07/03/2008
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I tifosi arabo israeliani vedono il calcio come un'opportunità per vendicarsi delle ingiustizie subite in Israele
Un calcio di rigore dopo una partita eroica contro gli odiati rivali della Beitar
Gerusalemme ha posto fine, in modo crudele, alle speranze della squadra arabo
israeliana Bnei Sakhnin di vincere lo scudetto.
Più di una partita. Ma per molti dei tifosi nella piccola città arabo israeliana situata nel cuore
della Galilea la sconfitta subita mercoledì da parte della ricca, ebrea e nazionalistica
Beitar è stata semplicemente l'ultima di una lunga serie di battaglie.
La minoranza arabo israeliana discende dai palestinesi che sono rimasti nello
stato di Israele quando fu creato nel 1948 malgrado una campagna per allontanarli
dalle loro terre che è stata definita da alcuni storici come una "pulizia etnica".
Mentre la maggioranza fu costretta ad andarsene per salvarsi la vita, ed ora costituisce
una larga parte dei profughi Palestinesi che vorrebbero ritornare in patria, i
discendenti di quelli che rimasero costituiscono oggi un quinto della popolazione
di Israele.
La stessa Gerusalemme era in maggioranza araba prima che Israele la occupasse
illegalmente nel 1967, tanto che la comunità internazionale non riconosce Gerusalemme
come parte di Israele.
Gerusalemme divisa, anche nel calcio. "La nostra rivalità con Beitar non riguarda solo il calcio. E' una battaglia
fra destra e sinistra, arabi ed israeliani, fra chi ama la pace e chi incita alla
guerra. Due mondi totalmente diversi." dice Ibrahim Abu Ghaia, un proprietario
di ristorante. "Una vittoria di Sakhnin è una vittoria del povero contro il ricco
che dà un po' di speranza a chi è discriminato" dice.
Nelle ore precedenti il confronto cruciale le strade sono tutte in fermento.
I bambini giocano a calcio lungo la strada principale, gli uomini fanno pronostici
nei bar e nei ristoranti e la gente indossa orgogliosamente le divise rosse ornate
dal simbolo dell'unica squadra araba nel campionato israeliano.
Sebbene Beitar abbia un budget 10 volte maggiore e i giocatori siano molto più
forti, in una gara contro un club i cui tifosi sono notoriamente anti-arabi l'emozione
può cambiare tutto, dice Ghaia.
I muri del suo ristorante sono tappezzati di bandiere, poster e fotografie dell'adorata
squadra della città, nata verso la fine degli anni '70 e giunta nel 2003 al massimo
campionato israeliano, quando vinse la coppa di Israele e diventò la prima squadra
araba ad aver vinto un titolo.
In campo anche la religione. Il muro opposto è ricoperto da incisioni di rame che riportano versi del Corano.
La religione è un'ulteriore elemento di frizione in ogni incontro fra le due squadre.
"
Allahu akhbar" (Dio è più grande) è diventato una parte integrante negli slogan
urlati dai tifosi di Bnei Sakhnin nelle partite contro Beitar, il cui fan reagiscono
scandendo frasi tipo "Terroristi!" e "Questa è una guerra fra il nostro e il
vostro dio". Sakhnin, dove il 90% dei 25000 residenti sono mussulmani è diventata
un simbolo della battaglia della minoranza di circa 1.2 milioni di arabi contro
la discriminazione. Abu Ghaia dice che la sua squadra di calcio è la "squadra
di tutti gli arabi di Israele" .Nidal Tarabiya è nato il 30 marzo 1976, il giorno
in cui migliaia di persone di Sakhnin e di molti villaggi arabi vicini si scontrarono
contro la polizia e l'esercito durante le proteste contro la decisione del governo
di espropriare le terre arabe nei dintorni di Sakhnin. Gli scontri causarono sei
morti fra i dimostranti e sono ricordati ogni anno nel "Giorno della terra". Tarabiya
dice che ogni tifoso di Sakhnin porta questo ricordo durante gli incontri con
le squadre israeliane, specialmente Beitar.
Il calcio oltre lo sport. "Ogni cosa nella sensibilità arabo-israeliana è legata a Sakhnin. Ogni giovane
ricorda il Giorno della terra", ognuno sente la discriminazione", dice Tarabiya.
Gli incontri fra le due squadre rivali hanno visto anche episodi di violenza,
come gli scontri sanguinosi di due anni fa scoppiati a Sakhnin fra polizia e tifosi.
Da allora centinaia di poliziotti in divisa anti-sommossa e misure di sicurezza
particolarmente strette sono diventati parte integrante di ogni incontro fra le
due squadre. Ma il calcio in Sakhnin non significa sempre un conflitto fra arabi
e israeliani. Il moderno stadio cittadino e il suo complesso sportivo costruito
grazie ad una donazione di milioni di dollari da parte del Qatar nel 2005 offre
anche qualche speranza di convivenza. Al calar della sera prima dell'inizio del
match Beitar-Sakhnin di questa settimana la squadra under-18 della città si riscalda
presso il campo di allenamento. L'allenatore Said Ma'ari urla freneticamente istruzioni
ai suoi giovani giocatori in un misto di arabo ed ebraico.
"Il calcio è tutto per questi ragazzi, ne abbiamo quattro provenienti da città
israeliane che sono ora parte della squadra", dice Ma'ari.
Sogni di rivalsa. Uno di loro, il sedicenne Edgar Stuckgold, ha giocato nelle squadre giovanili
di due fra le maggiori società brasiliane, Santos e Sao Paulo, prima di trasferirsi
in Israele due anni fa.
Stuckgold dice che ci sono state alcune critiche in seguito alla sua adesione
alla squadra di Sakhnin l'anno scorso, ma la sua famiglia e gli amici nella vicina
città di Karmiel, a maggioranza israeliana, adesso supportano completamente la
sua decisione.
Un silenzio teso è sceso sullo stadio riempito da 500 tifosi del Beitar e 4000
della squadra locale.
Le due squadre combattono fino al pareggio di 1-1 al termine dell'ultimo tempo
supplementare, ma alla fine la squadra di Beitar prevale ai rigori, vincendo 3-1.
"Che ci vuoi fare?" dice Salem Azmi, un tifoso del Sakhnin che ha masticato
nervosamente semi di girasole per tutta la partita. "Avremo la nostra rivincita
l'anno prossimo".
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