dal nostro inviato a Sarajevo,
Christian Elia

“Il problema della Bosnia Erzegovina è che molte persone non vogliono la modernità.
Non è un problema di rifiuto a priori, ma un problema di paura. Tanti temono che,
anche solo provando a mettere il naso fuori dal piccolo recinto di certezze e
serenità che con tanta difficoltà hanno costruito, possano di nuovo trovarsi a
vivere nel terrore. L'unica risposta che molti sanno dare a questo timore verso
il futuro e verso gli altri è un atteggiamento di chiusura. Totale”. Il volto
di Zilka Siljak è incastonato da un velo di seta leggera, rosa pallido. I suoi
occhi azzurri sono seri e composti, ma lo sguardo non riesce a nascondere un guizzo
di vivacità e d'intelligenza che il volto della giovane Zilka emana attorno a
sè.
La storia di IMIC. L'appuntamento con la dottoressa Siljak avviene in un'assolata mattinata d'estate
in un bar di Sarajevo. Uno di quei locali che sono sorti negli ultimi anni e che
sono il simbolo di una voglia di vivere estrema, quasi aggressiva, che conosce
la capitale della Bosnia Erzegovina dopo gli orrori e le distruzioni dell'assedio
durato tre anni, dal 1992 al 1995. Tutt'attorno al bar che ospita l'intervista,
nuovo di zecca, una scenografia di palazzi ancora sventrati e con i segni delle
granate che stanno lì a ricordare il tempo in cui Sarajevo, dopo secoli di tollerante
convivenza, ha visto i cristiani ortodossi serbi sparare addosso ai musulmani
bosniaci e viceversa. Perchè non accada mai più lavora Zilka. Per questo è nata
IMIC, l'associazione con la quale lavora la Siljak. Il 10 dicembre 1991, non per
caso nel giorno della ricorrenza dell'adozione della Dichiarazione Universale
dei Diritti dell'Uomo, nacque l'IMIC (International Multireligious and Intercultural
Center). Obiettivo dell'associazione era ed è tuttora la costruzione della pace
e della giustizia attraverso il dialogo interreligioso. I suoi fondatori, tra
i quali Zilka, avvertivano sempre più il peso del cambiamento storico che stava
per sconvolgere la vita di tutti.
La guerra. Persone che fino al giorno prima vivevano fianco a fianco come buoni vicini
si guardavano in cagnesco e le mani correvano veloci alle armi. La propaganda
dei governi contrapposti invitava ad aggrapparsi all'identità religiosa. Chi non
era un correligionario doveva essere per forza un nemico. Marko Orsolic, un frate
francescano, decide che mentre tutti si preparano alla guerra che qualcuno ha
definito religiosa con una fretta sospetta, proprio la religione può essere il
terreno d'incontro per capirsi. Contatta cristiani ortodossi e musulmani e fonda
l'associazione. Zilka è una teologa musulmana ed è con loro. “Prima della guerra”,
racconta Zilka, “a Sarajevo c'erano il 46 per cento di matrimoni misti. Nel 1991,
quella che sembrava la normalità, cioè la coesistenza tra religioni diverse, sembrava
fosse
diventata un'utopia o, peggio, una specie di malattia. Parlavamo con la gente,
incontravamo
i giovani ed entravamo nelle case. Purtroppo tutto quello che sapete è accaduto
lo stesso”. Sul terreno restano 10 mila morti e 50 mila feriti, senza contare
le distruzioni materiali di una città bellissima (una su tutte la Biblioteca Nazionale)
e le migliaia di mutilati, nel corpo e nello spirito. Zilka e gli altri non si
sono persi d'animo e hanno continuato a lottare per trasmettere il loro messaggio:
la religione unisce, non divide.
Una battaglia da vincere. “Il sistema di Dayton non aiuta a ricominciare”, racconta la Siljak riferendosi
agli accordi di pace che hanno sancito un governo per la città diviso in tre quote
tra cattolici, musulmani e ortodossi, “crea delle barriere. Non bisogna contare
e misurare con il bilancino, ma far comunicare, far conoscere e comprendere tra
di loro realtà che, alla fine del lavoro che svolgiamo, si riscoprono molto più
simili di quello che credono”.
Come fare per raggiungere un obiettivo di questa portata? “Giriamo per le scuole”,
aggiunge Zilka, “lavoriamo soprattutto con i ragazzi. Il vero problema per loro
è che l'istruzione è gestita in modo tripartito, come il potere. Questo comporta
l'adozione di libri di testo che sembrano più dei manifesti di propaganda che
dei messaggeri di cultura, per sua stessa natura tollerante. Ognuno racconta una
storia, la sua storia. Così non riusciremo mai a cominciare una nuova vita insieme.
Un altro punto al quale dedichiamo molto tempo è l'arretratezza delle campagne.
Con tutti i suoi difetti, Sarajevo ha una tradizione cosmopolita che l'aiuta.
Tutto questo non esiste nei villaggi e nelle campagne della Bosnia. Così ci proviamo
noi a riunire la gente attorno a un tavolo. Che ci vada un musulmano, un ortodosso
o un cattolico non è importante. Quello che conta è il messaggio di coesistenza
che portiamo con noi”.
Quindi la risposta all'angoscia che attanaglia ancora troppe persone, a Sarajevo
e in Bosnia, quel timore che fidarsi di qualcun altro possa comportare il ritorno
degli orrori ancora vivi nella memoria, è la religione?
“Non credo che la fede sia l'unica risposta”, conclude Zilka, lasciandosi sfuggire
un sorriso, “noi non facciamo proselitismo. Non c'interessa. Anche perchè nell'associazione
IMIC convivono tutte le religioni presenti nella zona e non sapremmo per chi farlo.
Portiamo solo un messaggio: quello di un approccio differente tra le diversità,
siano religiose o nazionali. Quello del dialogo. Aiutiamo la gente a riscoprire
la responsabilità individuale: non bisogna pensare per gruppi di appartenenza,
ma individualmente. Riconoscendosi tutti solo e unicamente nel genere umano. Solo
allora non ci saranno più Sarajevo da piangere”.