spostato verso sud ovest, lasciando le rovine di antiche città
in luoghi che oggi sono remoti angoli di deserto lontani dagli attuali centri
abitati e dove i tombaroli possono lavorare indisturbati.
In particolare da quando è attivo un servizio di pattugliamento attorno a Dhi
Qar, una zona dove si trovano centinaia di aree di interesse archeologico, la
maggioranza dei tombaroli hanno spostato le loro scorribande verso altre aree
dove la protezione è ancora assente. Il fatto che le bande di ladri si stiano
professionalizzando è denotato anche dall’esistenza di una catena organizzata
che parte da dei mandanti - gente che commissiona i furti - e passa per i locali
mercanti che provvedono poi a trasferire i reperti fuori dall’Iraq verso i mercati
di Medio Oriente, Asia, Europa e Stati Uniti. Le tariffe al dettaglio sul mercato
nero si aggirano per i trafficanti intorno ai 13 dollari per una tavoletta cuneiforme
che sarà poi smerciata sui mercati ricchi per decine di migliaia di dollari, ma
che dal punto di vista storico non ha prezzo.
All’inizio del 2004 presso al-Hilla, vicino al sito archeologico di Babilonia,
archeologi, rappresentanti del ministero della cultura e della coalizione, si
riunivano per un Summit in cui era in discusione l’Archaeologichal Sites protection
Project (Asp) per la salvaguardia degli oltre 7mila siti archeologici identificati
in Iraq. Il progetto, inizialmente realizzato proprio nella provincia del Dhi
Qar, 200 miglia a sud di Baghdad, e da estendere eventualmente al resto del paese,
vede protagonisti i carabinieri italiani del reparto Tutela Patrimonio Culturale
(TPC) che stanno mettendo a disposizione la loro esperienza nella protezione dei
tesori nostrani e assisteranno alla formazione delle guardie irachene, addette
alle Facilities Protection Services (FPS), uno status differente da quello di
poliziotti che comunque consentirà loro di portare armi e detenere sospetti fino
a 12 ore.
Insieme a Bondioloi Osio, ex ambasciatore italiano e consigliere per la cultura
a Baghdad, hanno realizzato mappe dettagliate con foto aeree delle aree depredate,
cercano di addestrare ed equipaggiare oltre 1750 guardie per la sorveglianza dei
luoghi di interesse archeologico e già pattugliano costantemente i siti di maggior
interesse. Le difficoltà che ancora incontrano nel contrastare i tombaroli dipendono
dalla loro sempre migliore organizzazione e dal fatto che questi hanno familiarizzato
in fretta con le tecniche dei carabinieri, imparando a dileguarsi all’apparire
dei convogli delle loro vetture; l’unico modo per sorprenderli è per loro puntare
sull’effetto sorpresa con l’impiego degli elicotteri.
Negli 11 mesi, da quando il contingente specializzato italiano ha iniziato le
operazioni di protezione, sono stati infatti catturati solo una cinquantina di
ladri, mentre ben più numerosi sono stati, fortunatamente, i tesori recuperati:
oltre 400 oggetti mai catalogati, almeno questi resi alle autorità museali irachene
perchè possano raccontare una storia che rischiava di essere perduta per sempre
nei salotti di qualche ricco occidentale.