stampa
invia
Corrono lungo la Thai Road, la strada birmana che porta oltre il
confine thailandese, stretti in un camion. Mancano un centinaio di
metri per abbandonare il Myanmar (ex Birmania) e costruirsi un futuro
in Thailandia. Sognano un lavoro nella capitale, Bangkog, anche sotto
pagato: non hanno studiato la lingua e, soprattutto, non hanno un
passaporto. Sono nove: cinque uomini e quattro donne. Improvvisamente,
il conducente del camion accellera e perde il controllo del veicolo.
Muoiono tutti, in un giorno di fine ottobre, investendo il check point
birmano al confine. Avevano pagato dai 7 ai 10 mila bath ( dai
150 ai 200 euro circa) per questo viaggio.
Sono un milione i lavoratori illegali birmani fuggiti in Thailandia e
molti di più quelli sparsi nei paesi ricchi del Sud Est Asiatico, come
Malesia, Singapore e Giappone. Tra questi, c’è anche chi non deve
nascondersi, perché ha ottenuto un passaporto. Come un gruppo di
giovani che, qualche settimana prima dell’incidente sulla Thai Road,
viaggiava su un comodo autobus lungo la costa malese.
“Scherzano e ridono come degli scolari in gita. Sfogliano un dizionario
per imparare un po' di bahasa malaysia (la lingua ufficiale malesiana)
e osservano curiosi il mio passaporto, con dignità, perché siamo alla
pari e anch’io sto osservando il loro. E ce l’hanno fatta: le loro
famiglie presto riceveranno i primi interessi sul capitale investito”,
racconta Fabio Pulito, collaboratore di PeaceReporter che vive da anni
in Asia.
Il capitale di cui parla Fabio è il risultato di anni di
sacrifici: “per pagare un mediatore che si occupa di oliare tutti gli
ingranaggi della macchina burocratica e di far saltar fuori l’impiego
all’estero. Lavori umili, nelle imprese di costruzione, in qualche
fabbrica, i più fortunati in un ristorante”. L’autista, un cinese di
Kuala Lumpur, spiega a Fabio che i giovani birmani stanno andando a
nord-est, nell’antico stato malese di Terengganu, dove li attende un
lavoro. Per l’occasione - continua Fabio - “i ragazzi, appena
arrivati dalla capitale birmana, Yangon, indossano camicia e cravatta,
forse annodata dalla madre all’alba prima di partire. E sul petto
portano un tesserino identificativo”.
La scelta di lasciare casa per questi ragazzi è quasi obbligata.
Dal 1948 l’ex Birmania è oppressa dalla dittatura di un gruppo di
anziani militari e dalla guerra del governo contro le minoranze etniche
e contro le guerriglie indipendentiste. Mezzo secolo di isolamento e
povertà per un paese ricchissimo di risorse, come quelle che vengono
dalle foreste tropicali di tek. La maggioranza dei birmani vive
abbandonata nelle zone rurali, beve acqua piovana, si nutre col riso
che coltiva, non ha accesso a cure mediche e non sopravvive ai 60 anni.
Durante il viaggio di Fabio lungo la costa orientale malesiana, l’unico
ragazzo birmano che conosce un po' d’inglese (la giunta al potere nel
Myanmar non è favorevole allo studio delle lingue straniere) gli mostra
orgogliosamente un foglio con appuntato l’indirizzo della sorella che
vive in California. “Poi - racconta Fabio - mi porge il suo
passaporto e mi chiede se posso mostrargli il mio. Viaggiando in un
comodo autobus su questa autostrada, i drammi dei popoli più vicini
sembrano problemi di un altro continente. Questo incontro ha cambiato
il sapore della mia comodità e mi ha distolto dall’illusione ovattata
dello sviluppo tecnologico e sociale di queste zone”.