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Accuse reciproche. La versione degli azeri, rilanciata da tutti media occidentali, parla di una
provocazione del governo armeno, desideroso di distrarre l’opinione pubblica interna
e straniera dalla drammatica crisi politica che sta affliggendo il Paese, degenerata
sabato in sanguinosi scontri di piazza a cui è seguita la proclamazione dello stato d’emergenza e un’ondata di arresti
di esponenti dell’opposizione. “L’Armenia cerca di distogliere l’attenzione dei
suoi cittadini e della comunità internazionale dai problemi interni al nemico
esterno”, ha dichiarato oggi il portavoce del ministro degli Esteri azero, Elmar
Mammadyarov.
Minacce azere. L’ipotesi di un diversivo creato dal governo armeno è più che plausibile. La
situazione a Yerevan, pattugliata dai carri armati dell’esercito dopo gli otto
manifestanti uccisi sabato scorso, è molto testa: l’opposizione denuncia decine
di arresti e promette battaglia. Un’aria da guerra civile che verrebbe spazzata
via in caso di una nuova guerra contro il comune nemico azero.
Il petroliere. Grazie ai favolosi introiti delle vendite di petrolio all’occidente (schizzate
alle stelle dopo l’apertura dell’oleodotto Baku-Tbilsii-Ceyan) e forte del sostegno
della Nato (l’Azerbaigian è membro dell’alleanza filo-atlantica G.u.a.m. con Georgia,
Ucraina e Moldova), lo corso novembre il presidente Aliyev ha quasi raddoppiato
le spese militari, portando il budget annuo della Difesa a 1,3 miliardi di dollari.
Per molti questo significa solo una cosa: l’Azerbaigian si sta preparando a una
nuova guerra con l’Armenia per riconquistare il Nagorno-Karabakh perduto negli
anni ’90, quando l’Azerbaigian era un Paese povero e militarmente debole. Enrico Piovesana
Parole chiave: armenia, azerbaigian, nagono-karabakh, enrico piovesana