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Ha detto di avere fatto solo qualcosa, e lo ha raccontato in un libro
(La lista del Console. Paoline editoriale libri: Milano, 2004) dieci
anni dopo quei terribili giorni che hanno portato la morte a un milione
di ruandesi. Pierantonio Costa, allora console italiano in Ruanda,
mettendosi in gioco in prima persona e utilizzando i suoi soldi e le
sue conoscenze, è riuscito e portare fuori dal Paese e a salvare la
vita a circa duemila persone, occidentali e ruandesi, adulti e bambini.
Ha viaggiato dentro e fuori il Paese, ha passato innumerevoli volte i
posti blocco, con tutti gli inevitabili rischi per la sua vita. Si è
fermato solo quando, passando per ancora una volta il confine tra
Ruanda e Burundi, gli è stato consigliato vivamente di non tornare
indietro, di restare a Bujumbura (capitale del Burundi): sapeva che
quella frase significava che, in caso contrario, sarebbe stato ucciso.
In quell’ultimo viaggio aveva salvato 375 bambini.
Come è adesso la situazione in Ruanda e quale impressione ha avuto ritornando
a Kigali e nella sua casa dopo il genocidio?
Il Ruanda è un piccolo Paese e ha sempre avuto un’amministrazione
valida, nel senso che, come dicevo anche rispetto al genocidio, gli
ordini sono ordini, si eseguono. Con una mentalità simile, la ripresa è
stata abbastanza rapida, nei primi due o tre anni soprattutto nelle
città. C’è stato un ritorno dei molti espatriati, che erano fuori dal
Paese da trent’anni, o dei figli di questi espatriati. Queste persone
si sono installate nelle città, c’è stato un boom di afflussi, di
costruzioni, di attività, anche sostenute dal forte apporto della
comunità internzionale a livello di progetti di ripresa. La campagna
invece è stata un po’ abbandonata, anche perché a quell’epoca non c’era
molta sicurezza; inoltre la campagna è prevalentemente hutu e in quel
momento non vi era molta fiducia fra le due etnie. I contadini hanno
vissuto i primi due o tre primi anni tramite gli aiuti, del PAM (dunque
del progetto alimentare mondiale delle Nazioni Unite) e di altri aiuti
che ricevevano. Poi, poco a poco, hanno iniziato a coltivare e negli
anni successivi hanno vissuto dei loro prodotti, sempre in balia
della stagione, della natura, della pioggia, ottenendo un raccolto
sufficiente o insufficiente in funzione degli anni. Finalmente da un
paio di anni arrivano all’interscambio, producono per rivendere,
per riacquistare ancora qualcosa. Quindi progressivamente anche la
campagna sta arrivando a un livello accettabile, progressivamente
perché non è ovunque così. Questo perché? Perché molto rapidamente, già
dal 1997-1998, la sicurezza del Ruanda è stata totale, e questo ha
permesso di muoversi, di agire senza rischi per le persone e per i beni.
Qual è il progetto di riconciliazione portato avanti in Ruanda e come viene realizzato?
E’ in corso una politica di riconciliazione nazionale, dove si dice:
non ci sono più né tutsi né hutu, cerchiamo di lavorare insieme. Perché
una politica di questo tipo possa ottenere risultati, bisogna aspettare
una generazione: ora gli uni si ricordano gli assassini e gli
altri hanno il complesso del genocidario anche se non sono stati
genocidari. Le azioni contro i tutsi che si erano verificate negli anni
precedenti il genocidio non erano mai state sancite e avevano dato un
senso di immunità alla gente. Di conseguenza, quando è stato
messo in atto il genocidio, la gente era sicura che non avrebbe subito
reazioni . La posizione del governo attuale è affermare: tutti quelli
che hanno partecipato al genocidio devono essere giudicati.
Questo spiega le 120.000 persone in prigione, che verranno
giudicate in funzione di una legge relativamente accettabile, che
prevede la creazione di tribunali popolari. Questo per i casi meno
importanti, fino all’uccisione ma su ordini ricevuti. Invece, chi
ha dato gli ordini, chi ha organizzato il genocidio, è passibile della
giustizia internazionale, concepita con i sistemi europei.
Per chi come lei, da anni condivide la vita con il popolo ruandese,
quali sentimenti sono percepibili e quale futuro si può aspettare il
Ruanda?
Attualmente a Kigali è percepibile la difficoltà economica della vita:
la politica viene lasciata da parte. Ma c’è una cosa importante da
dire. La sicurezza è ora completa e totale in tutto il Ruanda: la sera
si può passeggiare tranquillamente per strada, a Kigali o nelle altre
regioni del Paese, senza alcun rischio . Questa è una cosa che a
Nairobi, Kampala o Mombasa non si può fare. La sicurezza deriva anche
dalle conseguenze del regime, che è piuttosto autoritario e presenta
vantaggi e svantaggi. Sicuramente ci sono progressi da fare a livello
di democrazioa, ma a titolo strettamente personale ritengo che la
democrazia quale è concepita in occidente e quale la si deve concepire
in questi Paesi è un po’ diversa. Penso che i tre elementi base per una
democrazia in un Paese in via di sviluppo siano: la libertà di stampa,
il rispetto dei diritti umani e la giustizia. Se il mandato di un
presidente viene rinnovato più volte, ma questi tre punti sono
rispettati, comincia a esserci democrazia. Evidentemente la democrazia
nel suo insieme è nettamente superiore a questi tre criteri, ma se già
ci fossero, si sarebbe sulla strada. Attualmente in Ruanda non c’è un
regime democratico al cento per cento, però ci sono passi che, se fatti
progressivamente... Certo, non so se ci si arriverà o meno.
Valeria Confalonieri