dal nostro inviato
Stella Spinelli
“Questa marcia è l'occasione per noi colombiani di mostrare al mondo le nostre
ferite, affinché vengano sanate. La Colombia è un paese pieno di ferite: sfollamenti
forzati, sparizioni, torture. Una lista infinita di crimini impuniti e fatti con
la connivenza del governo, del potere di questo paese. Oggi siamo qui per dire
basta ai paramilitari e all'esercito che uccide. Il 4 scendemmo per dire basta
alla guerriglia. Perché la Colombia è stanca della guerra, di questa guerra assurda
da ambo le parti.
Vogliamo la pace”.

Sono in migliaia questa mattina a Bogotà, accalcati nella grande avenida settima,
che collega il Parco nazionale con la piazza Bolivar, cuore della capitale e punto
finale della manifestazione contro il paramilitarismo e le vittime di Stato. È
una giornata grigia e umida, tipica della città andina, ma il sole cerca di farsi
spazio sgomitando in un cielo minaccioso. Dalle dieci la gente confluisce a flotte
sulla grande via, indossando magliette colorate con scritte cubitali: “Colombia
siamo tutti. Basta ai massacri, agli sfollamenti, alle torture, alle sparizioni”.
Fischietti e megafoni animano la folla. I volti sono seri e composti. L'atmosfera
è emozionante. Sono arrivati da molte zone del paese per marciare a Bogotà, nonostante
la più grandi città colombiane abbiano a loro volta organizzato manifestazioni
in contemporanea, affinché la voce della denuncia salga unanima da ogni lato.

Alcuni attori improvvisano brevi rappresentazioni itineranti per denunciare il
dramma delle fosse comuni: vestiti di nero e truccati di bianco, con rigagnoli
rossi e profonde occhiaie nere, simulano la morte brutale per mano di paramilitari
incappucciati. Gridano rotolandosi in mezzo a resti di ossa umane e desolazione.
Poco più avanti, la gente è costretta a zigzagare fra corpi di gente stesa per
terra e racchiusa in sacchi bianchi. Sopra la scritta della luogo e della data
della scoperta della fossa comune. Per ora sono trentadue quelle venute alla luce
del sole, grazie alle ammissioni di paras pentiti. “Vogliamo gridare al mondo
il dramma delle fosse comuni trovate in ogni angolo del paese e che il governo
ha sempre volutamente ignorato – spiega un professore del distretto - Questi massacri
sono delitti impuniti. Ora basta”.

