dal nostro inviato
Angelo Miotto

Tira un vento freddo a San Sebastian. Punge il volto, accompagnato dalle gocce
di onde che si frangono sugli scogli e lungo le massicciate che riparano le strade.
A tre giorni dal voto spagnolo la tensione elettorale, qui nei paesi baschi,
non si percepisce. Pochi cartelli, soprattutto dei socialisti e del partito nazionalista
basco (Pnv), poche considerazioni in macchina con il tassista, restìo a parlare.
“ Ne abbiamo fin sopra i capelli”, dice accompagnando la frase con un gesto, “per
fortuna ci siamo, manca poco”. Eppure i quotidiani e le televisioni di Spagna
sono concentrate sul secondo e ultimo faccia a faccia fra José Luis Rodriguez
Zapatero, premier socialista uscente, e il suo sfidante Mariano Rajoy, leader
del Partido popular post-franchista ereditato da José Maria Aznar. Zapatero euforico,
dicono i giornali, ha battuto Rajoy di gran lunga, perché il candidato conservatore
si è tirato una clamorosa zappa sui piedi buttando sul tavolo il tema della guerra
e delle truppe in Iraq. El Pais, primo quotidiano di Spagna, costruisce una tabella:
trentaquattro le proposte elettorali di Zapateri, solo dodici quelle di Rajoy.
El Periodico, quotidiano molto letto in Catalogna, pubblica addirittura una pagina
con alcune risposte dei duellanti, affiancate dalle luci del semaforo, a segnalare
dove hanno colpito nel segno e dove no.

I
mitines, i comizi di campagna elettorale, volgono al termine e fra due giorni sarà l'apoteosi
di fine campagna, con l'ultimo coreografico raduno e le ultime promesse. Ma soprattutto
con un forte appello ad andare a votare, tasto che sta battendo come un pervicace
fabbro il leader socialista.
E se Zapatero, o Zp come lo chiamano, ha paura della disaffezione giovanile
che rischia di essere forte in Catalogna e di una apatia che potrebbe coinvolgere
una parte del suo elettorato meno motivato, fortunatamente, rispetto al 2004 (quando
si verificò la drammatica strage dell'11 marzo a Madrid), Rajoy confida nella
tradizionale capacità della destra di mobilitare il proprio elettorato.
Ma torniamo per le vie del centro di San Sebastian, Donosti in euskera. Un furgoncino
del Pnv gira per le città con i megafoni sul tetto, propaganda vecchio stile.
Per il resto calma piatta. “Guardi, qui ci si muove per le elezioni regionali,
le amministrative”, spiega il tassista rompendo il silenzio.

Per le vie del
casco viejo, il centro storico, uno striscione chiama alla manifestazione, a favore dell'astensionismo
attivo. È la scelta che ha fatto la sinistra basca, indipendentista, dopo che
il giudice Baltasar Garzon ha impedito alla sigla elettorale di Acion nacionalista
vasca (Anv) di presentare le proprie liste per i comizi nazionali e dopo che l'avvocatura
dello stato ha intrapreso la domanda di messa fuori legge di questo partito e
di Ehak, il partito comunista delle terre basche. Due formazioni che contano su
parlamentari nell'emiciclo basco, e numerosi consiglieri comunali sul territorio.
L'accusa, essere contaminate da Batasuna, a sua volta accusata di essere parte
di Eta. Quindi per la proprietà transitiva sarebbero due liste sulla soglia del
terrorismo. Di qui la decisione di protestare contro l'ennesimo diniego dello
stato di poter esprimere un progetto e di poterlo far votare ai propri militanti.
Se fino alle ultime elezioni l'opzione scelta era stata quella del voto nullo,
per poter votare il consenso negato, oggi la scelta politica è stata quella di
non partecipare. Ma in maniera attiva, organizzando una 'visibilità' nel giorno
del voto.
Cosa accadrà? Siamo osservatori in terra basca proprio per questo. Per vedere
quale sarà la portata e le reazioni di questo astensionismo attivo, coinvolti
in una delegazione internazionale di parlamentari europei e giornalisti chiamati
a raccogliere testimonianze sul un diritto negato. Il racconto diario di una voce
silenziata parte da qui.