08/03/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Un libro noir ricco di riferimenti sociali e politici
Scritto per noi da
Benedetta Guerriero 
 
E’ una città luogo di crisi, di dispersione quella affrontata da Josè Ovejero, (La vita degli altri, Voland, 2007, pagg. 374, euro 16,00) autore spagnolo che si sta progressivamente imponendo all'attenzione internazionale. La vicenda che egli racconta è ambientata a Bruxelles, luogo di residenza dell'autore, ma anche capitale mal assortita dell'Unione europea. Affascinato dalla complessità urbana, Ovejero si concentra sull'immigrazione, su come i migranti vivano le nostre metropoli, sulla solitudine e la disperazione che li circonda. La vicenda prende il via da un ricatto di due personaggi disperati, Claude e Daniel, a un ricco banchiere, Lebeaux, che ha costruito la propria fortuna sul traffico dei diamanti provenienti dall'Africa. Accanto a Lebeaux si colloca Degand, il suo avvocato, privo di ogni altruismo o sentimento. I destini di questi quattro personaggi, così lontani gli uni dagli altri, e dei loro affetti si incontrano, originando un mosaico umano complesso. La vita degli altri è, allora, un'analisi della società contemporanea in crisi, solcata da conflitti di classe e, soprattutto, vittima di un individualismo esasperato che rende quasi impossibili la comunicazione e i rapporti tra gli uomini. I protagonisti sono uniti da legami sottili, meschini, dominati dagli interessi. Un panorama cupo che sembra sconfinare nella disperazione. Qua e là emerge, però, un filo di speranza. Di questo, in particolare, ho chiesto ragione all'autore nell'intervista che segue.
 
ovejeroLa vita degli altri è un libro fatto soprattutto dai suoi personaggi. Personaggi con cui, pure, è quasi impossibile trovare un'identificazione totale. E' una precisa scelta di poetica? E se sì, perchè? Non ci sono personaggi del tutto buoni e del tutto cattivi nelle sue pagine...
Trovo l'identificazione troppo comoda. Il lettore -io compreso- vuole essere sempre dalla parte dei "buoni", si identifica con la vittima, respinge "i cattivi" e così ha una coscienza tranquilla. Io, però, non credo che possiamo permetterci il lusso di avere la coscienza tranquilla – abbiamo già troppi lussi. Siamo della parte dei "buoni" ma soltanto in teoria, perché il nostro benessere si fonda sullo sfruttamento degli altri; il nostro standard di vita è possibile soltanto perché il Terzo Mondo ci vende i suoi prodotti e il suo lavoro a prezzi ridicoli. I “cattivi fanno” il lavoro sporco per noi, che abbiamo le mani così pulite.

Qual'è il suo rapporto con il genere? La vita degli altri sembra un noir. In realtà è una riflessione sociologica ampia, articolata, sulla società contemporanea. Dall' immigrazione al precariato, dal degrado urbano ai disastri della politica post-coloniale, i veri temi che sembrano appassionarla sono quelli del nostro presente. E' così? E perché - se davvero il suo obiettivo era registrare e riflettere questi temi- ha scelto il contenitore del romanzo di genere? Non è troppo sfruttato, inflazionato?
Il genere è il punto di partenza; non inizio a scrivere dicendo: “voglio scrivere un noir”; piuttosto comincio a scrivere con una idea che potrebbe essere adatta per un noir, quello che mi interessa davvero non è la trama, ma i personaggi e le loro relazioni, i mondi diversi che si intrecciano; la storia del ricatto mi serve per mettere in relazione emisferi che  normalmente non si toccherebbero mai.
 
Qual'è stato il suo percorso prima di arrivare a questo libro?
È un percorso già molto lungo: ho scritto romanzi, libri di racconti, di poesia, di viaggio, teatro...

La città, la flanerie attraverso la città, sono stati tra i motivi centrali di alcuni grandi romanzi del Novecento. Uno dei personaggi su cui lei indugia di più, il congolese Kasongo,compie in queste pagine una promenade particolare. E' una scelta quella di guardare una delle più grandi metropoli europee, Bruxelles, con gli occhi di un immigrato?
Come cambiano le nostre città con l'arrivo dei migranti? Lei parlava, alla presentazione milanese del suo libro, di un terzo mondo che non è più lontano ma che è ormai tra noi, nelle nostre banlieues.
Dopo lo sviluppo di massa del turismo negli anni Ottanta- Novanta, le città sono diventate prodotti di consumazione: ci spostiamo da una città all’altra per comprare, andare ai musei, ai ristoranti, ai bar... C'è un marketing delle metropoli che cerca di darne un’immagine attrattiva; ma le città sono diverse per coloro che non hanno soldi da spendere, che restano fuori dei negozi, che non partecipano alla vita economica e sociale. Io volevo, appunto, guardare la città da questo punto di vista. Per ciò Kasongo. Lui ci ricorda che l’Europa non è soltanto un posto sviluppato, moderno, dinamico... Anche in Europa, come dicevo in occasione della presentazione del libro a Milano, c’è il Terzo Mondo, non soltanto in Africa.

