L'assalto alla scuola rabbinica di Gerusalemme può segnare una nuova stagione di sangue
Da
più di un anno i notiziari televisivi non erano invasi da
immagini da Israele che, in passato, giungevano con una certa macabra
regolarità: ambulanze, corpi straziati e i volontari della
zaka, i paramedici religiosi
che possono ricomporre le salme degli ebrei, con la loro pettorina
gialla.
Ancora sangue. L'unico
attacco in territorio israeliano è avvenuto a Dimona, il 4
febbraio scorso, ma le immagini non erano state diffuse com'è
accaduto ieri per l'attacco a Kyriat Moshe, insediamento alle porte
di Gerusalemme. Obiettivo dei due assalitori la scuola rabbinica di
Merkaz Harav Yeshiva, che ha causato la morte di dieci persone, otto
israeliani e i due assalitori palestinesi. I feriti sono venti.
I
due assalitori, anche se si parla di un terzo uomo in fuga, sono
entrati nella scuola rabbinica mentre era in corso una cerimonia,
travestiti da studenti del Talmud loro stessi. Nel salone c'erano
almeno ottanta studenti e, quando i due assalitori hanno aperto il
fuoco, è nata una sparatoria durata almeno dieci minuti. Fonti
della polizia israeliana hanno dichiarato di aver rinvenuto su uno
dei due palestinesi una cintura esplosiva che doveva concludere in
strage il drammatico bagno di sangue, ma che per qualche ragione non
è detonata.
La
vendetta per l'operazione 'Inverno Caldo' dell'esercito israeliano
nella Striscia di Gaza, costata la vita ad almeno centoventi
palestinesi, non si è fatta attendere.
Hamas
ha definito l'azione un gesto "eroico" ma non ne ha voluto
assumere la paternità. Da un altoparlante di una moschea di
Gaza una voce ha annunciato “Questa è la vendetta di Dio”.
Una folla d'israeliani, poco dopo l'attentato, si è riunita
davanti all'edificio che ospita la scuola urlando inferocita 'morte
agli arabi'. Il presidente dell'Autorità Nazionale palestinese
Mahmoud Abbas ha condannato l'attentato, ma l'escalation di violenza
del conflitto israelo – palestinese sembra, ancora una volta,
sfuggita ai sui leader politici.
L'obiettivo
non è stato scelto a caso. La scuola rabbinica di Kyriat
Moshe è vicina al movimento dei coloni, gli israeliani più
odiati dai palestinesi. Tutti coloro che hanno visitato Gerusalemme
hanno visto, per le strade, questi giovani con un'aria un po'
allampanata che dedicano anni a studiare le sacre scritture del
Talmud. Ragazzi giovanissimi, che i palestinesi più arrabbiati
chiamano 'scarafaggi', per il colore dei vestiti tradizionali. Tra
loro non mancherà qualche fanatico, ma l'immagine che rendono
all'osservatore è quella di una felicità un po'
ingenua, ma anche di una assoluta mancanza di pericolosità.
Una rivendicazione sarebbe arrivata, secondo l'emittente
libanese di Hezbollah, a
l-Manar, da un gruppo finora
sconosciuto,
Kataeb Ahrar el Jalil, le "Brigate degli
uomini liberi della Galilea - Gruppo del martire Imad Mugnieh e
martiri di Gaza". Il riferimento è al capo militare di
Hezbollah ucciso a Damasco il 12 febbraio scorso, e alle vittime
dell'offensiva israeliana dei giorni scorsi nella Striscia di Gaza.
La sigla, però, non convince è sembra un depistaggio.
Altro elemento stonato, almeno per
coloro che conoscono la realtà israeliana, è la totale
assenza di guardie armate fuori dall'edificio. In Israele in ogni
luogo ci sono guardie armate e serrati controlli su coloro che
entrano e che escono. Un calo di tensione dovuto all'assenza di
attentati nell'ultimo anno? Difficile, anche perché
l'operazione 'Inverno Caldo' (come tutte le operazioni militari) sono
precedute e seguite da un innalzamento del livello di attenzione in
Israele. Una circostanza sulla quale la polizia israeliana dovrà
indagare.