
“Giuriamo!”. Come una voce sola, l’urlo liberatorio si alza nel piazzale antistante
l’Accademia di polizia di Algeri. Per la prima volta nella storia dell’Algeria,
il 12 gennaio scorso, hanno prestato giuramento le 149 ispettrici di polizia.
Mai prima d’ora una donna aveva ricoperto questa carica nel Paese. Per l’occasione
la stampa e la televisione affollavano la cerimonia dove sono intervenute personalità
politiche di primo piano in Algeria.
Una conquista dell’emancipazione femminile quindi, ma
Amnesty International non la pensa così.
L’organizzazione che si batte per il rispetto dei diritti umani, il 10 gennaio
2005, ha presentato un documento di 38 pagine al Comitato per l’Eliminazione della
Discriminazione nei confronti delle donne delle Nazioni Unite. Il comitato si
raduna ogni anno per monitorare i progressi svolti, nei paesi aderenti, rispetto
alla pari dignità che le legislazioni nazionali devono riconoscere al modo femminile.
L’occasione si è trasformata in un atto di accusa al governo algerino di Bouteflika.
Un Codice sbagliato. “Il Codice di Famiglia algerino è arretrato e rispecchia una società vecchia
di 20 anni”, spiega Antonio Maurano che si occupa di Algeria per Amnesty, “e il
Paese ha aderito al Trattato dell’Onu per il rispetto della condizione femminile,
ma con delle riserve che rinviano al rispetto della legge algerina e, in pratica,
svuotano di significato quella adesione”. Il rapporto è molto duro e sottolinea,
come si legge nel documento, “la passività di fronte agli stupri, alle violenze
familiari, alle violenze sul lavoro e alla discriminazione economica e giuridica
di cui le donne sono vittime”.
Per Amnesty il responsabile della situazione è chiaro: il Codice di Famiglia
del 1984, votato dall’allora partito unico del Fronte di Liberazione Nazionale.
“Le disposizioni discriminatorie contenute nel Codice”, si legge nel rapporto,
“hanno contribuito in maniera determinante alla violenza sulle donne e alla violazione
dei loro diritti”.
La battaglia per i diritti. I punti più contestati del Codice sono ancora quelli che, già l’8 marzo del
1997, portò 13 associazioni algerine ha presentare al governo una petizione che
chiedeva l’abrogazione di 22 articoli del "codice della vergogna", cioè del Codice
di Famiglia. Nella sostanza la legge algerina considera la donna una cittadina
di serie B, sancendone l’incapacità a gestirsi. E’ quindi prevista per lei la
figura di un tutore (di solito il padre o il marito) che scelgono per la donna
anche lo sposo. E' poi fatto divieto alla donna di sposare una persona che non
professi
la fede musulmana, la donna è discriminata per il divorzio e per la tutela dei
figli, ed è decisamente discriminata in termini economici, particolarmente rispetto
alle eredità.
Amnesty ha raccolto i dati presentati nella sua denuncia attraverso le denunce
delle donne algerine con l’aiuto di
S.O.S. Femmes, un centro di ascolto femminile che ha raccolto, solo nel 2004, 942 denuncie
di violenze, soprusi e discriminazioni di vario tipo. Una cifra che secondo
S.O.S. Femmes va considerata per difetto, viste le barriere culturali che deve superare una
donna in Algeria
per rivolgersi a loro.
La Commissione di riforma. Dopo molti anni, nell’ottobre del 2004, il ministero della Giustizia algerino
nomina una commissione di saggi (tra i quali Khalida Messaoudi, pasionaria dei
diritti delle donne in Algeria) incaricata di riformare il testo del Codice di
Famiglia.
Il governo ha ufficialmente annunciato la fine dei lavori del gruppo di studio
e ha presentato al Parlamento per l’approvazione un testo rinnovato. Fino a che
punto?
“Diamo il benvenuto alla riforma del testo, seppur incompleta”, dichiara Maurano,
“ma la sensazione che abbiamo è di una serie di piccoli passi che possono anche
denotare una volontà generale di cambiare le cose, ancora orfana però di una solida
base politica alla spalle. Gli ambienti conservatori pongono mille ostacoli alla
riforma. La riforma del testo, per quanto salutata con favore, da sola non risolve
nulla se non è sorretta da una reale spinta politica del Paese a cambiare le cose”.
Anche il testo riformato ha suscitato molte perplessità: viene meno la tutela
e al compimento della maggiore età la donna è libera di scegliere il marito, inserisce
l’obbligo del mantenimento e della responsabilità maschile in caso di divorzio
e pone la poligamia maschile sotto la tutela di un giudice locale che vigila sulle
motivazioni dell’uomo. Ma ancora sussistono delle problematiche connaturate ai
diritti sui figli e la discriminazione per la quale la donna non può sposare un
non musulmano. Tanta strada ancora da fare quindi, anche per le giovani ispettrici.