Le voci dei familiari di uno degli attentatori di Gerusalemme, tra stupore e orgoglio
Scritto per noi da
Irene Ghidinelli Panighetti
Incredulità e timore
a Jabel Mukaber, il villaggio di circa 30mila persone nel primo
hinterland di Gerusalemme, dove viveva il palestinese che ieri ha
ucciso 8 studenti del collegio rabbinico Mercaz Harav, uno dei
simboli del sionismo, dove vengono formati i rabbini capi di molte
città e gli insegnanti delle scuole religiose ebraiche.
Oggi a Jabel
Mukaber, lo stupore della famiglia, riunita nella
grande casa, tra le telecamere della stampa nazionale ed
internazionale. Una famiglia benestante, molto conosciuta e che
dichiara di non aver mai avuto militanti né nel passato né
ora. Arrestati sì, poiché questo è normale per
ogni famiglia palestinese, anche la meno attiva. Ma appartenenza
politica, nessuna, ripete Yad, 31 anni, cugino dell’attentatore che
qui però chiamano martire. Incontro Yad appoggiato ad un muro
della casa, dove guarda il via vai di gente e si lascia intervistare
dai giornalisti stranieri, grazie al suo inglese fluente. Suo cugino,
dice, era una persona semplice,
lovely, lavorava come autista,
era religioso certo, ma non integralista. Tra tre mesi avrebbe dovuto
sposarsi con Rihad, ragazza di 17 anni che abita in un paese al di là
del muro. Stava allestendo l’appartamento in cui sarebbe andato a
vivere con la moglie, sempre nella grande casa della famiglia. E’
rimasto allibito Yad quando questa notte la polizia ha fatto
irruzione con armi in pugno nella casa degli zii e ha arrestato 7
uomini della famiglia, di cui 5 rilasciati oggi mentre di 2 non ha
notizie. Ma ha paura di rappresaglie, una paura che spinge una cugina
dell’attentatore a non voler dire il suo nome né ad essere
registrata.
Lei ha 34 anni, sposata con
figli, e a suo avviso il cugino non ha fatto un attentato, bensì
una azione. Ha lo sguardo fiero questa giovane donna, dolore nei suoi
occhi ma anche orgoglio per come è morto suo cugino. Eppure,
ci ripete, anche per lei sembra esser stato un fulmine a ciel sereno,
perché nessuno in famiglia si occupa di politica.
Certo tutti sono arrabbiati
per l’ultima aggressione contro Gaza, in questa famiglia come in
tutta la Palestina. Lei ha appreso la notizia dalla televisione e poi
vedendo la polizia entrare nella casa degli zii urlando e
terrorizzando tutti. Le chiedo che cosa ha detto ai suoi figli, e con
occhi duri e amari mi risponde che i bambini sanno tutto, ma che ha
detto loro di non vergognarsi per ciò che ha fatto il cugino,
bensì di esserne fieri, perchè è morto da
martire, ha fatto l’unica cosa che si può fare qui a
Gerusalemme per resistere perché qui, a differenza di Gaza o
di altre città della Cisgiordania, i Palestinesi non possono
fare nulla, sono senza speranza e senza sostegno.
Torno a Gerusalemme, in
città vecchia dove nel quartiere musulmano i negozi sono
chiusi per il giorno festivo, e dove si respira una calma tesa, tra
turisti ignari e soldati armati fino ai denti come tutti i giorni.
Stessa calma di questa mattina, quando i soldati israeliani e la
polizia presidiavano porta Damasco e controllavano tutti i
palestinesi uomini sotto i 45 anni. Dopo la preghiera delle 12 non ci
sono stati i temuti disordini, che però sono scoppiati nel
pomeriggio al monte degli ulivi.
Domani è sabato,
giorno di festa per gli ebrei e in molte città dei Territori
Occupati giorno in cui i coloni o gli integralisti religiosi si
divertono a picchiare e perseguitare i concittadini o compaesani
arabi. Si teme quindi per le rappresaglie, visto che invece questa
mattina ai funerali degli studenti uccisi non ci sono state
dimostrazioni violente: oggi era il giorno del lutto, domani chissà.
Ma c’è il sentore che l’episodio di ieri sia l’inizio di
una nuova Intifada, almeno così temono e scrivono alcuni
giornali israeliani. I giorni a venire smentiranno o confermeranno
queste ipotesi, certo è però che qui in Cisgiordania la
tensione si è alzata, a dimostrazione che non si può
pensare che Gaza sia una realtà a sé, senza influenza
su tutto il territorio palestinese che chiede ancora una volta la
fine dell’occupazione, se si vuole che azioni come quella di ieri
non accadano più.