Scritto per noi da
Benedetta Guerriero

E’ una città luogo di crisi, di dispersione quella
affrontata da Josè Ovejero, (
La vita degli altri,
Voland, 2007, pagg. 374, euro 16,00) autore spagnolo che si sta
progressivamente imponendo all'attenzione internazionale. La vicenda
che egli racconta è ambientata a Bruxelles, luogo di residenza
dell'autore, ma anche capitale mal assortita dell'Unione europea.
Affascinato dalla complessità urbana, Ovejero si concentra
sull'immigrazione, su come i migranti vivano le nostre metropoli,
sulla solitudine e la disperazione che li circonda. La vicenda prende
il via da un ricatto di due personaggi disperati, Claude e Daniel, a
un ricco banchiere, Lebeaux, che ha costruito la propria fortuna sul
traffico dei diamanti provenienti dall'Africa. Accanto a Lebeaux si
colloca Degand, il suo avvocato, privo di ogni altruismo o
sentimento. I destini di questi quattro personaggi, così
lontani gli uni dagli altri, e dei loro affetti si incontrano,
originando un mosaico umano complesso.
La vita degli altri è,
allora, un'analisi della società contemporanea in crisi,
solcata da conflitti di classe e, soprattutto, vittima di un
individualismo esasperato che rende quasi impossibili la
comunicazione e i rapporti tra gli uomini. I protagonisti sono uniti
da legami sottili, meschini, dominati dagli interessi. Un panorama
cupo che sembra sconfinare nella disperazione. Qua e là
emerge, però, un filo di speranza. Di questo, in particolare,
ho chiesto ragione all'autore nell'intervista che segue.
La vita degli altri è un libro fatto
soprattutto dai suoi personaggi. Personaggi con cui, pure, è
quasi impossibile trovare un'identificazione totale. E' una precisa
scelta di poetica? E se sì, perchè? Non ci sono
personaggi del tutto buoni e del tutto cattivi nelle sue pagine...
Trovo
l'identificazione troppo comoda. Il lettore -io compreso- vuole
essere sempre dalla parte dei "buoni", si identifica con la
vittima, respinge "i cattivi" e così ha una
coscienza tranquilla. Io, però, non credo che possiamo
permetterci il lusso di avere la coscienza tranquilla – abbiamo già
troppi lussi. Siamo della parte dei "buoni" ma soltanto in
teoria, perché il nostro benessere si fonda sullo sfruttamento
degli altri; il nostro standard di vita è possibile soltanto
perché il Terzo Mondo ci vende i suoi prodotti e il suo lavoro
a prezzi ridicoli. I “cattivi fanno” il lavoro sporco per noi,
che abbiamo le mani così pulite.
Qual'è
il suo rapporto con il genere? La vita degli altri
sembra un noir. In realtà è una riflessione sociologica
ampia, articolata, sulla società contemporanea. Dall'
immigrazione al precariato, dal degrado urbano ai disastri della
politica post-coloniale, i veri temi che sembrano appassionarla sono
quelli del nostro presente. E' così? E perché - se
davvero il suo obiettivo era registrare e riflettere questi temi- ha
scelto il contenitore del romanzo di genere? Non è troppo
sfruttato, inflazionato?
Il genere
è il punto di partenza; non inizio a scrivere dicendo: “voglio
scrivere un noir”; piuttosto comincio a scrivere con una idea che
potrebbe essere adatta per un noir, quello che mi interessa davvero
non è la trama, ma i personaggi e le loro relazioni, i mondi
diversi che si intrecciano; la storia del ricatto mi serve per
mettere in relazione emisferi che normalmente non si
toccherebbero mai.
Qual'è
stato il suo percorso prima di arrivare a questo libro?
È
un percorso già molto lungo: ho scritto romanzi, libri di
racconti, di poesia, di viaggio, teatro...
La
città, la flanerie attraverso la città, sono stati tra
i motivi centrali di alcuni grandi romanzi del Novecento. Uno dei
personaggi su cui lei indugia di più, il congolese
Kasongo,compie in queste pagine una promenade particolare. E' una
scelta quella di guardare una delle più grandi metropoli
europee, Bruxelles, con gli occhi di un immigrato?
Come cambiano
le nostre città con l'arrivo dei migranti? Lei parlava, alla
presentazione milanese del suo libro, di un terzo mondo che non è
più lontano ma che è ormai tra noi, nelle nostre
banlieues.
Dopo lo
sviluppo di massa del turismo negli anni Ottanta- Novanta, le città
sono diventate prodotti di consumazione: ci spostiamo da una città
all’altra per comprare, andare ai musei, ai ristoranti, ai bar...
