07/03/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



L'assalto alla scuola rabbinica di Gerusalemme può segnare una nuova stagione di sangue
Da più di un anno i notiziari televisivi non erano invasi da immagini da Israele che, in passato, giungevano con una certa macabra regolarità: ambulanze, corpi straziati e i volontari della zaka, i paramedici religiosi che possono ricomporre le salme degli ebrei, con la loro pettorina gialla.

Ancora sangue. L'unico attacco in territorio israeliano è avvenuto a Dimona, il 4 febbraio scorso, ma le immagini non erano state diffuse com'è accaduto ieri per l'attacco a Kyriat Moshe, insediamento alle porte di Gerusalemme. Obiettivo dei due assalitori la scuola rabbinica di Merkaz Harav Yeshiva, che ha causato la morte di dieci persone, otto israeliani e i due assalitori palestinesi. I feriti sono venti. I due assalitori, anche se si parla di un terzo uomo in fuga, sono entrati nella scuola rabbinica mentre era in corso una cerimonia, travestiti da studenti del Talmud loro stessi. Nel salone c'erano almeno ottanta studenti e, quando i due assalitori hanno aperto il fuoco, è nata una sparatoria durata almeno dieci minuti. Fonti della polizia israeliana hanno dichiarato di aver rinvenuto su uno dei due palestinesi una cintura esplosiva che doveva concludere in strage il drammatico bagno di sangue, ma che per qualche ragione non è detonata. La vendetta per l'operazione 'Inverno Caldo' dell'esercito israeliano nella Striscia di Gaza, costata la vita ad almeno centoventi palestinesi, non si è fatta attendere.
Hamas ha definito l'azione un gesto "eroico" ma non ne ha voluto assumere la paternità. Da un altoparlante di una moschea di Gaza una voce ha annunciato “Questa è la vendetta di Dio”. Una folla d'israeliani, poco dopo l'attentato, si è riunita davanti all'edificio che ospita la scuola urlando inferocita 'morte agli arabi'. Il presidente dell'Autorità Nazionale palestinese Mahmoud Abbas ha condannato l'attentato, ma l'escalation di violenza del conflitto israelo – palestinese sembra, ancora una volta, sfuggita ai sui leader politici.

L'obiettivo non è stato scelto a caso. La scuola rabbinica di Kyriat Moshe è vicina al movimento dei coloni, gli israeliani più odiati dai palestinesi. Tutti coloro che hanno visitato Gerusalemme hanno visto, per le strade, questi giovani con un'aria un po' allampanata che dedicano anni a studiare le sacre scritture del Talmud. Ragazzi giovanissimi, che i palestinesi più arrabbiati chiamano 'scarafaggi', per il colore dei vestiti tradizionali. Tra loro non mancherà qualche fanatico, ma l'immagine che rendono all'osservatore è quella di una felicità un po' ingenua, ma anche di una assoluta mancanza di pericolosità. Una rivendicazione sarebbe arrivata, secondo l'emittente libanese di Hezbollah, al-Manar, da un gruppo finora sconosciuto, Kataeb Ahrar el Jalil, le "Brigate degli uomini liberi della Galilea - Gruppo del martire Imad Mugnieh e martiri di Gaza". Il riferimento è al capo militare di Hezbollah ucciso a Damasco il 12 febbraio scorso, e alle vittime dell'offensiva israeliana dei giorni scorsi nella Striscia di Gaza. La sigla, però, non convince è sembra un depistaggio.
Altro elemento stonato, almeno per coloro che conoscono la realtà israeliana, è la totale assenza di guardie armate fuori dall'edificio. In Israele in ogni luogo ci sono guardie armate e serrati controlli su coloro che entrano e che escono. Un calo di tensione dovuto all'assenza di attentati nell'ultimo anno? Difficile, anche perché l'operazione 'Inverno Caldo' (come tutte le operazioni militari) sono precedute e seguite da un innalzamento del livello di attenzione in Israele. Una circostanza sulla quale la polizia israeliana dovrà indagare.
 

Christian Elia

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