L'Iraq, oltre al dramma della guerra, vive una devastazione artistico-culturale enorme.
Accusa e difesa. “Né i soldati polacchi né i militari del contingente multinazionale sottoposti
al comando della Polonia hanno mai svolto una qualsiasi attività che possa aver
intenzionalmente arrecato lesioni a monumenti”. Arriva dopo 24 ore la replica,
per voce del colonnello Pertek, dei militari polacchi che, il 15 gennaio 2005,
avevano incassato il
j’accuse dell’esperto del
British Museum. John Curtis è il responsabile per l’istituzione culturale britannica dell’Antico
e Vicino Oriente. Curtis è stato invitato nei giorni scorsi, da alcuni colleghi
iracheni, a svolgere un sopralluogo nel sito archeologico di Babilonia, una delle
Sette meraviglie del mondo. Il rapporto dello studioso, ripreso dal quotidiano
londinese The Indipendent, è un vero e proprio atto di accusa verso la Coalizione
in generale e verso la Polonia in particolare che ha la responsabilità del comando
in quella zona.
Il rapporto. Secondo Curtis, la Coalizione ha deliberatamente utilizzato un sito tra i più
preziosi al mondo come base militare, devastando il lastricato vecchio di 2000
anni con il passaggio dei mezzi pesanti. Lo studioso ha denunciato inoltre che
preziosi frammenti sono stati utilizzati per riempire i sacchi di sabbia e che
le pietre del sito sono servite come rinforzo alle barriere di sicurezza dell’accampamento
militare. Ampie aree del sito sono state ricoperte di ghiaia, distruggendo per
sempre anche le future possibilità di studio. Curtis, oltre a sottolineare i danni
causati direttamente dalle truppe della Coalizione, ha sottolineato come i militari
siano colpevoli anche della mancata tutela dei siti archeologici. Secondo lo studioso
infatti, il passaggio quotidiano di persone legate alle attività dei soldati,
ha agevolato l’opera di ladri e di ricettatori di opere d’arte. In particolare
la riproduzione della porta di Ishtar risulta danneggiata a causa della sottrazione
dei mattoni finemente decorati dai quali era incorniciata.
Il saccheggio della Mesopotamia. Molto prima di mister Curtis, un altro studioso aveva lanciato l’allarme sullo
scempio culturale che l’Iraq sta subendo. Si tratta di Frederick Mario Fales,
ordinario di Storia del Vicino Oriente antico all’università di Udine. Il docente
ha pubblicato un libro dal titolo inequivocabile:
Saccheggio in Mesopotamia - Il Museo di Baghdad dalla nascità dell'Iraq a oggi (Forum editrice universitaria udinese).
“Con il mio lavoro”, racconta il professor Fales, “ho cercato di rendere un servizio
alla tutela dei Beni Culturali. Ho ripercorso all’indietro una storia lunga, che
ci riporta alla dominazione coloniale inglese in Iraq e alla nascita del Museo
di Baghdad”. Il grande museo della capitale irachena ha subito, poco dopo la caduta
del regime di Saddam, un devastante saccheggio. “Il Museo di Baghdad era un polo
di eccellenza, non dimentichiamolo. Anche gli inglesi erano dei conquistatori,
ma si sono posti verso il patrimonio culturale iracheno in maniera rispettosa
e, alla fine, quello che è stato un approccio coloniale si è rivelato un arricchimento
per la cultura mondiale –continua lo studioso- la Coalizione non ha saputo applicare
i parametri giusti di approccio. Permettendo il saccheggio del Museo di Baghdad,
si sono alienati le simpatie della borghesia irachena che avrebbe potuto essere
di aiuto. Sono arrivati senza una preparazione specifica rispetto a quello che
avrebbero trovato, avendo costruito nella mente l’immagine di un Paese al giogo
di una feroce dittatura. Non che questo non fosse vero, ma Saddam e i regimi che
in Iraq lo hanno preceduto, avranno magari tentato di usare la cultura per i loro
fini, senza mai annientarla però. In Iraq c’era la capacità e la competenza per
fare un buon lavoro di conservazione, ma non è stato fatto e non viene fatto tuttora,
con una media di 1000 reperti archeologici che scompaiono ogni giorno, perché
il problema della mancata tutela non riguarda solo il Museo di Baghdad”.
Una cultura iconoclasta. Le devastazioni culturali in paesi che conoscono lo scempio della guerra non
è certo una novità, ma il prof. Fales sottolinea come sia cambiato l’approccio
verso il patrimonio artistico-culturale del Paese nel quale arriva un conflitto.
“L’incuria verso i tesori iracheni è criminale”, spiega il docente, “perché non
si tratta d’ignoranza. Conoscevamo benissimo l’immenso valore delle testimonianze
di quella zona, eppure non abbiamo fatto nulla per impedire che venissero distrutte.
Non tuteliamo, distruggiamo e non comprendiamo. Ora non è importante rimettere
le cose in piedi per i turisti, mentre parliamo continua il saccheggio e cito
l’episodio della persona che adesso gira in BMW perché ha intascato 50 mila dollari
per la vendita di un preziosissimo reperto. Il mercato è locale, per il momento,
con compratori che fanno base ad Amman. Non abbiamo le prove che arrivino in Europa
o in Nord America e per onestà, fino a quando queste prove non arriveranno, non
si può accusare nessuno. Sicuramente esiste un problema grave: fin dai tempi dei
Crociati , i militari portano via i reperti archeologici e il problema va considerato
nella sua totalità. La perdita non sta nell’oggetto, ma nello smarrimento del
contesto, che resta compromesso per lo studio presente e futuro. L’allarme è nell’atteggiamento
che, dopo la caduta del Muro di Berlino, ha caratterizzato i conflitti moderni.
C’è una furia iconoclasta che fa paura. Non ci si limita a conquistare, ma si
distrugge tutto come per cancellare per sempre”.