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La compagnia che gestisce le risorse
idriche della Striscia di Gaza, Beit al Sahel, ha lanciato un appello
per l'imminente minaccia di epidemie e malattie, causate della
pessima qualità dell'acqua. La causa del deterioramento viene
indicata nell'embargo israeliano sul territorio controllato da Hamas,
che ha determinato la sospensione delle forniture di cloro e
disinfettanti. Il direttore della compagnia, Mondher Bushlak, ha
spiegato in una conferenza stampa che 52 pozzi della Striscia sono
stati chiusi per mancanza di cloro, usato per fumigare le acque e
renderle potabili. “La popolazione è già stata
avvisata che occorre bollire l'acqua prima di berla” ha aggiunto.
In concreto, l'acqua dei rubinetti non è potabile per il 30
percento della popolazione, e il 30 percento dei pozzi è stato
chiuso forzatamente. Boshlak spiega di aver mandato appelli a molte
organizzazioni umanitarie, tra cui l'Unrwa e la World Health
Organization, per fare pressioni affinchè Israele consenta
l'accesso dei rifornimenti di cloro, ma anche di disinfettanti.
Questi ultimi sono necessari per la desalinizzazione delle acque,
secondo il direttore di Beit al Sahel ne servirebbero 60mila litri,
ma i macchinari per la desalinizzazione sono bloccati anche dalla
carenza dell'energia elettrica necessaria al loro funzionamento. I
pozzi sono inquinati e gli impianti di desalinizzazione sono
bloccati; un'alternativa potrebbero essere i bacini di drenaggio in
costruzione, ma i cantieri sono stati bloccati dall'assedio
israeliano, che non lascia passare nemmeno i materiali per
l'edilizia.
La chiusura dei valichi di frontiera
tra Gaza e Israele, infatti, prevede il blocco di tutte le merci “non
di prima necessità” dirette verso la striscia, una
definizione che include sia le sostanze chimiche che i rifornimenti
di carburante e i medicinali. Questo criterio di esclusione sta
mettendo in ginocchio la popolazione, ma anche le istituzioni
pubbliche, prima tra tutte l'ospedale di Gaza città. Alla
fine di febbraio alcuni attivisti israeliani
per i diritti umani sono arrivati al confine con la Striscia
per portare generi di prima necessità e aiuti umanitari, tra
cui diversi filtri per l'acqua, che sono stati consegnati alle
strutture sanitarie, dove la qualità dell'acqua è un
fattore vitale. Il problema delle acque riguarda però anche le
fognature. L'agenzia che ha in gestione gli scarichi della Striscia
ha fatto sapere la scorsa settimana che, a causa delle carenze
elettriche, non è in grado di trattare le acque di scarico e
ha già iniziato a scaricarle in mare ad un ritmo di 30 mila
metri cubi al giorno.
I rifornimenti di
cloro e disinfettanti mancano dallo scorso 21 gennaio e le
conseguenze di questo verranno patite da 1milione e mezzo di persone.
A spiegarlo è il ministro palestinese per la Salute, Riyad
Za'anoon. Anche secondo lui la chiusura dei confini della Striscia
potrebbe provocare un'epidemia. Za'anoon spiega che un simile rischio
si corre anche in Cisgiordania, dove le chiusure dei checkpoint
impediscono ai medici di raggiungere i villaggi per visitare i
pazienti e ci sono pesanti difficoltà anche nel ritiro e nello
smaltimento della spazzatura. La situazione, però, è di
gran lunga peggiore nella Striscia di Gaza, dove le vittime delle
malattie fanno meno rumore di quelle uccise dai raid israeliani, ma
son sempre più numerose. Il ministro Za'anoon ha lanciato
appelli alle Nazioni Unite, alla Commissione Europea e alla Lega
Araba chiedendo interventi urgenti. Poi, probabilmente per colpire
meglio la sensibilità israeliana, ha spiegato che un'epidemia
a Gaza potrebbe colpire anche gli Israeliani. “E' un problema serio
-ha dichiarato- perchè quando i virus si diffondono non
rispettano i fossati artificiali costruiti per separare villaggi e
città”. Naoki Tomasini