L'immigrazione è un tema scottante. Si moltiplicano nelle nostre città i problemi legati alla convivenza con gli stranieri. Quali pensa possano essere i benefici e le potenzialità che gli immigrati danno alla nostra società?
Non credo che sia giusto dire che i problemi siano legati alla convivenza con gli stranieri; non è un problema di convivenza, ma di ghettizzazione, di segregazione; non è nemmeno un problema, come si dice, di integrazione. La sola integrazione che serve è l’integrazione economica, cioè la possibilità di prosperare. Quando gli immigrati avranno la possibilità di prosperare, di scegliere la direzione delle loro vite, i "problemi di convivenza" scompariranno presto. Il problema non è culturale, è sociale. Gli immigrati forniscono un’importante contributo all’economia dei nostri paesi, questo è un dato oggettivo; ma c'è anche un apporto più difficile da valutare: l'apporto culturale.

ovejeroTra i "cattivi" del suo romanzo sembrano spiccare le due personalità di Lebeaux (un banchiere) e di Degand (il suo avvocato). Nell'impennata narrativa finale - senza naturalmente dire nulla della trama per non guastare il piacere della letteratura a chi comprerà il suo libro- scopriamo che il volto del potere è sempre più brutto di quello che si pensi a un primo impatto. E' una lettura corretta del suo romanzo?
Credo, piuttosto, che il finale del romanzo apra a un'altro argomento: il potere ha cambiato mani; non si trova più lì dove spesso lo cerchiamo. Non posso, tuttavia, dire di più onde non svelare la fine.

Lei, spagnolo d'origine, vive in una città- Bruxelles- che sembra descrivere a tinte fosche. La capitale belga nel suo romanzo viene dipinta come un luogo inospitale, per certi versi ostile alle relazioni umane. Il degrado urbano sembra rispecchiare il degrado dei cuori e delle relazioni tra le persone. Come mai ha scelto di viverci?
Non credo che Bruxelles sia molto peggio di tante altre città; è chiaro che Bruxelles possiede delle caratteristiche proprie ma avrei anche potuto dipingere il degrado urbano e il degrado sociale di Roma, di Madrid, di Francoforte. Ho scelto di vivere a Bruxelles perchè anni fa cercavo un lavoro e l’ho trovato qui; adesso che il mio lavoro è fare lo scrittore, ho deciso di rimanervi, perchè qui ho i miei amici, mia moglie... e Bruxelles mi piace, anche se il clima è abbastanza brutto. Forse perchè è una città piena di contraddizioni, bella e brutta allo stesso tempo, con un 30 per cento di stranieri e due culture a confronto -fiamminghi e valloni-, ciò fa di Bruxelles una città piena di tensioni ma anche di possibilità, con una grande diversità culturale.

Tra i suoi personaggi, Daniel, che sembra essere la mente pensante del ricatto, alla fine appare come la persona più pura. E' quello che potremmo definire un reietto sociale, un personaggio caratterizzato dalla instabilità e dalla totale precarietà in ogni campo della sua esistenza. Relazioni umane, lavoro, studi, sentimenti, tutto sembra vanificarsi in questa insicurezza. Eppure è Daniel ad apparire meno sporco e più limpido degli altri. Dov'è la redenzione secondo lei? Come si può uscire da questo pessimismo?
Non credo di essere pessimista ma penso che l'unica maniera di risolvere i problemi sia prendere atto della loro esistenza. La bruttezza della realtà non scompare se non la guardiamo. Mi fanno molto arrabbiare slogan del tipo"don't worry, be happy", è l'ottimismo che nega la realtà. Sorridere e prendere il Prozak non elimina i problemi; questi yuppies che cercano la salvazione personale nelle pseudofilosofie edonistiche alla moda mi annoiano tanto. E Daniel è qualcuno che non si inganna; la sua instabilità, la sua precarietà sono parte della sua ricerca. Anche lui vuole essere felice, ma non sa come arrivarci, per questo motivo mi piace Daniel. Non chiude gli occhi, non ricerca falsi colpevoli, quello che impara nel trascorso del romanzo è di non diventare come "i cattivi" per vincerli, perchè quella è sempre una vittoria di Pirro

 
Parole chiave: benedetta Guerriero, Ovejero, La vita degli altri
Categoria: Diritti
Luogo: Belgio