“Stiamo assistendo a un risveglio di coscienza. Queste marce lo testimoniano
– spiega Simone, un italiano che da cinque anni vive nella capitale colombiana
-. Una delle cose più drammatiche di questo confitto è che molta gente lo ignora.
I colombiani delle città non conoscono bene il conflitto, relegato alle grandi
distese rurali. Ma in questi mesi c'è un risveglio lento delle coscienze. Nonostante
le manipolazioni di vario tipo tentate dai mass media filogovernativi. È lento,
ma è cominciato. Quella di oggi infatti è stata una sfida ai mezzi di comunicazione:
essendo una manifestazione per dire basta al paramilitarismo e al terrorismo di
Stato, è da sempre stata ignorata. Perché questa è il quarto anno che viene organizzata,
ma gli altri anni è passata letteralmente sotto silenzio. Oggi invece, gli organizzatori
hanno sfruttato l'onda della manifestazione del 4 febbraio sostenuta e manipolata
dal governo contro le Farc, e i mass media non hanno potuto sottrarsi alle loro
responsabilità e sono qui a seguirla”. Sono molti i cori intonati per chiedere
lo scambio umanitario, inni di pace, canzone di unità e solidarietà. Si balla
e si salta, o si cammina compostamente. Ma la gente c'è. Ha risposto. E il sole
ogni tanto penetra a indicare il cammino.
Con un filo di voce, Marina, settanta anni ed elegantemente vestita, commenta
timidamente: “Sono qui protestare contro ogni forma di violenza, venga di donde
venga. Troppa violenza. Vogliamo la pace. E questa è una forma per ottenerla,
marciare per far sentire la voce della gente”. Poi arriva l'energia di un uomo
che ha sofferto sulla propria pelle il sopruso dello Stato. “Mi chiamo Yuri Enrique
Salamanca e sono il padre di Yuri Nicolas, un bambino di 15 anni assassinato dalla
polizia nazionale 1.041 giorni fa, ossia 24.984 ore (alle ore 13 di Bogotà, le
19 in Italia), mentre stava manifestando durante la festa dei lavoratori. Sto
lottando per rendere visibile la problematica della violenza che colpisce questo
paese. Basta guerra, basta violenza basta assassini di bambini. La mia è una lotta
pacifica, a differenza di quella dello Stato colombiano. Non molti hanno le idee
chiare sul perché siamo qui, marciando – racconta, passo svelto e sguardo determinato
- Molti pensano che dato che siamo qui per denunciare il dolore portato dal paramilitarismo
e dallo Stato, siamo guerriglieri, terroristi. Ma è una bugia. Noi oggi vogliamo
parlare di quella realtà che nella marcia del 4 di febbraio non è comparsa, ossia
che anche lo stato assassina, che anche lo Stato fa sparire la gente innocente,
che anche lo Stato tortura. E dire che chi protesta contro tutto questo è un guerrigliero
è una stigmatizzazione, un messaggio sbagliato che lo Stato vuol fare arrivare
al popolo colombiano. E quindi è importante che il mondo intero sappia perché
siamo in piazza oggi: stiamo marciando per la vita, la dignità, i diritti umani,
gli studenti, i bambini. Non stiamo litigando con nessuno è lo stato che litiga
con noi, per quello che facciamo e per quello che abbiamo il coraggio di denunciare”.
E' tanta la gente, tantissima. E cammina lentamente, gustandosi questa rivincita.
Un momento importante in cui chi ha spesso paura di parlare mostrando la faccia,
può farlo, senza rischiare vendette. Anche se un certo timore resta: “Preferisco
dare il mio pseudonimo, Peiro, ho 17 anni e tanta voglia che la Colombia cambi”.
Ha riccioli folti e una faccia pulita. Non indossa nessuna sciarpa né maglietta,
ma ha le idee chiare: “La marcia del 4 febbraio era una scusa per mettere la gente
contro qualcosa. Ma è brutale per un governo. La marcia di oggi è per tutti quelli
che hanno un cuore e che vogliono espiremere al mondo il profondo dolore che sentono.
La violenza, la guerra, i crimini di stato, i massacri dei gruppi di ultra-destra,
dei paras, del governo. Siamo qui per dire basta a tutto questo. Questo è oggi”.
Dietro uno striscione che recita “Non si semina la pace con l'ingiustizia né
la si raccoglie se si semina la morte” si nasconde un contadino dell'Arauca, una
delle zone più martoriate dal paramilitarismo. “Sì, sono araucano, come tutti
i contadini qui presenti. Siamo qua per denunciare il desplazamiento a cui siamo sottoposti e gli assassini, tutti perpetrati con la connivenza del
medesimo stato colombiano. L'Arauca è una delle zone più martoriate dal paramilitarismo
anche se adesso anche la guerriglia ci sta forzando ad andarcene. Siamo stanchi,
non vogliamo più violenza. Basta. Vedi questa foto? Era di un ragazzo di venti
anni ucciso a sangue freddo solo perché era un contadino araucano. La nostra terra
è ricca di petrolio e non ci vogliono fra i piedi. Troppo ghiotta, troppe multinazionali
che ci vogliono mettere le mani. Per questo ci cacciano a suon di pallottole,
minacce e torture. Ma non ci arrendiamo, non vogliamo che coltivare la nostra
terra e vivere in pace. E che non vengano a dirci che siamo guerriglieri solo
perché non ci pieghiamo alla brutalità dei paras. Noi siamo contadini e vogliamo
la pace ora. Dal 1998 soffriamo immensamente dopo il massacro del villaggio di
Santo Domingo, quando la forza aerea colombiana bombardò uccidendo una marea di
gente. Giorno dopo giorno questa guerra si acutizza. Non ne possiamo più”.
2.121 detenzioni arbitrarie. Desaparecidos 532. 1.478 desplazados forzatamente.
2.786 assassinati. 139.575 minacciati.117.478 torturati. 72.171 sfollati. Sono
solo alcune delle cifre riportate nei cartelli che si vedono portati a testa alta
da uomini donne, giovani e anziani. Così la Colombia sta dicendo basta al conflitto,
basta alle bugie e alle manipolazioni del governo. Così chiede la pace. “Siamo
funzionari della fiscalia e siamo qui per dire basta alla violenza paramilitare
e affinché finisca l'impunità. Basta ai massacri. Sfortunatamente il governo si
è sempre posto a difendere i paramilitari, il congresso nella sua maggioranza
anche”, spiega un procuratore di Bogotà. Un pensiero che viene ribadito dalle
parole forti di Hernandez Forero, il presidente nazionale dell'associazione che
raggruppa i giudici, i magistrati e gli impiegati del ramo giuridico del paese.
“Siamo qui perché crediamo che c'è bisogno di una grande dimostrazione per rivendicare
le vittime di tutto questo conflitto e di tutti i desaparecidos e gli assassinati dai gruppi paramilitari e dal terrorismo di stato. Vogliamo
denunciare la situazione affinché il mondo intero capisca che in Colombia c'è
da scegliere un cammino differente se si vuole arrivare a un accordo di carattere
politico sociale ed economico”.