stampa
invia
I fatti. Non se ne parla: gli indios messicani discendenti dei maya non fanno notizia. Ma la loro è una situazione
drammatica, apparentemente senza soluzione. Come confermano dalla Commissione
Civile Internazionale di Osservazione dei Diritti Umani (Cciodh), organizzazione
che da oltre dieci anni si occupa di diritti umani violati in Chiapas. I rapporti
che periodicamente redigono e inviano ai mezzi di comunicazione affinchè li diffondano,
parlano di un notevole aumento delle denunce per aggressione e violazioni dei
diritti umani sopportate dalle comunità indigene, soprattutto quelle zapatiste.
Abusi di ogni tipo: dalle violenze fisiche alle minacce fino all'eliminazione
di alcuni leader. Il tutto sempre unito alla minaccia delle autorità di sottrarre
alle comunità indigene le terre coltivabili. E nei rapporti stilati dal Cciodh
si sprecano le testimonianze delle vittime. “Denunciamo con forza il fatto che
il governo federale vuole spogliarci del nostro territorio con il falso pretesto
che noi distruggiamo l'ambiente” si legge nell'appello firmato dai leader delle
comunità indigene del Chiapas. “Per farlo utilizzano molte strategie: gli sgomberi,
i massacri, la paramilitarizzazione dell'area e la legge sull'esproprio delle
terre che ci toglie più di 14mila ettari di terra coltivabile. E tutto questo
perchè la nostra terra è ricca di risorse naturali”.
Situazione di terrore. Paura e attenzione: due sensazioni che negli ultimi mesi in Chiapas la popolazione
indigena è stata costretta a riscoprire. Ma anche il volo incessante degli elicotteri
federali e di quelli della polizia che pattugliano dall'alto le comunità zapatiste.
Donne e i bambini armati di machete in costante allerta di fronte a operazioni
d'intelligence che terminano spesso con aggressioni: queste sono le giornate nel
sud del Messico, Paese dove la democrazia e il rispetto reciproco sono cose praticamente
sconosciute. Alessandro Grandi