C'è un marketing delle metropoli che cerca di darne
un’immagine attrattiva; ma le città sono diverse per coloro
che non hanno soldi da spendere, che restano fuori dei negozi, che
non partecipano alla vita economica e sociale. Io volevo, appunto,
guardare la città da questo punto di vista. Per ciò
Kasongo. Lui ci ricorda che l’Europa non è soltanto un posto
sviluppato, moderno, dinamico... Anche in Europa, come dicevo in
occasione della presentazione del libro a Milano, c’è il
Terzo Mondo, non soltanto in Africa.
L'immigrazione
è un tema scottante. Si moltiplicano nelle nostre città
i problemi legati alla convivenza con gli stranieri. Quali pensa
possano essere i benefici e le potenzialità che gli immigrati
danno alla nostra società?
Non credo
che sia giusto dire che i problemi siano legati alla convivenza con
gli stranieri; non è un problema di convivenza, ma di
ghettizzazione, di segregazione; non è nemmeno un problema,
come si dice, di integrazione. La sola integrazione che serve è
l’integrazione economica, cioè la possibilità di
prosperare. Quando gli immigrati avranno la possibilità di
prosperare, di scegliere la direzione delle loro vite, i "problemi
di convivenza" scompariranno presto. Il problema non è
culturale, è sociale. Gli immigrati forniscono
un’importante contributo all’economia dei nostri paesi, questo è
un dato oggettivo; ma c'è anche un apporto più
difficile da valutare: l'apporto culturale.
Tra i
"cattivi" del suo romanzo sembrano spiccare le due
personalità di Lebeaux (un banchiere) e di Degand (il suo
avvocato). Nell'impennata narrativa finale - senza naturalmente dire
nulla della trama per non guastare il piacere della letteratura a chi
comprerà il suo libro- scopriamo che il volto del potere è
sempre più brutto di quello che si pensi a un primo impatto.
E' una lettura corretta del suo romanzo?
Credo,
piuttosto, che il finale del romanzo apra a un'altro argomento: il
potere ha cambiato mani; non si trova più lì dove
spesso lo cerchiamo. Non posso, tuttavia, dire di più onde non
svelare la fine.
Lei,
spagnolo d'origine, vive in una città- Bruxelles- che sembra
descrivere a tinte fosche. La capitale belga nel suo romanzo viene
dipinta come un luogo inospitale, per certi versi ostile alle
relazioni umane. Il degrado urbano sembra rispecchiare il degrado dei
cuori e delle relazioni tra le persone. Come mai ha scelto di
viverci?
Non credo
che Bruxelles sia molto peggio di tante altre città; è
chiaro che Bruxelles possiede delle caratteristiche proprie ma avrei
anche potuto dipingere il degrado urbano e il degrado sociale di
Roma, di Madrid, di Francoforte. Ho scelto di vivere a Bruxelles
perchè anni fa cercavo un lavoro e l’ho trovato qui; adesso
che il mio lavoro è fare lo scrittore, ho deciso di rimanervi,
perchè qui ho i miei amici, mia moglie... e Bruxelles mi
piace, anche se il clima è abbastanza brutto. Forse perchè
è una città piena di contraddizioni, bella e brutta
allo stesso tempo, con un 30 per cento di stranieri e due culture a
confronto -fiamminghi e valloni-, ciò fa di Bruxelles una
città piena di tensioni ma anche di possibilità, con
una grande diversità culturale.
Tra i
suoi personaggi, Daniel, che sembra essere la mente pensante del
ricatto, alla fine appare come la persona più pura. E' quello
che potremmo definire un reietto sociale, un personaggio
caratterizzato dalla instabilità e dalla totale precarietà
in ogni campo della sua esistenza. Relazioni umane, lavoro, studi,
sentimenti, tutto sembra vanificarsi in questa insicurezza. Eppure è
Daniel ad apparire meno sporco e più limpido degli altri.
Dov'è la redenzione secondo lei? Come si può uscire da
questo pessimismo?
Non credo
di essere pessimista ma penso che l'unica maniera di risolvere i
problemi sia prendere atto della loro esistenza. La bruttezza della
realtà non scompare se non la guardiamo. Mi fanno molto
arrabbiare slogan del tipo"don't worry, be happy",
è l'ottimismo che nega la realtà. Sorridere e prendere
il Prozak non elimina i problemi; questi yuppies che cercano la
salvazione personale nelle pseudofilosofie edonistiche alla moda mi
annoiano tanto. E Daniel è qualcuno che non si inganna; la
sua instabilità, la sua precarietà sono parte della sua
ricerca. Anche lui vuole essere felice, ma non sa come arrivarci, per
questo motivo mi piace Daniel. Non chiude gli occhi, non ricerca
falsi colpevoli, quello che impara nel trascorso del romanzo è
di non diventare come "i cattivi" per vincerli, perchè
quella è sempre una vittoria di Pirro