18/01/2005
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Quando la vita di un bambino vale un vitello
Il Ciad ha ratificato la convenzione delle Nazioni Unite relativa ai diritti
dei bambini da più di dieci anni, ma l'applicazione di questo testo è ancora lontana
da quella che è la realtà che si incontra nel paese. Una delle violazioni a questo
testo maggiormente conosciuta e diffusa, soprattutto nel sud del paese, è il fenomeno
dei bambini pastori.
Gli allevatori arabi. Fuggiti dal nord arido a causa della desertificazione e della siccità che hanno
trasformato le pianure in vaste distese di terre sterili, gli allevatori arabi
sono scesi nel sud alla ricerca di pascoli verdi per il loro bestiame. E qui hanno
trovato terreno fertile per trovare mano d'opera a buon mercato. A causa dell'estrema
povertà in cui versa il paese (ricordiamo che il Ciad è tra i dieci paesi più
poveri al mondo), sono gli stessi genitori che spesso decidono di sbarazzarsi
dei figli per avere meno bocche da sfamare.
Il contratto. Questa pratica, che non è altro che una nuova forma di schiavitù, risale agli
anni settanta ed è molto diffusa nel sud del paese, soprattutto nella provincia
del Moyen-Chari, a 500 chilometri a sud-est della capitale N'Djamena e vicino
alla frontiera con la Repubblica Centrafricana. Consiste nel vendere il proprio
figlio ad un allevatore per custodirne il gregge. In cambio la famiglia riceverà
dall'allevatore una somma tra i diecimila e i quindicimila franchi Cfa (tra i
15 e i 23 euro) oppure potrà essere pagata con un vitello. Questo "contratto"
ha validità di un anno, ma molti bambini finiscono per rimanere anche tre anni
a lavorare al servizio dei loro padroni arabi in condizioni estremamente dure
e difficili, soprattutto se si pensa che i più giovani hanno appena otto anni.
Condizioni di lavoro disumane. Sono costretti a condurre al pascolo e a sorvegliare il gregge anche di notte
e con qualunque clima. Malnutriti e maltrattati, mangiano e dormono per terra
tra i buoi e sono esposti ai morsi dei serpenti e agli attacchi degli animali
feroci che popolano la regione del sud del Ciad. Vengono spesso puniti e bastonati,
soprattutto quando un animale si perde, e in alcuni casi questi bambini, già deboli
per le condizioni di lavoro, muoiono. Come è successo a Makinguebaye Beroinan,
un giovane pastore di dodici anni. Accusato dal suo padrone di aver rubato un
montone, è stato bastonato violentemente e, condotto ad un ospedale di Koumogo
con diverse fratture e senza un occhio, è morto poco tempo dopo.
Rinnegare le proprie origini. Questa forma di schiavitù dei nostri tempi ha anche conseguenze molto gravi
dal punto di vista culturale. Infatti i bambini venduti agli allevatori arabi
sono spesso costretti a rinnegare le loro origini e ad adottare l'Islam. Gli vengono
dati altri nomi e non gli è concesso di parlare il loro dialetto o di comunicare
con persone della loro etnia d'origine. Questi bambini inoltre non vanno a scuola:
tutta una nuova generazione si trova così ad essere analfabeta. Alcune organizzazioni
umanitarie che operano in Ciad stimano che almeno duemila bambini siano in questo
modo ridotti in schiavitù, anche se è difficile precisare una cifra esatta in
quanto alcuni di questi giovani pastori muoiono, fuggono per tornare dalle loro
famiglie o sono adottati dai loro nuovi padroni.