19/01/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Intervista a Pierantonio Costa, console in Ruanda durante il genocidio

Copertina del libro con la storia di Pierantonio CostaHa detto di avere fatto solo qualcosa, e lo ha raccontato in un libro (La lista del Console. Paoline editoriale libri: Milano, 2004) dieci anni dopo quei terribili giorni che hanno portato la morte a un milione di ruandesi. Pierantonio Costa, allora console italiano in Ruanda, mettendosi in gioco in prima persona e utilizzando i suoi soldi e le sue conoscenze, è riuscito e portare fuori dal Paese e a salvare la vita a circa duemila persone, occidentali e ruandesi, adulti e bambini. Ha viaggiato dentro e fuori il Paese, ha passato innumerevoli volte i posti blocco, con tutti gli inevitabili rischi per la sua vita. Si è fermato solo quando, passando per ancora una volta il confine tra Ruanda e Burundi, gli è stato consigliato vivamente di non tornare indietro, di restare a Bujumbura (capitale del Burundi): sapeva che quella frase significava che, in caso contrario, sarebbe stato ucciso. In quell’ultimo viaggio aveva salvato 375 bambini.

Come è adesso la situazione in Ruanda e quale impressione ha avuto ritornando a Kigali e nella sua casa dopo il genocidio?
Il Ruanda è un piccolo Paese e ha sempre avuto un’amministrazione valida, nel senso che, come dicevo anche rispetto al genocidio, gli ordini sono ordini, si eseguono. Con una mentalità simile, la ripresa è stata abbastanza rapida, nei primi due o tre anni soprattutto nelle città. C’è stato un ritorno dei molti espatriati, che erano fuori dal Paese da trent’anni, o dei figli di questi espatriati. Queste persone si sono installate nelle città, c’è stato un boom di afflussi, di costruzioni, di attività, anche sostenute dal forte apporto della comunità internzionale a livello di progetti di ripresa. La campagna invece è stata un po’ abbandonata, anche perché a quell’epoca non c’era molta sicurezza; inoltre la campagna è prevalentemente hutu e in quel momento non vi era molta fiducia fra le due etnie. I contadini hanno vissuto i primi due o tre primi anni tramite gli aiuti, del PAM (dunque del progetto alimentare mondiale delle Nazioni Unite) e di altri aiuti che ricevevano. Poi, poco a poco, hanno iniziato a coltivare e negli anni successivi  hanno vissuto dei loro prodotti, sempre in balia della stagione, della natura, della pioggia, ottenendo un raccolto sufficiente o insufficiente in funzione degli anni. Finalmente da un paio di anni arrivano all’interscambio, producono per  rivendere, per riacquistare ancora qualcosa. Quindi progressivamente anche la campagna sta arrivando a un livello accettabile, progressivamente perché non è ovunque così. Questo perché? Perché molto rapidamente, già dal 1997-1998, la sicurezza del Ruanda è stata totale, e questo ha permesso di muoversi, di agire senza rischi per le persone e per i beni.

Qual è il progetto di riconciliazione portato avanti in Ruanda e come viene realizzato?
E’ in corso una politica di riconciliazione nazionale, dove si dice: non ci sono più né tutsi né hutu, cerchiamo di lavorare insieme. Perché una politica di questo tipo possa ottenere risultati, bisogna aspettare una generazione:  ora gli uni si ricordano gli assassini e gli altri hanno il complesso del genocidario anche se non sono stati genocidari. Le azioni contro i tutsi che si erano verificate negli anni precedenti il genocidio non erano mai state sancite e avevano dato un senso di immunità alla gente. Di conseguenza,  quando è stato messo in atto il genocidio, la gente era sicura che non avrebbe subito reazioni . La posizione del governo attuale è affermare: tutti quelli che hanno partecipato al genocidio  devono essere giudicati. Questo spiega le 120.000 persone in prigione, che verranno giudicate  in funzione di una legge relativamente accettabile, che prevede la creazione di tribunali popolari. Questo per i casi meno importanti, fino all’uccisione ma su ordini ricevuti.  Invece, chi ha dato gli ordini, chi ha organizzato il genocidio, è passibile della giustizia  internazionale, concepita con i sistemi europei.

Per chi come lei, da anni condivide la vita con il popolo ruandese, quali sentimenti sono percepibili e quale futuro si può aspettare il Ruanda?
Attualmente a Kigali è percepibile la difficoltà economica della vita: la politica viene lasciata da parte. Ma c’è una cosa importante da dire. La sicurezza è ora completa e totale in tutto il Ruanda: la sera si può passeggiare tranquillamente per strada, a Kigali o nelle altre regioni del Paese, senza alcun rischio . Questa è una cosa che a Nairobi, Kampala o Mombasa non si può fare. La sicurezza deriva anche dalle conseguenze del regime, che è piuttosto autoritario e presenta vantaggi e svantaggi. Sicuramente ci sono progressi da fare a livello di democrazioa, ma a titolo strettamente personale ritengo che la democrazia quale è concepita in occidente e quale la si deve concepire in questi Paesi è un po’ diversa. Penso che i tre elementi base per una democrazia in un Paese in via di sviluppo siano: la libertà di stampa, il rispetto dei diritti umani e la giustizia. Se il mandato di un presidente viene rinnovato più volte, ma questi tre punti sono rispettati, comincia a esserci democrazia. Evidentemente la democrazia nel suo insieme è nettamente superiore a questi tre criteri, ma se già ci fossero, si sarebbe sulla strada. Attualmente in Ruanda non c’è un regime democratico al cento per cento, però ci sono passi che, se fatti progressivamente... Certo, non so se ci si arriverà o meno.

 

Valeria Confalonieri

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